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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto primo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
5seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
Canto le donne e i cavalieri, le guerre e gli amori, i costumi cortesi e le imprese audaci avvenuti quando i Mori attraversarono il mare dall’Africa e devastarono la Francia, seguendo la collera del loro giovane re Agramante, che voleva vendicare su Carlo Magno la morte del padre Troiano.
Ottava 2
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
10cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
15me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Racconterò anche una vicenda mai narrata prima: Orlando, un tempo ritenuto saggio, per amore perse il senno. Spero che la donna amata, che mi ha reso quasi come lui e consuma a poco a poco il mio ingegno, me ne lasci abbastanza da portare a termine l’opera promessa.
Ottava 3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
20e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.
Voi, Ippolito, nobile discendente di Ercole e splendore del nostro tempo, vogliate accogliere il dono che il vostro umile servitore può offrirvi. Posso ripagarvi solo in parte con le parole e la scrittura; non rimproveratemi se vi do poco, perché vi dono tutto ciò che posso.
Ottava 4
25Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
30vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.
Tra gli eroi che mi preparo a celebrare ascolterete anche di Ruggiero, antico capostipite vostro e dei vostri illustri antenati. Vi racconterò il suo valore e le sue imprese, se vorrete ascoltarmi e concedere ai miei versi un po’ di spazio fra i vostri alti pensieri.
Ottava 5
Orlando, che gran tempo innamorato
fu de la bella Angelica, e per lei
35in India, in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti ed immortal trofei,
in Ponente con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
40re Carlo era attendato alla campagna,
Orlando era innamorato da tempo della bellissima Angelica. Per lei aveva compiuto imprese memorabili in lontani paesi orientali; poi era rientrato con lei in Occidente, raggiungendo l’accampamento di Carlo Magno e delle truppe francesi e tedesche presso i Pirenei.
Ottava 6
per far al re Marsilio e al re Agramante
battersi ancor del folle ardir la guancia,
d’aver condotto, l’un, d’Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
45l’altro, d’aver spinta la Spagna inante
a destruzion del bel regno di Francia.
E così Orlando arrivò quivi a punto:
ma tosto si pentì d’esservi giunto:
Carlo voleva punire l’audacia dei due re nemici: Agramante, che aveva mobilitato dall’Africa uomini capaci di combattere, e Marsilio, che aveva condotto le forze della Spagna contro la Francia. Orlando giunse proprio al momento di quello scontro, ma se ne pentì subito.
Ottava 7
Che vi fu tolta la sua donna poi:
50ecco il giudicio uman come spesso erra!
Quella che dagli esperi ai liti eoi
avea difesa con sì lunga guerra,
or tolta gli è fra tanti amici suoi,
senza spada adoprar, ne la sua terra.
55Il savio imperator, ch’estinguer volse
un grave incendio, fu che gli la tolse.
Infatti gli fu sottratta Angelica. Quanto sbagliano spesso le previsioni umane! Dopo averla difesa combattendo in paesi lontanissimi, Orlando la perde in patria, in mezzo agli amici, senza neppure poter usare la spada: è lo stesso Carlo Magno a togliergliela per prevenire una pericolosa discordia.
Ottava 8
Nata pochi dì inanzi era una gara
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
che entrambi avean per la bellezza rara
60d’amoroso disio l’animo caldo.
Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n’era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera;
Pochi giorni prima era nata una rivalità fra Orlando e suo cugino Rinaldo, entrambi perdutamente innamorati di Angelica. Carlo, temendo che il loro litigio indebolisse l’esercito, sottrasse la ragazza a entrambi e la affidò alla custodia del duca di Baviera.
Ottava 9
65in premio promettendola a quel d’essi,
ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,
degl’infideli più copia uccidessi,
e di sua man prestasse opra più grata.
Contrari ai voti poi furo i successi;
70ch’in fuga andò la gente battezzata,
e con molti altri fu ’l duca prigione,
e restò abbandonato il padiglione.
L’imperatore promise che Angelica sarebbe stata il premio di chi, fra Orlando e Rinaldo, avesse dimostrato maggiore valore uccidendo più nemici nella battaglia. Le cose però andarono al contrario dei suoi desideri: i cristiani furono sconfitti, il duca venne fatto prigioniero e il suo padiglione rimase senza difesa.
Ottava 10
Dove, poi che rimase la donzella
ch’esser dovea del vincitor mercede,
75inanzi al caso era salita in sella,
e quando bisognò le spalle diede,
presaga che quel giorno esser rubella
dovea Fortuna alla cristiana fede:
entrò in un bosco, e ne la stretta via
80rincontrò un cavallier ch’a piè venìa.
Angelica, destinata al vincitore, aveva intuito prima degli altri che la sorte sarebbe stata contraria ai cristiani. Salì a cavallo e, quando si presentò il pericolo, fuggì. Entrata in una foresta, incontrò in uno stretto sentiero un cavaliere che procedeva a piedi.
Ottava 11
Indosso la corazza, l’elmo in testa,
la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
e più leggier correa per la foresta,
ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo.
85Timida pastorella mai sì presta
non volse piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse,
che del guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse.
Il cavaliere indossava armatura, elmo, spada e scudo, ma correva velocissimo fra gli alberi. Angelica, appena lo vide, si voltò spaventata con la rapidità di chi fugge davanti a un serpente velenoso: non voleva essere raggiunta da lui.
Ottava 12
Era costui quel paladin gagliardo,
90figliuol d’Amon, signor di Montalbano,
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
per strano caso uscito era di mano.
Come alla donna egli drizzò lo sguardo,
riconobbe, quantunque di lontano,
95l’angelico sembiante e quel bel volto
ch’all’amorose reti il tenea involto.
Era Rinaldo, figlio di Amone e signore di Montalbano, rimasto poco prima senza il suo cavallo Baiardo. Anche da lontano riconobbe il volto di Angelica, la donna che continuava a tenerlo prigioniero della passione amorosa.
Ottava 13
La donna il palafreno a dietro volta,
e per la selva a tutta briglia il caccia;
né per la rara più che per la folta,
100la più sicura e miglior via procaccia:
ma pallida, tremando, e di sé tolta,
lascia cura al destrier che la via faccia.
Di sù di giù, ne l’alta selva fiera
tanto girò, che venne a una riviera.
Angelica invertì la direzione del cavallo e lo lanciò a briglia sciolta nella foresta. Non cercava il percorso migliore: pallida, tremante e sconvolta, lasciava all’animale la scelta della strada. Dopo aver vagato a lungo fra gli alberi, arrivò presso un corso d’acqua.
Ottava 14
105Su la riviera Ferraù trovosse
di sudor pieno e tutto polveroso.
Da la battaglia dianzi lo rimosse
un gran disio di bere e di riposo;
e poi, mal grado suo, quivi fermosse,
110perché, de l’acqua ingordo e frettoloso,
l’elmo nel fiume si lasciò cadere,
né l’avea potuto anco riavere.
Sulla riva c’era Ferraù, un cavaliere saraceno stanco e coperto di polvere e sudore. Aveva lasciato il combattimento per bere e riposare; poi, mentre beveva avidamente, aveva lasciato cadere l’elmo nell’acqua e non era ancora riuscito a recuperarlo.
Ottava 15
Quanto potea più forte, ne veniva
gridando la donzella ispaventata.
115A quella voce salta in su la riva
il Saracino, e nel viso la guata;
e la conosce subito ch’arriva,
ben che di timor pallida e turbata,
e sien più dì che non n’udì novella,
120che senza dubbio ell’è Angelica bella.
Angelica arrivò gridando per la paura. Ferraù balzò sulla riva, la guardò e, pur vedendola pallida e sconvolta e non avendone notizie da tempo, riconobbe immediatamente la bellissima giovane.
Ottava 16
E perché era cortese, e n’avea forse
non men de’ dui cugini il petto caldo,
l’aiuto che potea tutto le porse,
pur come avesse l’elmo, ardito e baldo:
125trasse la spada, e minacciando corse
dove poco di lui temea Rinaldo.
Più volte s’eran già non pur veduti,
m’al paragon de l’arme conosciuti.
Ferraù era cortese e probabilmente innamorato di Angelica quanto Orlando e Rinaldo. Decise quindi di difenderla nonostante fosse privo dell’elmo: impugnò la spada, avanzò minacciosamente verso Rinaldo e lo affrontò. I due si erano già misurati più volte in battaglia.
Ottava 17
Cominciar quivi una crudel battaglia,
130come a piè si trovar, coi brandi ignudi:
non che le piastre e la minuta maglia,
ma ai colpi lor non reggerian gl’incudi.
Or, mentre l’un con l’altro si travaglia,
bisogna al palafren che ’l passo studi;
135che quanto può menar de le calcagna,
colei lo caccia al bosco e alla campagna.
Ferraù e Rinaldo iniziarono un duello violentissimo, entrambi a piedi e con le spade sguainate. I loro colpi erano tanto potenti che nemmeno un’incudine avrebbe resistito. Mentre i due combattevano, Angelica approfittava della distrazione per allontanarsi rapidamente a cavallo.
Ottava 18
Poi che s’affaticar gran pezzo invano
i dui guerrier per por l’un l’altro sotto,
quando non meno era con l’arme in mano
140questo di quel, né quel di questo dotto;
fu primiero il signor di Montalbano,
ch’al cavallier di Spagna fece motto,
sì come quel ch’ha nel cuor tanto fuoco,
che tutto n’arde e non ritrova loco.
Dopo aver combattuto a lungo senza ottenere alcun vantaggio, perché entrambi erano maestri nelle armi, fu Rinaldo a rivolgersi per primo all’avversario. La passione per Angelica lo tormentava al punto da impedirgli di restare tranquillo.
Ottava 19
145Disse al pagan: – Me sol creduto avrai,
e pur avrai te meco ancora offeso:
se questo avvien perché i fulgenti rai
del nuovo sol t’abbino il petto acceso,
di farmi qui tardar che guadagno hai?
150che quando ancor tu m’abbi morto o preso,
non però tua la bella donna fia;
che, mentre noi tardiam, se ne va via.
Rinaldo osservò che Ferraù, come lui, si era messo a combattere nella speranza di conquistare Angelica; eppure, anche se uno dei due avesse vinto, la ragazza non sarebbe stata sua, perché intanto stava fuggendo lontano.
Ottava 20
Quanto fia meglio, amandola tu ancora,
che tu le venga a traversar la strada,
155a ritenerla e farle far dimora,
prima che più lontana se ne vada!
Come l’avremo in potestate, allora
di chi esser de’ si provi con la spada:
non so altrimenti, dopo un lungo affanno,
160che possa riuscirci altro che danno. –
Rinaldo propose quindi una soluzione più sensata: sospendere il duello e inseguire insieme Angelica. Se l’avessero raggiunta, avrebbero poi deciso a chi spettasse; continuare a combattere in quel momento avrebbe soltanto favorito la fuga della donna amata.
Ottava 21
Al pagan la proposta non dispiacque:
così fu differita la tenzone;
e tal tregua tra lor subito nacque,
sì l’odio e l’ira va in oblivione,
165che ’l pagano al partir da le fresche acque
non lasciò a piedi il buon figliuol d’Amone:
con preghi invita, ed al fin toglie in groppa,
e per l’orme d’Angelica galoppa.
Ferraù accettò la proposta e i due interruppero lo scontro. Non avendo un cavallo, Rinaldo chiese all’avversario di portarlo con sé; Ferraù lo fece salire in groppa e partirono insieme sulle tracce di Angelica.
Ottava 22
Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
170Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi.
175Da quattro sproni il destrier punto arriva
ove una strada in due si dipartiva.
Il poeta ammira ironicamente la generosità degli antichi cavalieri: due rivali, appartenenti a religioni diverse e appena reduci da un duello, cavalcano sullo stesso cavallo. Arrivarono a un bivio, dove non era chiaro quale strada Angelica avesse preso.
Ottava 23
E come quei che non sapean se l’una
o l’altra via facesse la donzella
(però che senza differenza alcuna
180apparia in amendue l’orma novella),
si messero ad arbitrio di fortuna,
Rinaldo a questa, il Saracino a quella.
Pel bosco Ferraù molto s’avvolse,
e ritrovossi al fine onde si tolse.
Non sapendo quale percorso avesse scelto la ragazza, i due si separarono e presero vie diverse, affidandosi alla fortuna. Ferraù vagò a lungo nel bosco, ma finì per tornare esattamente al punto da cui era partito.
Ottava 24
185Pur si ritrova ancor su la rivera,
là dove l’elmo gli cascò ne l’onde.
Poi che la donna ritrovar non spera,
per aver l’elmo che ’l fiume gli asconde,
in quella parte onde caduto gli era
190discende ne l’estreme umide sponde:
ma quello era sì fitto ne la sabbia,
che molto avrà da far prima che l’abbia.
Si ritrovò presso il fiume in cui aveva perso l’elmo. Decise di cercarlo nuovamente: scese nell’acqua e tentò di smuovere il fondo, ma l’elmo era rimasto così profondamente incastrato nella sabbia che recuperarlo sembrava difficilissimo.
Ottava 25
Con un gran ramo d’albero rimondo,
di ch’avea fatto una pertica lunga,
195tenta il fiume e ricerca sino al fondo,
né loco lascia ove non batta e punga.
Mentre con la maggior stizza del mondo
tanto l’indugio suo quivi prolunga,
vede di mezzo il fiume un cavalliero
200insino al petto uscir, d’aspetto fiero.
Ferraù tagliò un grosso ramo e lo usò come una lunga pertica per sondare il fondo. Mentre insisteva con quel tentativo, vide apparire dal centro del fiume una figura armata, immersa nell’acqua fino al petto e dall’aspetto minaccioso.
Ottava 26
Era, fuor che la testa, tutto armato,
ed avea un elmo ne la destra mano:
avea il medesimo elmo che cercato
da Ferraù fu lungamente invano.
205A Ferraù parlò come adirato,
e disse: – Ah mancator di fé, marano!
perché di lasciar l’elmo anche t’aggrevi,
che render già gran tempo mi dovevi?
La figura indossava le armi, tranne l’elmo che teneva in mano, e rimproverò Ferraù per la sua slealtà. Gli chiese perché si ostinasse a recuperare l’elmo caduto, quando da molto tempo avrebbe dovuto mantenere una promessa e restituirne un altro.
Ottava 27
Ricordati, pagan, quando uccidesti
210d’Angelica il fratel (che son quell’io),
dietro all’altr’arme tu mi promettesti
gittar fra pochi dì l’elmo nel rio.
Or se Fortuna (quel che non volesti
far tu) pone ad effetto il voler mio,
215non ti turbare; e se turbar ti déi,
turbati che di fé mancato sei.
L’apparizione si presentò come il fratello di Angelica, ucciso da Ferraù. Ricordò che il saraceno, dopo averlo sconfitto, gli aveva promesso di gettare nel fiume il suo elmo dopo quattro giorni e di procurarsene un altro. Ora era quella promessa infranta, non la perdita accidentale, a doverlo turbare.
Ottava 28
Ma se desir pur hai d’un elmo fino,
trovane un altro, ed abbil con più onore;
un tal ne porta Orlando paladino,
220un tal Rinaldo, e forse anco migliore:
l’un fu d’Almonte, e l’altro di Mambrino:
acquista un di quei dui col tuo valore;
e questo, ch’hai già di lasciarmi detto,
farai bene a lasciarmi con effetto. –
Lo spirito aggiunse che Ferraù, se desiderava un elmo prestigioso, avrebbe dovuto conquistarselo con un’impresa degna di un cavaliere; e gli ricordò che non doveva più trattenere per sé l’elmo promesso al morto.
Ottava 29
225All’apparir che fece all’improvviso
de l’acqua l’ombra, ogni pelo arricciossi,
e scolorossi al Saracino il viso;
la voce, ch’era per uscir, fermossi.
Udendo poi da l’Argalia, ch’ucciso
230quivi avea già (che l’Argalia nomossi)
la rotta fede così improverarse,
di scorno e d’ira dentro e di fuor arse.
Ferraù si spaventò alla vista improvvisa dell’ombra uscita dall’acqua e si sentì umiliato dall’accusa di non aver rispettato la parola data. Alla vergogna si unì la rabbia, perché il rimprovero era giusto e non poteva essere negato.
Ottava 30
Né tempo avendo a pensar altra scusa,
e conoscendo ben che ’l ver gli disse,
235restò senza risposta a bocca chiusa;
ma la vergogna il cor sì gli trafisse,
che giurò per la vita di Lanfusa
non voler mai ch’altro elmo lo coprisse,
se non quel buono che già in Aspramonte
240trasse dal capo Orlando al fiero Almonte.
Non avendo scuse, Ferraù dichiarò che non si sarebbe più preoccupato del vecchio elmo e che ne avrebbe cercato uno più degno: quello di Orlando, oppure quello che Orlando aveva sottratto ad Almonte ad Aspramonte.
Ottava 31
E servò meglio questo giuramento,
che non avea quell’altro fatto prima.
Quindi si parte tanto malcontento,
che molti giorni poi si rode e lima.
245Sol di cercare è il paladino intento
di qua di là, dove trovarlo stima.
Altra ventura al buon Rinaldo accade,
che da costui tenea diverse strade.
Questa volta Ferraù mantenne il giuramento con maggiore determinazione di quanto avesse fatto in passato. Lasciò la riva e partì per conquistare il nuovo elmo; intanto la narrazione si sposta alle avventure di Rinaldo, che aveva seguito una strada diversa.
Ottava 32
Non molto va Rinaldo, che si vede
250saltare inanzi il suo destrier feroce:
– Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede!
che l’esser senza te troppo mi nuoce. –
Per questo il destrier sordo, a lui non riede
anzi più se ne va sempre veloce.
255Segue Rinaldo, e d’ira si distrugge:
ma seguitiamo Angelica che fugge.
Rinaldo incontrò improvvisamente il proprio cavallo Baiardo, ma non riuscì a fermarlo: l’animale, anziché lasciarsi prendere, continuava a sfuggirgli. Rinaldo lo inseguì furiosamente; il poeta interrompe questo episodio per tornare ad Angelica.
Ottava 33
Fugge tra selve spaventose e scure,
per lochi inabitati, ermi e selvaggi.
Il mover de le frondi e di verzure,
260che di cerri sentia, d’olmi e di faggi,
fatto le avea con subite paure
trovar di qua di là strani viaggi;
ch’ad ogni ombra veduta o in monte o in valle,
temea Rinaldo aver sempre alle spalle.
Angelica cavalcava attraverso foreste oscure, isolate e selvagge, per luoghi dove quasi nessuno passava. Il rumore delle foglie e dei rami la spaventava: a ogni ombra temeva di vedere Rinaldo, convinta che potesse comparire alle sue spalle.
Ottava 34
265Qual pargoletta o damma o capriuola,
che tra le fronde del natio boschetto
alla madre veduta abbia la gola
stringer dal pardo, o aprirle ’l fianco o ’l petto,
di selva in selva dal crudel s’invola,
270e di paura trema e di sospetto:
ad ogni sterpo che passando tocca,
esser si crede all’empia fera in bocca.
Il poeta paragona Angelica a un piccolo animale del bosco che, dopo aver visto una belva divorare la propria madre, fugge terrorizzato. Così anche lei si allarmava ogni volta che un ramo o un cespuglio la sfiorava, credendo che il nemico stesse per afferrarla.
Ottava 35
Quel dì e la notte a mezzo l’altro giorno
s’andò aggirando, e non sapeva dove.
275Trovossi al fin in un boschetto adorno,
che lievemente la fresca aura muove.
Duo chiari rivi, mormorando intorno,
sempre l’erbe vi fan tenere e nuove;
e rendea ad ascoltar dolce concento,
280rotto tra picciol sassi, il correr lento.
La giovane vagò per tutto il giorno, per la notte e per una parte del giorno seguente, senza sapere dove andare. Alla fine giunse in un luogo piacevole, attraversato da un ruscello limpido che scorreva lentamente fra piccoli sassi producendo un suono rilassante.
Ottava 36
Quivi parendo a lei d’esser sicura
e lontana a Rinaldo mille miglia,
da la via stanca e da l’estiva arsura,
di riposare alquanto si consiglia:
285tra’ fiori smonta, e lascia alla pastura
andare il palafren senza la briglia;
e quel va errando intorno alle chiare onde,
che di fresca erba avean piene le sponde.
Credendosi ormai al sicuro e molto lontana da Rinaldo, Angelica decise di fermarsi. Smontò, tolse le briglie al cavallo e lo lasciò pascolare liberamente sull’erba fresca vicino all’acqua.
Ottava 37
Ecco non lungi un bel cespuglio vede
290di prun fioriti e di vermiglie rose,
che de le liquide onde al specchio siede,
chiuso dal sol fra l’alte querce ombrose;
così voto nel mezzo, che concede
fresca stanza fra l’ombre più nascose:
295e la foglia coi rami in modo è mista,
che ’l sol non v’entra, non che minor vista.
Nelle vicinanze vide un fitto cespuglio di rovi fioriti e rose rosse. I rami si intrecciavano così strettamente da formare un riparo nel quale quasi non penetrava la luce del sole e dal quale non era possibile vedere facilmente chi vi si trovasse.
Ottava 38
Dentro letto vi fan tenere erbette,
ch’invitano a posar chi s’appresenta.
La bella donna in mezzo a quel si mette,
300ivi si corca ed ivi s’addormenta.
Ma non per lungo spazio così stette,
che un calpestio le par che venir senta:
cheta si leva e appresso alla riviera
vede ch’armato un cavallier giunt’era.
All’interno il terreno era coperto da erbe morbide, simili a un letto naturale. Angelica si coricò e riposò; in seguito, risvegliandosi, vide arrivare presso il ruscello un cavaliere armato e rimase nascosta per osservarlo.
Ottava 39
305Se gli è amico o nemico non comprende:
tema e speranza il dubbio cor le scuote;
e di quella aventura il fine attende,
né pur d’un sol sospir l’aria percuote.
Il cavalliero in riva al fiume scende
310sopra l’un braccio a riposar le gote;
e in un suo gran pensier tanto penètra,
che par cangiato in insensibil pietra.
La donna non capiva se il nuovo arrivato fosse amico o nemico e provava insieme paura e speranza. Il cavaliere scese da cavallo, si sedette sulla riva appoggiando il volto a una mano e sprofondò nei suoi pensieri, immobile come una statua.
Ottava 40
Pensoso più d’un’ora a capo basso
stette, Signore, il cavallier dolente;
315poi cominciò con suono afflitto e lasso
a lamentarsi sì soavemente,
ch’avrebbe di pietà spezzato un sasso,
una tigre crudel fatta clemente.
Sospirante piangea, tal ch’un ruscello
320parean le guance, e ’l petto un Mongibello.
Il cavaliere rimase per oltre un’ora con la testa china. Poi iniziò a lamentarsi con voce triste e dolcissima, tanto commovente che avrebbe intenerito persino un essere spietato. Piangeva senza sosta: il suo volto sembrava attraversato da ruscelli di lacrime e il petto bruciava di passione come un vulcano.
Ottava 41
– Pensier (dicea) che ’l cor m’agghiacci ed ardi,
e causi il duol che sempre il rode e lima,
che debbo far, poi ch’io son giunto tardi,
e ch’altri a corre il frutto è andato prima?
325a pena avuto io n’ho parole e sguardi,
ed altri n’ha tutta la spoglia opima.
Se non ne tocca a me frutto né fiore,
perché affligger per lei mi vuo’ più il core?
L’uomo si rivolse al pensiero amoroso che lo faceva soffrire: era arrivato troppo tardi e temeva che un altro avesse già ottenuto l’amore di Angelica. Lui non aveva ricevuto quasi nulla, mentre il rivale aveva forse conquistato tutto. Si domandava quindi perché dovesse continuare a tormentarsi per una donna che non poteva avere.
Ottava 42
La verginella è simile alla rosa,
330ch’in bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura si riposa,
né gregge né pastor se le avvicina;
l’aura soave e l’alba rugiadosa,
l’acqua, la terra al suo favor s’inchina:
335gioveni vaghi e donne inamorate
amano averne e seni e tempie ornate.
Il cavaliere paragona una giovane vergine a una rosa ancora attaccata alla pianta: finché resta intatta nel proprio giardino, tutti la ammirano, la natura sembra proteggerla e molti desiderano ornarsi della sua bellezza. Il paragone riflette l’idea di purezza e prestigio femminile propria del personaggio e della sua epoca.
Ottava 43
Ma non sì tosto dal materno stelo
rimossa viene e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
340favor, grazia e bellezza, tutto perde.
La vergine che ’l fior, di che più zelo
che de’ begli occhi e de la vita aver de’,
lascia altrui corre, il pregio ch’avea inanti
perde nel cor di tutti gli altri amanti.
Ma, continua il suo ragionamento, una rosa recisa perde presto freschezza e attrattiva. Allo stesso modo, secondo lui, una giovane che abbia donato a qualcuno la propria verginità perderebbe il valore speciale che le attribuivano gli altri corteggiatori: è il giudizio geloso del personaggio, non una verità del narratore da accettare.
Ottava 44
345Sia Vile agli altri, e da quel solo amata
a cui di sé fece sì larga copia.
Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata!
trionfan gli altri, e ne moro io d’inopia.
Dunque esser può che non mi sia più grata?
350dunque io posso lasciar mia vita propia?
Ah più tosto oggi manchino i dì miei,
ch’io viva più, s’amar non debbo lei! –
Il cavaliere desidera che Angelica sia amata soltanto dall’uomo a cui si è concessa. Si lamenta contro la fortuna che riserva agli altri le gioie amorose e a lui soltanto privazioni; per la disperazione dice che preferirebbe morire anziché vivere senza poter amare Angelica.
Ottava 45
Se mi domanda alcun chi costui sia,
che versa sopra il rio lacrime tante,
355io dirò ch’egli è il re di Circassia,
quel d’amor travagliato Sacripante;
io dirò ancor, che di sua pena ria
sia prima e sola causa essere amante,
è pur un degli amanti di costei:
360e ben riconosciuto fu da lei.
Il poeta rivela l’identità del cavaliere che piange accanto al ruscello: è Sacripante, re di Circassia e uno dei numerosi innamorati di Angelica. La donna lo riconosce mentre ascolta le sue lamentele dall’interno del cespuglio.
Ottava 46
Appresso ove il sol cade, per suo amore
venuto era dal capo d’Oriente;
che seppe in India con suo gran dolore,
come ella Orlando sequitò in Ponente:
365poi seppe in Francia che l’imperatore
sequestrata l’avea da l’altra gente,
per darla all’un de’ duo che contra il Moro
più quel giorno aiutasse i Gigli d’oro.
Sacripante era venuto dall’estremo Oriente fino alle regioni occidentali per amore di Angelica. Aveva saputo che lei aveva seguito Orlando in Francia e successivamente che Carlo Magno l’aveva affidata a una custodia, promettendola al guerriero che avesse aiutato maggiormente i cristiani contro i Mori.
Ottava 47
Stato era in campo, e inteso avea di quella
370rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo:
cercò vestigio d’Angelica bella,
né potuto avea ancora ritrovarlo.
Questa è dunque la trista e ria novella
che d’amorosa doglia fa penarlo,
375affligger, lamentare, e dir parole
che di pietà potrian fermare il sole.
Sacripante aveva partecipato alla guerra e conosceva la sconfitta dell’esercito di Carlo. Da allora cercava disperatamente Angelica senza riuscire a trovarla, ed era proprio l’incertezza sulla sua sorte a spingerlo alle lacrime e ai lamenti.
Ottava 48
Mentre costui così s’affligge e duole,
e fa degli occhi suoi tepida fonte,
e dice queste e molte altre parole,
380che non mi par bisogno esser racconte;
l’aventurosa sua fortuna vuole
ch’alle orecchie d’Angelica sian conte:
e così quel ne viene a un’ora, a un punto,
ch’in mille anni o mai più non è raggiunto.
Mentre continuava a piangere e a parlare del suo dolore, la fortuna fece in modo che Angelica ascoltasse tutto. Sacripante stava per ottenere in un istante una possibilità che forse non avrebbe avuto neppure dopo anni di ricerca.
Ottava 49
385Con molta attenzion la bella donna
al pianto, alle parole, al modo attende
di colui ch’in amarla non assonna;
né questo è il primo dì ch’ella l’intende:
ma dura e fredda più d’una colonna,
390ad averne pietà non però scende,
come colei c’ha tutto il mondo a sdegno,
e non le par ch’alcun sia di lei degno.
Angelica osservò con attenzione le lacrime e le parole del suo ammiratore: sapeva già da tempo che Sacripante l’amava profondamente. Tuttavia non si commosse; orgogliosa e indifferente agli innamorati, riteneva che nessun uomo fosse davvero degno di lei.
Ottava 50
Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola
le fa pensar di tor costui per guida;
395che chi ne l’acqua sta fin alla gola
ben è ostinato se mercé non grida.
Se questa occasione or se l’invola,
non troverà mai più scorta sì fida;
ch’a lunga prova conosciuto inante
400s’avea quel re fedel sopra ogni amante.
Trovarsi sola in un bosco pericoloso, però, la spinse a considerare Sacripante come possibile accompagnatore e protettore. Non voleva perdere un’occasione tanto favorevole, perché conosceva già la lealtà e la fedeltà con cui quel re aveva cercato di servirla.
Ottava 51
Ma non però disegna de l’affanno
che lo distrugge alleggierir chi l’ama,
e ristorar d’ogni passato danno
con quel piacer ch’ogni amator più brama:
405ma alcuna fizione, alcuno inganno
di tenerlo in speranza ordisce e trama;
tanto ch’a quel bisogno se ne serva,
poi torni all’uso suo dura e proterva.
Angelica non intendeva ricambiare il sentimento del cavaliere, né concedergli ciò che desiderava. Pensò invece di alimentare le sue speranze con qualche finzione, approfittare del suo aiuto per uscire dal pericolo e poi tornare distante e altera come prima.
Ottava 52
E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco
410fa di sé bella ed improvvisa mostra,
come di selva o fuor d’ombroso speco
Diana in scena o Citerea si mostra;
e dice all’apparir: – Pace sia teco;
teco difenda Dio la fama nostra,
415e non comporti, contra ogni ragione,
ch’abbi di me sì falsa opinione. –
La giovane uscì improvvisamente dal cespuglio, splendida come una dea che appare sulla scena. Salutò Sacripante e lo pregò di non credere alle dicerie sul suo conto, invocando la protezione di Dio sulla propria reputazione.
Ottava 53
Non mai con tanto gaudio o stupor tanto
levò gli occhi al figliuolo alcuna madre,
ch’avea per morto sospirato e pianto,
420poi che senza esso udì tornar le squadre;
con quanto gaudio il Saracin, con quanto
stupor l’alta presenza e le leggiadre
maniere, e il vero angelico sembiante,
improviso apparir si vide inante.
Sacripante rimase stupito e felicissimo alla vista inaspettata di Angelica. Il poeta paragona la sua gioia a quella di una madre che, dopo aver creduto morto il figlio in guerra, lo vede improvvisamente tornare vivo.
Ottava 54
425Pieno di dolce e d’amoroso affetto,
alla sua donna, alla sua diva corse,
che con le braccia al collo il tenne stretto,
quel ch’al Catai non avria fatto forse.
Al patrio regno, al suo natio ricetto,
430seco avendo costui, l’animo torse:
subito in lei s’avviva la speranza
di tosto riveder sua ricca stanza.
Il re corse verso Angelica pieno d’affetto e la accolse con entusiasmo. La sua presenza gli restituì immediatamente la speranza di poterla amare e di rivedere la felicità che aveva tanto desiderato.
Ottava 55
Ella gli rende conto pienamente
dal giorno che mandato fu da lei
435a domandar soccorso in Oriente
al re de’ Sericani e Nabatei;
e come Orlando la guardò sovente
da morte, da disnor, da casi rei:
e che ’l fior virginal così avea salvo,
440come se lo portò del materno alvo.
Angelica gli raccontò ciò che le era accaduto dall’ultima volta che si erano separati, cercando di convincerlo di aver custodito intatta la propria verginità nonostante le avventure attraversate e la vicinanza di Orlando.
Ottava 56
Forse era ver, ma non però credibile
a chi del senso suo fosse signore;
ma parve facilmente a lui possibile,
ch’era perduto in via più grave errore.
445Quel che l’uom vede, Amor gli fa invisibiIe,
e l’invisibil fa vedere Amore.
Questo creduto fu; che ’l miser suole
dar facile credenza a quel che vuole.
Il poeta osserva che la dichiarazione di Angelica poteva anche essere vera, ma risultava difficile da credere a una persona imparziale. Sacripante, invece, la accettò subito: chi desidera intensamente qualcosa tende a credere con facilità alle parole che gli danno speranza.
Ottava 57
– Se mal si seppe il cavallier d’Anglante
450pigliar per sua sciocchezza il tempo buono,
il danno se ne avrà; che da qui inante
nol chiamerà Fortuna a sì gran dono
(tra sé tacito parla Sacripante):
ma io per imitarlo già non sono,
455che lasci tanto ben che m’è concesso,
e ch’a doler poi m’abbia di me stesso.
Sacripante ragionò tra sé che Orlando, se aveva lasciato passare un’occasione così favorevole, doveva essere stato sciocco. Egli non voleva commettere lo stesso errore: la vicinanza di Angelica gli sembrava un’opportunità che non poteva lasciarsi sfuggire.
Ottava 58
Corrò la fresca e matutina rosa,
che, tardando, stagion perder potria.
So ben ch’a donna non si può far cosa
460che più soave e più piacevol sia,
ancor che se ne mostri disdegnosa,
e talor mesta e flebil se ne stia:
non starò per repulsa o finto sdegno,
ch’io non adombri e incarni il mio disegno. –
Il re decise di cogliere quella che definiva la rosa fresca del mattino prima che il tempo ne diminuisse la bellezza. Pensò di ottenere ciò che desiderava anche se la donna avesse mostrato resistenza o un rifiuto apparentemente simulato: il suo progetto esprime una volontà di possesso, non il consenso di Angelica.
Ottava 59
465Così dice egli; e mentre s’apparecchia
al dolce assalto, un gran rumor che suona
dal vicin bosco gl’intruona l’orecchia,
sì che mal grado l’impresa abbandona:
e si pon l’elmo (ch’avea usanza vecchia
470di portar sempre armata la persona),
viene al destriero e gli ripon la briglia,
rimonta in sella e la sua lancia piglia.
Mentre Sacripante si preparava ad agire, un forte rumore lo interruppe. Infastidito, dovette rinunciare al proprio proposito immediato; tornò al cavallo, gli rimise le briglie, montò in sella e prese la lancia.
Ottava 60
Ecco pel bosco un cavallier venire,
il cui sembiante è d’uom gagliardo e fiero:
475candido come nieve è il suo vestire,
un bianco pennoncello ha per cimiero.
Re Sacripante, che non può patire
che quel con l’importuno suo sentiero
gli abbia interrotto il gran piacer ch’avea,
480con vista il guarda disdegnosa e rea.
Dal bosco apparve un altro cavaliere, forte e dall’aspetto minaccioso. Sacripante lo guardò con rabbia e disprezzo, perché il suo arrivo aveva interrotto il momento in cui sperava di restare solo con Angelica.
Ottava 61
Come è più appresso, lo sfida a battaglia;
che crede ben fargli votar l’arcione.
Quel che di lui non stimo già che vaglia
un grano meno, e ne fa paragone,
485l’orgogliose minacce a mezzo taglia,
sprona a un tempo, e la lancia in resta pone.
Sacripante ritorna con tempesta,
e corronsi a ferir testa per testa.
Quando lo sconosciuto si avvicinò, Sacripante lo sfidò convinto di poterlo abbattere facilmente. L’altro non si lasciò intimidire, rispose con fermezza e si preparò all’assalto: entrambi spronarono i cavalli e avanzarono con le lance puntate.
Ottava 62
Non si vanno i leoni o i tori in salto
490a dar di petto, ad accozzar sì crudi,
sì come i duo guerrieri al fiero assalto,
che parimente si passar li scudi.
Fe’ lo scontro tremar dal basso all’alto
l’erbose valli insino ai poggi ignudi;
495e ben giovò che fur buoni e perfetti
gli osberghi sì, che lor salvaro i petti.
I due cavalieri si scontrarono con una violenza superiore a quella di due leoni o due tori che cozzano frontalmente. Le loro lance attraversarono gli scudi e l’urto fece tremare il terreno circostante; solo la solidità delle armature impedì che rimanessero gravemente feriti al petto.
Ottava 63
Già non fero i cavalli un correr torto,
anzi cozzaro a guisa di montoni:
quel del guerrier pagan morì di corto,
500ch’era vivendo in numero de’ buoni:
quell’altro cadde ancor, ma fu risorto
tosto ch’al fianco si sentì gli sproni.
Quel del re saracin restò disteso
adosso al suo signor con tutto il peso.
Anche i cavalli si urtarono direttamente. Quello di Sacripante morì nel combattimento e rovinò a terra addosso al padrone; il cavallo dello sconosciuto cadde a sua volta, ma riuscì a rialzarsi appena sentì gli speroni del cavaliere.
Ottava 64
505L’incognito campion che restò ritto,
e vide l’altro col cavallo in terra,
stimando avere assai di quel conflitto,
non si curò di rinovar la guerra;
ma dove per la selva è il camin dritto,
510correndo a tutta briglia si disserra;
e prima che di briga esca il pagano,
un miglio o poco meno è già lontano.
Il combattente sconosciuto, rimasto in piedi, giudicò sufficiente il risultato dello scontro. Non volle proseguire la battaglia e ripartì rapidamente nella foresta; prima ancora che Sacripante potesse liberarsi, era già lontano quasi un miglio.
Ottava 65
Qual istordito e stupido aratore,
poi ch’è passato il fulmine, si leva
515di là dove l’altissimo fragore
appresso ai morti buoi steso l’aveva;
che mira senza fronde e senza onore
il pin che di lontan veder soleva:
tal si levò il pagano a piè rimaso,
520Angelica presente al duro caso.
Sacripante si rialzò stordito come un contadino colpito dallo spavento dopo che un fulmine è caduto vicino ai suoi animali, lasciando tutto devastato. La vergogna era maggiore perché Angelica aveva assistito alla sua sconfitta.
Ottava 66
Sospira e geme, non perché l’annoi
che piede o braccio s’abbi rotto o mosso,
ma per vergogna sola, onde a’ dì suoi
né pria né dopo il viso ebbe sì rosso:
525e più, ch’oltre il cader, sua donna poi
fu che gli tolse il gran peso d’adosso.
Muto restava, mi cred’io, se quella
non gli rendea la voce e la favella.
Il re sospirava e gemeva non per eventuali ferite a braccia o gambe, ma per l’umiliazione subita. Non ricordava di aver mai arrossito tanto; inoltre era stata proprio Angelica ad aiutarlo a liberarsi dal peso del cavallo caduto sopra di lui. Senza le parole della donna sarebbe rimasto muto.
Ottava 67
– Deh! (diss’ella) signor, non vi rincresca!
530che del cader non è la colpa vostra,
ma del cavallo, a cui riposo ed esca
meglio si convenia che nuova giostra.
Né perciò quel guerrier sua gloria accresca
che d’esser stato il perditor dimostra:
535così, per quel ch’io me ne sappia, stimo,
quando a lasciare il campo è stato primo. –
Angelica lo consolò dicendo che la colpa della caduta era del cavallo, ormai bisognoso di riposo e di cibo, e non della sua abilità. Aggiunse che lo sconosciuto non aveva motivo di vantarsi, perché era stato il primo ad allontanarsi dal campo, quasi si considerasse sconfitto.
Ottava 68
Mentre costei conforta il Saracino,
ecco col corno e con la tasca al fianco,
galoppando venir sopra un ronzino
540un messagger che parea afflitto e stanco;
che come a Sacripante fu vicino,
gli domandò se con un scudo bianco
e con un bianco pennoncello in testa
vide un guerrier passar per la foresta.
Mentre Angelica cercava di rassicurarlo, arrivò al galoppo un messaggero stanco, con il corno e la borsa da viaggio. Si avvicinò a Sacripante e gli domandò se avesse visto passare un cavaliere con uno scudo bianco e un pennacchio bianco sull’elmo.
Ottava 69
545Rispose Sacripante: – Come vedi,
m’ha qui abbattuto, e se ne parte or ora;
e perch’io sappia chi m’ha messo a piedi,
fa che per nome io lo conosca ancora. –
Ed egli a lui: – Di quel che tu mi chiedi
550io ti satisfarò senza dimora:
tu dei saper che ti levò di sella
l’alto valor d’una gentil donzella.
Sacripante rispose che quel cavaliere lo aveva appena disarcionato ed era andato via. Volendo conoscere l’identità di chi lo aveva sconfitto, chiese al messaggero di dirgli il nome; l’uomo accettò di rispondere subito.
Ottava 70
Ella è gagliarda ed è più bella molto;
né il suo famoso nome anco t’ascondo:
555fu Bradamante quella che t’ha tolto
quanto onor mai tu guadagnasti al mondo. –
Poi ch’ebbe così detto, a freno sciolto
il Saracin lasciò poco giocondo,
che non sa che si dica o che si faccia,
560tutto avvampato di vergogna in faccia.
Il messaggero spiegò che il combattente era tanto valoroso quanto bello e rivelò che si trattava di Bradamante, una giovane donna. Sacripante comprese così di essere stato sconfitto da una guerriera e arrossì ancora di più per la vergogna.
Ottava 71
Poi che gran pezzo al caso intervenuto
ebbe pensato invano, e finalmente
si trovò da una femina abbattuto,
che pensandovi più, più dolor sente;
565montò l’altro destrier, tacito e muto:
e senza far parola, chetamente
tolse Angelica in groppa, e differilla
a più lieto uso, a stanza più tranquilla.
Dopo aver rimuginato a lungo sulla disfatta, tanto più dolorosa ai suoi occhi perché inflitta da una donna, Sacripante si rimise in viaggio in silenzio. Prese Angelica sul proprio cavallo di riserva e rinviò a un momento più favorevole i progetti amorosi che nutriva.
Ottava 72
Non furo iti due miglia, che sonare
570odon la selva che li cinge intorno,
con tal rumore e strepito, che pare
che triemi la foresta d’ogn’intorno;
e poco dopo un gran destrier n’appare,
d’oro guernito e riccamente adorno,
575che salta macchie e rivi, ed a fracasso
arbori mena e ciò che vieta il passo.
Non avevano percorso neppure due miglia quando un enorme frastuono fece tremare il bosco. Apparve un magnifico cavallo riccamente bardato, che saltava fossi e cespugli e abbatteva tutto ciò che ostacolava il suo passaggio.
Ottava 73
– Se l’intricati rami e l’aer fosco,
(disse la donna) agli occhi non contende,
Baiardo è quel destrier ch’in mezzo il bosco
580con tal rumor la chiusa via si fende.
Questo è certo Baiardo, io ’l riconosco:
deh, come ben nostro bisogno intende!
ch’un sol ronzin per dui saria mal atto,
e ne viene egli a satisfarci ratto. –
Angelica riconobbe Baiardo, il cavallo di Rinaldo, e lo disse a Sacripante. Osservò con sollievo che l’animale arrivava proprio al momento opportuno, perché il loro unico cavallo non era adatto a trasportare due persone per lungo tempo.
Ottava 74
585Smonta il Circasso ed al destrier s’accosta,
e si pensava dar di mano al freno.
Colle groppe il destrier gli fa risposta,
che fu presto al girar come un baleno;
ma non arriva dove i calci apposta:
590misero il cavallier se giungea a pieno!
che nei calci tal possa avea il cavallo,
ch’avria spezzato un monte di metallo.
Sacripante smontò e tentò di afferrare Baiardo per la briglia, ma il cavallo gli rispose con un calcio rapidissimo. Per fortuna il colpo andò a vuoto: la sua forza era tanto grande che avrebbe potuto persino spezzare una massa di metallo.
Ottava 75
Indi va mansueto alla donzella,
con umile sembiante e gesto umano,
595come intorno al padrone il can saltella,
che sia duo giorni o tre stato lontano.
Baiardo ancora avea memoria d’ella,
ch’in Albracca il servia già di sua mano
nel tempo che da lei tanto era amato
600Rinaldo, allor crudele, allor ingrato.
Baiardo si avvicinò invece docilmente ad Angelica, come un cane festoso che rivede il padrone dopo una lunga assenza. Il cavallo ricordava infatti che in passato la donna lo aveva accudito ad Albracca, quando amava Rinaldo mentre lui la respingeva.
Ottava 76
Con la sinistra man prende la briglia,
con l’altra tocca e palpa il collo e ’l petto:
quel destrier, ch’avea ingegno a maraviglia,
a lei, come un agnel, si fa suggetto.
605Intanto Sacripante il tempo piglia:
monta Baiardo e l’urta e lo tien stretto.
Del ronzin disgravato la donzella
lascia la groppa, e si ripone in sella.
Angelica prese le briglie con una mano e accarezzò il collo e il petto di Baiardo con l’altra. L’animale, straordinariamente intelligente, si lasciò guidare senza difficoltà; Sacripante ne approfittò per montare su Baiardo, mentre Angelica tornò a sedere sull’altro cavallo.
Ottava 77
Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira
610venir sonando d’arme un gran pedone.
Tutta s’avvampa di dispetto e d’ira,
che conosce il figliuol del duca Amone.
Più che sua vita l’ama egli e desira;
l’odia e fugge ella più che gru falcone.
615Già fu ch’esso odiò lei più che la morte;
ella amò lui: or han cangiato sorte.
Guardandosi casualmente intorno, Angelica vide arrivare a piedi un cavaliere armato e riconobbe con rabbia Rinaldo, figlio di Amone. Lui la amava più di ogni altra cosa, mentre lei lo detestava e fuggiva da lui. Un tempo, invece, i loro sentimenti erano stati esattamente opposti.
Ottava 78
E questo hanno causato due fontane
che di diverso effetto hanno liquore,
ambe in Ardenna, e non sono lontane:
620d’amoroso disio l’una empie il core;
chi bee de l’altra, senza amor rimane,
e volge tutto in ghiaccio il primo ardore.
Rinaldo gustò d’una, e amor lo strugge;
Angelica de l’altra, e l’odia e fugge.
La causa di quel capovolgimento erano due fontane magiche nella foresta delle Ardenne. L’acqua dell’una fa innamorare chi la beve; quella dell’altra cancella l’amore e lo trasforma in indifferenza o avversione. Rinaldo aveva bevuto alla prima e Angelica alla seconda.
Ottava 79
625Quel liquor di secreto venen misto,
che muta in odio l’amorosa cura,
fa che la donna che Rinaldo ha visto,
nei sereni occhi subito s’oscura;
e con voce tremante e viso tristo
630supplica Sacripante e lo scongiura
che quel guerrier più appresso non attenda,
ma ch’insieme con lei la fuga prenda.
L’effetto dell’acqua che spegne l’amore fece perdere immediatamente il sorriso ad Angelica quando vide Rinaldo. Con il volto turbato e la voce tremante, supplicò Sacripante di non aspettarlo e di fuggire insieme a lei prima che il cavaliere si avvicinasse.
Ottava 80
– Son dunque (disse il Saracino), sono
dunque in sì poco credito con vui,
635che mi stimiate inutile e non buono
da potervi difender da costui?
Le battaglie d’Albracca già vi sono
di mente uscite, e la notte ch’io fui
per la salute vostra, solo e nudo,
640contra Agricane e tutto il campo, scudo? –
Sacripante reagì con orgoglio: chiese ad Angelica se avesse così poca fiducia in lui da considerarlo incapace di difenderla. Le ricordò le battaglie affrontate ad Albracca e una notte in cui, per proteggerla, aveva sfidato da solo e senza adeguata protezione Agricane e il suo esercito.
Ottava 81
Non risponde ella, e non sa che si faccia,
perché Rinaldo ormai l’è troppo appresso,
che da lontan al Saracin minaccia,
come vide il cavallo e conobbe esso,
645e riconohbe l’angelica faccia
che l’amoroso incendio in cor gli ha messo.
Quel che seguì tra questi duo superbi
vo’ che per l’altro canto si riserbi.
Angelica non rispose, perché Rinaldo era ormai vicinissimo. Lui minacciava Sacripante e aveva riconosciuto Baiardo e il volto della donna che alimentava la sua passione. Il poeta sospende il racconto proprio prima dello scontro tra i due cavalieri e rimanda al canto seguente.