L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto secondo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Ingiustissimo Amor, perché sì raro corrispondenti fai nostri desiri? onde, perfido, avvien che t’è sì caro il discorde voler ch’in duo cor miri? 5Gir non mi lasci al facil guado e chiaro, e nel più cieco e maggior fondo tiri: da chi disia il mio amor tu mi richiami, e chi m’ha in odio vuoi ch’adori ed ami. | O Amore ingiusto, perché fai così raramente coincidere i sentimenti di due persone? Mi allontani da chi mi ama e mi costringi a desiderare chi mi respinge: invece di condurmi verso una felicità facilmente raggiungibile, mi trascini dove è più difficile e doloroso arrivare. |
| Ottava 2 Fai ch’a Rinaldo Angelica par bella, 10quando esso a lei brutto e spiacevol pare: quando le parea bello e l’amava ella, egli odiò lei quanto si può più odiare. Ora s’affligge indarno e si flagella; così renduto ben gli è pare a pare: 15ella l’ha in odio, e l’odio è di tal sorte, che piu tosto che lui vorria la morte. | Per opera di Amore, Rinaldo trova bellissima Angelica proprio mentre lei lo detesta. Quando invece Angelica lo amava, lui la odiava. Ora il cavaliere soffre inutilmente e riceve la stessa indifferenza che aveva inflitto a lei: Angelica preferirebbe morire piuttosto che appartenergli. |
| Ottava 3 Rinaldo al Saracin con molto orgoglio gridò: – Scendi, ladron, del mio cavallo! Che mi sia tolto il mio, patir non soglio, 20ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo: e levar questa donna anco ti voglio; che sarebbe a lasciartela gran fallo. Sì perfetto destrier, donna sì degna a un ladron non mi par che si convegna. – | Rinaldo ordina con arroganza a Sacripante di scendere da Baiardo, che riconosce come proprio cavallo. Aggiunge che punirà chiunque se ne appropri e che gli porterà via anche Angelica: né un destriero così eccellente né una donna così bella dovrebbero restare, secondo lui, a un ladro. |
| Ottava 4 25– Tu te ne menti che ladrone io sia (rispose il Saracin non meno altiero): chi dicesse a te ladro, lo diria (quanto io n’odo per fama) più con vero. La pruova or si vedrà, chi di noi sia 30più degno de la donna e del destriero; ben che, quanto a lei, teco io mi convegna che non è cosa al mondo altra sì degna. – | Sacripante respinge l'accusa di essere un ladro e ribatte che, stando alla fama di Rinaldo, l'insulto si adatterebbe meglio a lui. Propone di stabilire combattendo chi meriti il cavallo e la donna; riconosce però che Angelica è davvero incomparabile. |
| Ottava 5 Come soglion talor duo can mordenti, o per invidia o per altro odio mossi, 35avicinarsi digrignando i denti, con occhi bieci e più che bracia rossi; indi a’ morsi venir, di rabbia ardenti, con aspri ringhi e ribuffati dossi: così alle spade e dai gridi e da l’onte 40venne il Circasso e quel di Chiaramonte. | I due guerrieri si avvicinano furibondi come cani che stanno per azzannarsi, digrignando i denti e ringhiando. Dopo essersi insultati, Sacripante e Rinaldo passano alle armi e iniziano il duello. |
| Ottava 6 A piedi è l’un, l’altro a cavallo: or quale credete ch’abbia il Saracin vantaggio? Né ve n’ha però alcun; che così vale forse ancor men ch’uno inesperto paggio; 45che ’l destrier per istinto naturale non volea fare al suo signore oltraggio: né con man né con spron potea il Circasso farlo a voluntà sua muover mai passo. | Sacripante è in sella, Rinaldo combatte a piedi; eppure il saraceno non gode di alcun vantaggio. Baiardo conosce il suo vero padrone e si rifiuta istintivamente di danneggiarlo, ignorando i comandi e gli sproni di Sacripante. |
| Ottava 7 Quando crede cacciarlo, egli s’arresta; 50E se tener lo vuole, o corre o trotta: poi sotto il petto si caccia la testa, giuoca di schiene, e mena calci in frotta. Vedendo il Saracin ch’a domar questa bestia superba era mal tempo allotta, 55ferma le man sul primo arcione e s’alza, e dal sinistro fianco in piede sbalza. | Il cavallo si ferma quando Sacripante lo vorrebbe lanciare avanti, corre quando cerca di trattenerlo, scalcia e si impenna. Capendo che non è il momento di domarlo, il guerriero abbandona la sella e salta a terra per affrontare Rinaldo ad armi pari. |
| Ottava 8 Sciolto che fu il pagan con leggier salto da l’ostinata furia di Baiardo, si vide cominciar ben degno assalto 60d’un par di cavallier tanto gagliardo. Suona l’un brando e l’altro, or basso or alto: il martel di Vulcano era più tardo ne la spelunca affumicata, dove battea all’incude i folgori di Giove. | Liberatosi dall'ostinazione di Baiardo, Sacripante affronta Rinaldo in un combattimento degno del valore di entrambi. Le loro spade si scontrano con rapidità e fragore superiori perfino ai colpi con cui Vulcano forgerebbe i fulmini di Giove. |
| Ottava 9 65Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi colpi veder che mastri son del giuoco: or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi, ora coprirsi, ora mostrarsi un poco, ora crescer inanzi, ora ritrarsi, 70ribatter colpi e spesso lor dar loco, girarsi intorno; e donde l’uno cede, l’altro aver posto immantinente il piede. | I due mostrano tutta la loro perizia: alternano affondi veri e finte, attacchi e difese, avanzate e ritirate. Appena uno lascia scoperto un punto o arretra, l'altro ne approfitta immediatamente, senza concedergli respiro. |
| Ottava 10 Ecco Rinaldo con la spada adosso a Sacripante tutto s’abbandona; 75e quel porge lo scudo, ch’era d’osso, con la piastra d’acciar temprata e buona. Taglial Fusberta, ancor che molto grosso: ne geme la foresta e ne risuona. L’osso e l’acciar ne va che par di ghiaccio, 80e lascia al Saracin stordito il braccio. | Rinaldo si scaglia contro Sacripante e colpisce con Fusberta lo scudo rivestito di osso e acciaio. La lama lo spezza come fosse ghiaccio, producendo un rumore assordante nella foresta e lasciando intorpidito il braccio del saraceno. |
| Ottava 11 Quando vide la timida donzella dal fiero colpo uscir tanta ruina, per gran timor cangiò la faccia bella, qual il reo ch’al supplicio s’avvicina; 85né le par che vi sia da tardar, s’ella non vuol di quel Rinaldo esser rapina, di quel Rinaldo ch’ella tanto odiava, quanto esso lei miseramente amava. | Angelica assiste al colpo devastante e impallidisce dalla paura, come una persona condannata che vede avvicinarsi il supplizio. Decide di fuggire immediatamente per non cadere nelle mani di Rinaldo, che la ama quanto lei lo odia. |
| Ottava 12 Volta il cavallo, e ne la selva folta 90lo caccia per un aspro e stretto calle: e spesso il viso smorto a dietro volta; che le par che Rinaldo abbia alle spalle. Fuggendo non avea fatto via molta, che scontrò un eremita in una valle, 95ch’avea lunga la barba a mezzo il petto, devoto e venerabile d’aspetto. | La giovane sprona il cavallo lungo un sentiero ripido e stretto nel bosco. Si volta più volte, temendo che Rinaldo la insegua, finché in una valle incontra un eremita dalla lunga barba e dall'aspetto devoto. |
| Ottava 13 Dagli anni e dal digiuno attenuato, sopra un lento asinel se ne veniva; e parea, più ch’alcun fosse mai stato, 100di coscienza scrupolosa e schiva. Come egli vide il viso delicato de la donzella che sopra gli arriva, debil quantunque e mal gagliarda fosse, tutta per carità se gli commosse. | L'eremita, consumato dall'età e dai digiuni, viaggia su un asinello ed esibisce l'aria di un uomo di grande virtù. Quando vede Angelica sconvolta, sembra commuoversi e desideroso di aiutarla, nonostante l'apparente debolezza. |
| Ottava 14 105La donna al fraticel chiede la via che la conduca ad un porto di mare, perché levar di Francia si vorria, per non udir Rinaldo nominare. Il frate, che sapea negromanzia, 110non cessa la donzella confortare che presto la trarrà d’ogni periglio; ed ad una sua tasca diè di piglio. | Angelica domanda all'eremita come raggiungere un porto per lasciare la Francia e sottrarsi definitivamente a Rinaldo. L'uomo, che in realtà conosce la magia nera, le promette di liberarla dal pericolo e mette mano a una tasca. |
| Ottava 15 Trassene un libro, e mostrò grande effetto; che legger non finì la prima faccia, 115ch’uscir fa un spirto in forma di valletto, e gli commanda quanto vuol ch’el faccia. Quel se ne va, da la scrittura astretto, dove i dui cavallieri a faccia a faccia eran nel bosco, e non stavano al rezzo; 120fra’ quali entrò con grande audacia in mezzo. | L'eremita estrae un libro di formule magiche. Prima ancora di terminare la prima pagina, evoca uno spirito con l'aspetto di un giovane servitore e lo manda tra Rinaldo e Sacripante, ancora impegnati nel duello. |
| Ottava 16 – Per cortesia (disse), un di voi mi mostre, quando anco uccida l’altro, che gli vaglia: che merto avrete alle fatiche vostre, finita che tra voi sia la battaglia, 125se ’l conte Orlando, senza liti o giostre, e senza pur aver rotta una maglia, verso Parigi mena la donzella che v’ha condotti a questa pugna fella? | Il falso messagger interrompe i due contendenti e li domanda che cosa guadagnerebbero uccidendosi: sostiene infatti che Orlando, senza combattere, sta già conducendo Angelica verso Parigi, rendendo inutile la loro battaglia. |
| Ottava 17 Vicino un miglio ho ritrovato Orlando 130che ne va con Angelica a Parigi, di voi ridendo insieme, e motteggiando che senza frutto alcun siate in litigi. Il meglio forse vi sarebbe, or quando non son più lungi, a seguir lor vestigi; 135che s’in Parigi Orlando la può avere, non ve la lascia mai più rivedere. – | Lo spirito aggiunge di aver visto Orlando e Angelica poco lontano, intenti a ridere dei loro rivali. Li invita a inseguirli subito, perché, se Orlando porterà la donna a Parigi, non consentirà più a nessuno di avvicinarla. |
| Ottava 18 Veduto avreste i cavallier turbarsi a quel annunzio, e mesti e sbigottiti, senza occhi e senza mente nominarsi, 140che gli avesse il rival così scherniti; ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi con sospir che parean del fuoco usciti, e giurar per isdegno e per furore, se giungea Orlando, di cavargli il core. | Rinaldo e Sacripante rimangono sbalorditi e indignati dalla presunta beffa del rivale. Rinaldo si precipita verso Baiardo e, furioso di gelosia, giura che strapperà il cuore a Orlando se riuscirà a raggiungerlo. |
| Ottava 19 145E dove aspetta il suo Baiardo, passa, e sopra vi si lancia, e via galoppa, né al cavallier, ch’a piè nel bosco lassa, pur dice a Dio, non che lo ’nviti in groppa. L’animoso cavallo urta e fracassa, 150punto dal suo signor, ciò ch’egli ’ntoppa: non ponno fosse o fiumi o sassi o spine far che dal corso il corridor decline. | Rinaldo balza in sella e parte al galoppo, senza salutare Sacripante, che lascia a piedi nella foresta. Spronato dalla furia del padrone, Baiardo attraversa senza fermarsi fossati, corsi d'acqua, rocce e cespugli spinosi. |
| Ottava 20 Signor, non voglio che vi paia strano se Rinaldo or sì tosto il destrier piglia, 155che già più giorni ha seguitato invano, né gli ha possuto mai toccar la briglia. Fece il destrier, ch’avea intelletto umano, non per vizio seguirsi tante miglia, ma per guidar dove la donna giva, 160il suo signor, da chi bramar l’udiva. | Il narratore spiega perché Baiardo, che per giorni era sfuggito a Rinaldo, ora si lasci cavalcare: il destriero è quasi intelligente come un essere umano e aveva corso avanti proprio per condurre il padrone sulle tracce di Angelica. |
| Ottava 21 Quando ella si fuggì dal padiglione, la vide ed appostolla il buon destriero, che si trovava aver voto l’arcione, però che n’era sceso il cavalliero 165per combatter di par con un barone, che men di lui non era in arme fiero; poi ne seguitò l’orme di lontano, bramoso porla al suo signore in mano. | Quando Angelica era scappata dall'accampamento, Baiardo l'aveva vista. Rinaldo era sceso da cavallo per affrontare un altro guerriero e il destriero, rimasto libero, aveva seguito da lontano la giovane per poterla poi riconsegnare al suo signore. |
| Ottava 22 Bramoso di ritrarlo ove fosse ella, 170per la gran selva inanzi se gli messe; né lo volea lasciar montare in sella, perché ad altro camin non lo volgesse. Per lui trovò Rinaldo la donzella una e due volte, e mai non gli successe; 175che fu da Ferraù prima impedito, poi dal Circasso, come avete udito. | Baiardo aveva guidato Rinaldo attraverso la foresta e non lo aveva lasciato montare per impedirgli di cambiare percorso. Così il cavaliere aveva incontrato Angelica due volte, ma Ferraù prima e Sacripante poi avevano ostacolato i suoi tentativi di raggiungerla. |
| Ottava 23 Ora al demonio che mostrò a Rinaldo de la donzella li falsi vestigi, credette Baiardo anco, e stette saldo 180e mansueto ai soliti servigi. Rinaldo il caccia, d’ira e d’amor caldo, a tutta briglia, e sempre invêr Parigi; e vola tanto col disio, che lento, non ch’un destrier, ma gli parrebbe il vento. | Il cavallo crede all'inganno dello spirito non meno di Rinaldo: convinto che Angelica sia diretta a Parigi, torna docile. Rinaldo lo spinge a correre freneticamente, tanto che persino il vento gli sembrerebbe troppo lento rispetto al proprio desiderio. |
| Ottava 24 185La notte a pena di seguir rimane, per affrontarsi col signor d’Anglante: tanto ha creduto alle parole vane del messagger del cauto negromante. Non cessa cavalcar sera e dimane, 190che si vede apparir la terra avante, dove re Carlo, rotto e mal condutto, con le reliquie sue s’era ridutto: | Rinaldo si ferma appena durante la notte, deciso a raggiungere Orlando. Cavalcando senza riposo, arriva alla città dove Carlo Magno si è ritirato con i superstiti dopo una sconfitta militare. |
| Ottava 25 e perché dal re d’Africa battaglia ed assedio s’aspetta, usa gran cura 195a raccor buona gente e vettovaglia, far cavamenti e riparar le mura. Ciò ch’a difesa spera che gli vaglia, senza gran diferir, tutto procura: pensa mandare in Inghilterra, e trarne 200gente onde possa un novo campo farne: | Carlo, prevedendo l'assalto e l'assedio dei saraceni di Agramante, raccoglie soldati e viveri, fa scavare difese e riparare le mura. Prepara anche una missione in Inghilterra per ottenere rinforzi e formare un nuovo esercito. |
| Ottava 26 che vuole uscir di nuovo alla campagna, e ritentar la sorte de la guerra. Spaccia Rinaldo subito in Bretagna, Bretagna che fu poi detta Inghilterra. 205Ben de l’andata il paladin si lagna: non ch’abbia così in odio quella terra; ma perché Carlo il manda allora allora, né pur lo lascia un giorno far dimora. | L'imperatore vuole tornare a combattere e invia subito Rinaldo in Inghilterra, un tempo chiamata Bretagna. Il paladino è contrariato non per la destinazione, ma perché Carlo non gli concede nemmeno un giorno per cercare Angelica. |
| Ottava 27 Rinaldo mai di ciò non fece meno 210volentier cosa; poi che fu distolto di gir cercando il bel viso sereno che gli avea il cor di mezzo il petto tolto: ma, per ubidir Carlo, nondimeno a quella via si fu subito volto, 215ed a Calesse in poche ore trovossi; e giunto, il dì medesimo imbarcossi. | Rinaldo non avrebbe voluto altro che inseguire la donna che gli ha conquistato il cuore. Tuttavia obbedisce all'imperatore: raggiunge rapidamente Calais e si imbarca lo stesso giorno per attraversare il mare. |
| Ottava 28 Contra la voluntà d’ogni nocchiero, pel gran desir che di tornare avea, entrò nel mar ch’era turbato e fiero, 220e gran procella minacciar parea. Il Vento si sdegnò, che da l’altiero sprezzar si vide; e con tempesta rea sollevò il mar intorno, e con tal rabbia, che gli mandò a bagnar sino alla gabbia. | Nonostante l'avvertimento dei marinai, Rinaldo fa prendere il largo mentre il mare è già tempestoso, perché vorrebbe compiere presto la missione e tornare. Il vento, quasi offeso dalla sua temerarietà, solleva onde violente che investono anche le parti alte della nave. |
| Ottava 29 225Calano tosto i marinari accorti le maggior vele, e pensano dar volta, e ritornar ne li medesmi porti donde in mal punto avean la nave sciolta. – Non convien (dice il Vento) ch’io comporti 230tanta licenza che v’avete tolta; – e soffia e grida e naufragio minaccia, s’altrove van, che dove egli li caccia. | I marinai ammainano le vele maggiori e cercano di ritornare in porto. Ma il vento, rappresentato come una potenza ostinata e vendicativa, impedisce loro di scegliere la rotta e minaccia di farli naufragare. |
| Ottava 30 Or a poppa, or all’orza hann’il crudele, che mai non cessa, e vien più ognor crescendo: 235essi di qua di là con umil vele vansi aggirando, e l’alto mar scorrendo. Ma perché varie fila a varie tele uopo mi son, che tutte ordire intendo, lascio Rinaldo e l’agitata prua, 240e torno a dir di Bradamante sua. | La tempesta spinge la nave ora da una parte ora dall'altra, costringendo l'equipaggio a navigare con poche vele. A questo punto il poeta sospende il racconto di Rinaldo e ritorna alla vicenda di sua sorella Bradamante, come se intrecciasse fili diversi in un'unica tela. |
| Ottava 31 Io parlo di quella inclita donzella, per cui re Sacripante in terra giacque, che di questo signor degna sorella, del duca Amone e di Beatrice nacque. 245La gran possanza e il molto ardir di quella non meno a Carlo e a tutta Francia piacque (che più d’un paragon ne vide saldo), che ’l lodato valor del buon Rinaldo. | Bradamante, la valorosa giovane che aveva disarcionato Sacripante, è la sorella di Rinaldo e figlia del duca Amone e di Beatrice. È tanto forte e coraggiosa da essere apprezzata da Carlo Magno e dai francesi quanto il fratello. |
| Ottava 32 La donna amata fu da un cavalliero 250che d’Africa passò col re Agramante, che partorì del seme di Ruggiero la disperata figlia di Agolante: e costei, che né d’orso né di fiero leone uscì, non sdegnò tal amante; 255ben che concesso, fuor che vedersi una volta e parlarsi, non ha lor Fortuna. | Bradamante ama Ruggiero, guerriero arrivato dall'Africa con Agramante, discendente della stirpe del precedente Ruggiero. Nonostante la sua educazione guerriera, la giovane ricambia l'amore; finora però il destino ha concesso ai due soltanto un incontro e una conversazione. |
| Ottava 33 Quindi cercando Bradamante gìa l’amante suo, ch’avea nome dal padre, così sicura senza compagnia, 260come avesse in sua guardia mille squadre: e fatto ch’ebbe al re di Circassia battere il volto dell’antiqua madre, traversò un bosco, e dopo il bosco un monte, tanto che giunse ad una bella fonte. | Bradamante sta cercando Ruggiero e viaggia sola, senza avere paura. Dopo aver fatto cadere Sacripante, attraversa boschi e alture, finché giunge a una sorgente dall'aspetto piacevole. |
| Ottava 34 265La fonte discorrea per mezzo un prato, d’arbori antiqui e di bell’ombre adorno, Ch’i viandanti col mormorio grato a ber invita e a far seco soggiorno: un culto monticel dal manco lato 270le difende il calor del mezzo giorno. Quivi, come i begli occhi prima torse, d’un cavallier la giovane s’accorse; | L'acqua attraversa un prato ombreggiato da vecchi alberi e invita i viandanti a fermarsi. Una collina protegge il luogo dal sole più caldo; qui Bradamante nota un cavaliere seduto nelle vicinanze. |
| Ottava 35 d’un cavallier, ch’all’ombra d’un boschetto, nel margin verde e bianco e rosso e giallo 275sedea pensoso, tacito e soletto sopra quel chiaro e liquido cristallo. Lo scudo non lontan pende e l’elmetto dal faggio, ove legato era il cavallo; ed avea gli occhi molli e ’l viso basso, 280e si mostrava addolorato e lasso. | Il cavaliere si trova in silenzio all'ombra, presso l'acqua limpida, mentre il suo cavallo è legato a un faggio e armi e scudo sono appesi poco lontano. Tiene la testa bassa, ha gli occhi pieni di lacrime e appare sfinito dal dolore. |
| Ottava 36 Questo disir, ch’a tutti sta nel core, de’ fatti altrui sempre cercar novella, fece a quel cavallier del suo dolore la cagion domandar da la donzella. 285Egli l’aperse e tutta mostrò fuore, dal cortese parlar mosso di quella, e dal sembiante altier, ch’al primo sguardo gli sembrò di guerrier molto gagliardo. | Spinta dalla naturale curiosità per le vicende altrui, Bradamante gli domanda con cortesia la causa della tristezza. Il cavaliere, colpito dalla gentilezza e dall'aspetto valoroso della sconosciuta, decide di raccontarle tutto. |
| Ottava 37 E cominciò: – Signor, io conducea 290pedoni e cavallieri, e venìa in campo là dove Carlo Marsilio attendea, perch’al scender del monte avesse inciampo; e una giovane bella meco avea, del cui fervido amor nel petto avampo: 295e ritrovai presso a Rodonna armato un che frenava un gran destriero alato. | L'uomo spiega che guidava cavalieri e fanti verso il luogo dove Carlo attendeva l'esercito di Marsilio. Viaggiava con la giovane che amava intensamente quando, nei pressi di Rodonna, vide un guerriero armato a cavallo di una creatura alata. |
| Ottava 38 Tosto che ’l ladro, o sia mortale, o sia una de l’infernali anime orrende, vede la bella e cara donna mia; 300come falcon che per ferir discende, cala e poggia in un atimo, e tra via getta le mani, e lei smarrita prende. Ancor non m’era accorto de l’assalto, che de la donna io senti’ il grido in alto. | Non appena lo sconosciuto scorse la donna, si gettò in picchiata come un falcone e la rapì, sollevandola in volo. Il cavaliere non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi dell'aggressione prima di sentire il grido dell'amata dall'alto. |
| Ottava 39 305Così il rapace nibio furar suole il misero pulcin presso alla chioccia, che di sua inavvertenza poi si duole, e invan gli grida, e invan dietro gli croccia. Io non posso seguir un uom che vole, 310chiuso tra’ monti, a piè d’un’erta roccia: stanco ho il destrier, che muta a pena i passi ne l’aspre vie de’ faticosi sassi. | Il rapimento è paragonato a quello di un pulcino strappato alla chioccia da un rapace. Il cavaliere tentò di inseguire il rapitore ma, incapace di volare e ostacolato dai monti, non poté far nulla; anche il cavallo era esausto. |
| Ottava 40 Ma, come quel che men curato avrei vedermi trar di mezzo il petto il core, 315lasciai lor via seguir quegli altri miei, senza mia guida e senza alcun rettore: per li scoscesi poggi e manco rei presi la via che mi mostrava Amore, e dove mi parea che quel rapace 320portassi il mio conforto e la mia pace. | Senza preoccuparsi dei soldati che aveva il dovere di comandare, l'uomo si mise all'inseguimento: avrebbe sopportato più facilmente di perdere il cuore che la donna amata. Attraversò i pendii seguendo il percorso indicatogli soltanto dall'amore. |
| Ottava 41 Sei giorni me n’andai matina e sera per balze e per pendici orride e strane, dove non via, dove sentier non era, dove né segno di vestigie umane; 325poi giunsi in una valle inculta e fiera, di ripe cinta e spaventose tane, che nel mezzo s’un sasso avea un castello forte e ben posto, a maraviglia bello. | Per sei giorni procedette tra rupi desolate, senza strade né tracce umane. Alla fine raggiunse una valle selvaggia, circondata da precipizi e caverne, al cui centro sorgeva un castello straordinariamente bello e ben difeso. |
| Ottava 42 Da lungi par che come fiamma lustri, 330né sia di terra cotta, né di marmi. Come più m’avicino ai muri illustri, l’opra più bella e più mirabil parmi. E seppi poi, come i demoni industri, da suffumigi tratti e sacri carmi, 335tutto d’acciaio avean cinto il bel loco, temprato all’onda ed allo stigio foco. | Da lontano il castello sembrava scintillare come una fiamma e non appariva fatto né di mattoni né di marmo. Avvicinandosi, il cavaliere scoprì che era rivestito d'acciaio reso incantato e resistente da demoni e rituali magici. |
| Ottava 43 Di sì forbito acciar luce ogni torre, che non vi può né ruggine né macchia. Tutto il paese giorno e notte scorre, 340E poi là dentro il rio ladron s’immacchia. Cosa non ha ripar che voglia torre: sol dietro invan se li bestemia e gracchia. Quivi la donna, anzi il mio cor mi tiene, che di mai ricovrar lascio ogni spene. | Le torri brillavano di un acciaio perfettamente levigato, immune a ruggine e macchie. Il rapitore percorreva il territorio e tornava lì con ciò che desiderava; nessuno poteva fermarlo. In quella fortezza custodiva anche la donna amata dal narratore, che ormai disperava di recuperarla. |
| Ottava 44 345Ah lasso! che poss’io più che mirare la rocca lungi, ove il mio ben m’è chiuso? come la volpe, che ’l figlio gridare nel nido oda de l’aquila di giuso, s’aggira intorno, e non sa che si fare, 350poi che l’ali non ha da gir là suso. Erto è quel sasso sì, tale è il castello, che non vi può salir chi non è augello. | Il cavaliere poteva solo contemplare la rocca dal basso, come una volpe impotente che sente il cucciolo nel nido di un'aquila. La montagna è talmente ripida che nessuno può raggiungerne la cima senza avere le ali. |
| Ottava 45 Mentre io tardava quivi, ecco venire duo cavallier ch’avean per guida un nano, 355che la speranza aggiunsero al desire; ma ben fu la speranza e il desir vano. Ambi erano guerrier di sommo ardire: era Gradasso l’un, re sericano; era l’altro Ruggier, giovene forte, 360pregiato assai ne l’africana corte. | Mentre si tratteneva davanti al castello arrivarono, guidati da un nano, due guerrieri valorosi: Gradasso, re di Sericana, e Ruggiero, giovane molto stimato tra i saraceni. Il cavaliere sperò che potessero aiutarlo, ma quella speranza si rivelò vana. |
| Ottava 46 – Vengon (mi disse il nano) per far pruova di lor virtù col sir di quel castello, che per via strana, inusitata e nuova cavalca armato il quadrupede augello. – 365– Deh, signor (diss’io lor), pietà vi muova del duro caso mio spietato e fello! Quando, come ho speranza, voi vinciate, vi prego la mia donna mi rendiate. – | Il nano spiegò che i due erano venuti per affrontare il signore della rocca, il quale volava su una creatura alata. Il cavaliere li pregò di restituirgli l'amata qualora fossero riusciti a sconfiggerlo. |
| Ottava 47 E come mi fu tolta lor narrai, 370con lacrime affermando il dolor mio. Quei, lor mercé, mi proferiro assai, e giù calaro il poggio alpestre e rio. Di lontan la battaglia io riguardai, pregando per la lor vittoria Dio. 375Era sotto il castel tanto di piano, quanto in due volte si può trar con mano. | L'uomo raccontò loro tra le lacrime il rapimento e ricevette una promessa d'aiuto. Poi i due scesero verso il castello, mentre egli seguiva da lontano il duello e pregava per la loro vittoria. |
| Ottava 48 Poi che fur giunti a piè de l’alta rocca, l’uno e l’ altro volea combatter prima; pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca, 380o pur che non ne fe’ Ruggier più stima. Quel Serican si pone il corno a bocca: rimbomba il sasso e la fortezza in cima. Ecco apparire il cavalliero armato fuor de la porta, e sul cavallo alato. | Sotto la rocca si apriva uno spazio sufficiente al combattimento. Entrambi i guerrieri volevano essere i primi, ma infine fu Gradasso ad avanzare e suonare il corno, richiamando fuori dalla fortezza il cavaliere che cavalcava il destriero alato. |
| Ottava 49 385Cominciò a poco a poco indi a levarse, come suol far la peregrina grue, che corre prima, e poi vediamo alzarse alla terra vicina un braccio o due; e quando tutte sono all’aria sparse, 390velocissime mostra l’ale sue. Sì ad alto il negromante batte l’ale, ch’a tanta altezza a pena aquila sale. | Il mago si sollevò gradualmente nell'aria, come una gru che prima corre sul terreno e poi prende quota. Ben presto raggiunse un'altezza straordinaria, superiore a quella cui normalmente volano le aquile. |
| Ottava 50 Quando gli parve poi, volse il destriero, che chiuse i vanni e venne a terra a piombo, 395come casca dal ciel falcon maniero che levar veggia l’anitra o il colombo. Con la lancia arrestata il cavalliero l’aria fendendo vien d’orribil rombo. Gradasso a pena del calar s’avede, 400che se lo sente addosso e che lo fiede. | Quando giudicò il momento opportuno, il cavaliere volante ripiegò le ali del destriero e precipitò verso terra come un falcone in picchiata. Piombò su Gradasso con la lancia pronta e lo colpì prima che questi potesse accorgersene. |
| Ottava 51 Sopra Gradasso il mago l’asta roppe; ferì Gradasso il vento e l’aria vana: per questo il volator non interroppe il batter l’ale, e quindi s’allontana. 405Il grave scontro fa chinar le groppe sul verde prato alla gagliarda alfana. Gradasso avea una alfana, la più bella e la miglior che mai portasse sella. | La lancia del mago si spezzò contro Gradasso, mentre il colpo del re colpì soltanto l'aria, perché l'avversario era già ripartito in volo. L'urto fu così violento da far piegare sulle zampe il magnifico cavallo di Gradasso. |
| Ottava 52 Sin alle stelle il volator trascorse; 410indi girossi e tornò in fretta al basso, e percosse Ruggier che non s’accorse, Ruggier che tutto intento era a Gradasso. Ruggier del grave colpo si distorse, e ’l suo destrier più rinculò d’un passo; 415e quando si voltò per lui ferire, da sé lontano il vide al ciel salire. | L'avversario si rialzò fino alle stelle e tornò ad attaccare Ruggiero, che era ancora concentrato sul compagno. Il colpo lo scosse e fece arretrare il cavallo, ma, quando cercò di reagire, il mago era ormai di nuovo lontano nel cielo. |
| Ottava 53 Or su Gradasso, or su Ruggier percote ne la fronte, nel petto e ne la schiena, e le botte di quei lascia ognor vote, 420perché è sì presto, che si vede a pena. Girando va con spaziose rote, e quando all’uno accenna, all’altro mena: all’uno e all’altro sì gli occhi abbarbaglia, che non ponno veder donde gli assaglia. | Il cavaliere alato colpiva alternativamente Gradasso e Ruggiero su testa, petto e schiena, mentre entrambi mancavano sempre il bersaglio. Volando velocissimo in ampi cerchi, li confondeva con finte e attacchi improvvisi, impedendo loro di capire da dove sarebbe arrivato. |
| Ottava 54 425Fra duo guerrieri in terra ed uno in cielo la battaglia durò sino a quella ora, che spiegando pel mondo oscuro velo, tutte le belle cose discolora. Fu quel ch’io dico, e non v’aggiungo un pelo: 430io ’l vidi, i’ ’l so: né m’assicuro ancora di dirlo altrui; che questa maraviglia al falso più ch’al ver si rassimiglia. | Il combattimento tra i due guerrieri a terra e il mago in cielo durò fino al tramonto. Il testimone insiste sulla verità della sua storia, benché ammetta che sembra così incredibile da essere facilmente scambiata per una menzogna. |
| Ottava 55 D’un bel drappo di seta avea coperto lo scudo in braccio il cavallier celeste. 435Come avesse, non so, tanto sofferto di tenerlo nascosto in quella veste; ch’immantinente che lo mostra aperto, forza è, ch’il mira, abbarbagliato reste, e cada come corpo morto cade, 440e venga al negromante in potestade. | Il mago teneva coperto con un drappo di seta uno scudo prodigioso. Quando decise di scoprirlo, chiunque ne osservasse lo splendore veniva abbagliato, perdeva i sensi e cadeva inerme nelle sue mani. |
| Ottava 56 Splende lo scudo a guisa di piropo, e luce altra non è tanto lucente. Cadere in terra allo splendor fu d’uopo con gli occhi abbacinati, e senza mente. 445Perdei da lungi anch’io li sensi, e dopo gran spazio mi riebbi finalmente; né più i guerrier né più vidi quel nano, ma vòto il campo, e scuro il monte e il piano. | La luce sprigionata dallo scudo era insostenibile: Gradasso e Ruggiero caddero a terra senza conoscenza. Persino il testimone, che osservava da lontano, svenne; quando rinvenne, non vide più i due combattenti né il nano, e il campo era ormai deserto. |
| Ottava 57 Pensai per questo che l’incantatore 450avesse amendui colti a un tratto insieme, e tolto per virtù de lo splendore la libertade a loro, e a me la speme. Così a quel loco, che chiudea il mio core, dissi, partendo, le parole estreme. 455Or giudicate s’altra pena ria, che causi Amor, può pareggiar la mia. – | L'uomo concluse che il mago avesse catturato entrambi i guerrieri grazie allo scudo incantato. Poiché anche questa speranza era svanita, abbandonò la fortezza e la donna amata, sentendo di non poter subire una pena d'amore più grande. |
| Ottava 58 Ritornò il cavallier nel primo duolo, fatta che n’ebbe la cagion palese. Questo era il conte Pinabel, figliuolo 460d’Anselmo d’Altaripa, maganzese; che tra sua gente scelerata, solo leale esser non volse né cortese, ma ne li vizi abominandi e brutti non pur gli altri adeguò, ma passò tutti. | Terminato il racconto, il cavaliere ricadde nella disperazione. Il narratore rivela il suo nome: è Pinabello, figlio di Anselmo di Altaripa, della stirpe di Maganza, tristemente nota per il tradimento; lui è ancora più sleale dei suoi parenti. |
| Ottava 59 465La bella donna con diverso aspetto stette ascoltando il Maganzese cheta; che come prima di Ruggier fu detto, nel viso si mostrò più che mai lieta: ma quando sentì poi ch’era in distretto, 470turbossi tutta d’amorosa pieta; né per una o due volte contentosse che ritornato a replicar le fosse. | Bradamante ascolta in silenzio, ma il suo volto cambia durante il racconto: quando sente nominare Ruggiero prova gioia, poi paura e dolore sapendo che è prigioniero. Chiede più volte a Pinabello di confermarle i particolari. |
| Ottava 60 E poi ch’al fin le parve esserne chiara, gli disse: – Cavallier, datti riposo, 475che ben può la mia giunta esserti cara, parerti questo giorno aventuroso. Andiam pur tosto a quella stanza avara, che sì ricco tesor ci tiene ascoso; né spesa sarà invan questa fatica, 480se fortuna non m’è troppo nemica. – | Quando si convince che l'amato è davvero nel castello, Bradamante invita Pinabello a riposare e a farsi coraggio. Gli propone di tornare subito alla rocca per liberare Ruggiero, sostenendo che il viaggio non sarà inutile se la fortuna li assisterà. |
| Ottava 61 Rispose il cavallier: – Tu vòi ch’io passi di nuovo i monti, e mostriti la via? A me molto non è perdere i passi, perduta avendo ogni altra cosa mia; 485ma tu per balze e ruinosi sassi cerchi entrar in pregione; e così sia. Non hai di che dolerti di me, poi ch’io tel predico, e tu pur gir vi vòi. – | Pinabello risponde che, avendo perso tutto, non gli importa di camminare ancora, ma la mette in guardia: seguirlo significa cercarsi volontariamente una prigionia. Se insisterà, non potrà poi rimproverargli di non averla avvisata. |
| Ottava 62 Così dice egli, e torna al suo destriero, 490e di quella animosa si fa guida, che si mette a periglio per Ruggiero, che la pigli quel mago o che la ancida. In questo, ecco alle spalle il messaggero, ch’: – Aspetta, aspetta! – a tutta voce grida, 495il messagger da chi il Circasso intese che costei fu ch’all’erba lo distese. | Pinabello si prepara a guidare Bradamante al castello, mentre lei accetta il pericolo pur di ritrovare Ruggiero. In quel momento arriva un messaggero che la richiama gridando e porta notizie urgenti sulla guerra. |
| Ottava 63 A Bradamante il messagger novella di Mompolier e di Narbona porta, ch’alzato gli stendardi di Castella 500avean, con tutto il lito d’Acquamorta; e che Marsilia, non v’essendo quella che la dovea guardar, mal si conforta, e consiglio e soccorso le domanda per questo messo, e se le raccomanda. | Il messaggero comunica che le zone di Montpellier, Narbona e della costa vicina sono minacciate da truppe nemiche, mentre Marsiglia, rimasta senza la sua difensora, ha bisogno di aiuto e le chiede di tornare a proteggerla. |
| Ottava 64 505Questa cittade, e intorno a molte miglia ciò che fra Varo e Rodano al mar siede, avea l’imperator dato alla figlia del duca Amon, in ch’avea speme e fede; però che ’l suo valor con maraviglia 510riguardar suol, quando armeggiar la vede. Or, com’io dico, a domandar aiuto quel messo da Marsilia era venuto. | Carlo aveva affidato a Bradamante la difesa di Marsiglia e di un ampio territorio compreso tra il Varo e il Rodano, fidandosi delle sue grandi capacità militari. Per questo era stato mandato a cercarla il messaggero. |
| Ottava 65 Tra sì e no la giovane suspesa, di voler ritornar dubita un poco: 515quinci l’onore e il debito le pesa, quindi l’incalza l’amoroso foco. Fermasi al fin di seguitar l’impresa, e trar Ruggier de l’incantato loco; e quando sua virtù non possa tanto, 520almen restargli prigioniera a canto. | Bradamante è divisa tra il dovere di difendere la città e l'amore per Ruggiero. Dopo qualche esitazione decide di tentare di liberarlo; se non riuscirà a vincere il mago, preferisce restare prigioniera accanto all'amato. |
| Ottava 66 E fece iscusa tal, che quel messaggio parve contento rimanere e cheto. Indi girò la briglia al suo viaggio, con Pinabel che non ne parve lieto; 525che seppe esser costei di quel lignaggio che tanto ha in odio in publico e in secreto: e già s’avisa le future angosce, se lui per maganzese ella conosce. | La giovane trova una giustificazione che soddisfa il messaggero e riprende il viaggio con Pinabello. Lui però, avendo riconosciuto che Bradamante appartiene alla famiglia rivale dei Chiaramonte, comincia a temere che lei scopra la sua identità di maganzese. |
| Ottava 67 Tra casa di Maganza e di Chiarmonte 530era odio antico e inimicizia intensa; e più volte s’avean rotta la fronte, e sparso di lor sangue copia immensa: e però nel suo cor l’iniquo conte tradir l’incauta giovane si pensa; 535o, come prima commodo gli accada, lasciarla sola, e trovar altra strada. | Tra le famiglie di Maganza e Chiaramonte esiste una faida antica, fatta di battaglie e uccisioni. Per odio e paura, Pinabello decide segretamente di tradire Bradamante, oppure di abbandonarla appena possibile. |
| Ottava 68 E tanto gli occupò la fantasia il nativo odio, il dubbio e la paura, ch’inavedutamente uscì di via: 540e ritrovossi in una selva oscura, che nel mezzo avea un monte che finia la nuda cima in una pietra dura; e la figlia del duca di Dordona gli è sempre dietro, e mai non l’abandona. | Il pensiero del tradimento occupa tanto Pinabello da fargli perdere la strada. I due finiscono in una foresta scura, al cui centro sorge un monte dalla cima rocciosa, mentre Bradamante lo segue senza sospettare nulla. |
| Ottava 69 545Come si vide il Maganzese al bosco, pensò tôrsi la donna da le spalle. Disse: – Prima che ’l ciel torni più fosco, verso un albergo è meglio farsi il calle. Oltra quel monte, s’io lo riconosco, 550siede un ricco castel giù ne la valle. Tu qui m’aspetta; che dal nudo scoglio certificar con gli occhi me ne voglio. – | Pinabello pensa di liberarsi della compagna con un pretesto. Le dice che, oltre il monte, potrebbe trovarsi un castello dove passare la notte; la invita ad aspettarlo mentre sale a controllare il panorama dall'alto. |
| Ottava 70 Così dicendo, alla cima superna del solitario monte il destrier caccia, 555mirando pur s’alcuna via discerna, come lei possa tor da la sua traccia. Ecco nel sasso truova una caverna, che si profonda più di trenta braccia. Tagliato a picchi ed a scarpelli il sasso 560scende giù al dritto, ed ha una porta al basso. | Salendo sul monte, Pinabello cerca un modo per distanziare Bradamante. Scopre una profonda cavità scavata nella roccia, con pareti quasi verticali e un ingresso sul fondo, che potrebbe servirgli per ingannarla. |
| Ottava 71 Nel fondo avea una porta ampla e capace, ch’in maggior stanza largo adito dava; e fuor n’uscìa splendor, come di face ch’ardesse in mezzo alla montana cava. 565Mentre quivi il fellon suspeso tace, la donna, che da lungi il seguitava (perché perderne l’orme si temea), alla spelonca gli sopragiungea. | Dal fondo della grotta si vede una porta che conduce a un ambiente più grande, illuminato da una luce simile a quella di una torcia. Mentre Pinabello osserva il luogo, Bradamante lo raggiunge, per paura di perderne le tracce. |
| Ottava 72 Poi che si vide il traditore uscire, 570quel ch’avea prima disegnato, invano, o da sé torla, o di farla morire, nuovo argumento imaginossi e strano. Le si fe’ incontra, e su la fe’ salire là dove il monte era forato e vano; 575e le disse ch’avea visto nel fondo una donzelIa di viso giocondo. | Poiché non può più allontanarla semplicemente, Pinabello escogita un nuovo inganno. Le racconta di aver scorto nella caverna una giovane bellissima e di nobile aspetto, che sembrava aver bisogno di soccorso. |
| Ottava 73 Ch’a’ bei sembianti ed alla ricca vesta esser parea di non ignobil grado; ma quanto più potea turbata e mesta, 580mostrava esservi chiusa suo mal grado: e per saper la condizion di questa, ch’avea già cominciato a entrar nel guado; e ch’era uscito de l’interna grotta un che dentro a furor l’avea ridotta. | Pinabello aggiunge che la ragazza pareva trattenuta contro la sua volontà e che dalla grotta era uscito un uomo minaccioso. Bradamante, animata dal desiderio di salvare una persona in pericolo, crede immediatamente a questa storia. |
| Ottava 74 585Bradamante, che come era animosa, così mal cauta, a Pinabel diè fede; e d’aiutar la donna, disiosa, si pensa come por colà giù il piede. Ecco d’un olmo alla cima frondosa 590volgendo gli occhi, un lungo ramo vede; e con la spada quel subito tronca, e lo declina giù ne la spelonca. | Coraggiosa ma poco sospettosa, Bradamante decide di calarsi nella grotta. Taglia con la spada un lungo ramo di olmo e lo dispone come sostegno per la discesa, chiedendo a Pinabello di sorreggerne un'estremità. |
| Ottava 75 Dove è tagliato, in man lo raccomanda a Pinabello, e poscia a quel s’apprende: 595prima giù i piedi ne la tana manda, e su le braccia tutta si suspende. Sorride Pinabello, e le domanda come ella salti; e le man apre e stende, dicendole: – Qui fosser teco insieme 600tutti li tuoi, ch’io ne spegnessi il seme! – | Bradamante affida il ramo a Pinabello e comincia a scendere sospendendosi con le braccia. Il traditore sorride, le chiede sarcasticamente di saltare e poi lascia la presa, augurandosi di poter sterminare con lei tutta la famiglia dei Chiaramonte. |
| Ottava 76 Non come volse Pinabello avvenne de l’innocente giovane la sorte; perché, giù diroccando a ferir venne prima nel fondo il ramo saldo e forte. 605Ben si spezzò, ma tanto la sostenne, che ’l suo favor la liberò da morte. Giacque stordita la donzella alquanto, come io vi seguirò ne l’altro canto. | Il piano di Pinabello non provoca però la morte di Bradamante: il ramo cade prima di lei, si spezza e attutisce l'urto, salvandola. La giovane rimane stordita sul fondo della cavità; il poeta rimanda al canto seguente il racconto della sua sorte. |