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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto sedicesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Gravi pene in amor si provan molte,
di che patito io n’ho la maggior parte,
e quelle in danno mio sì ben raccolte,
ch’io ne posso parlar come per arte.
5Però s’io dico e s’ho detto altre volte,
e quando in voce e quando in vive carte,
ch’un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero,
date credenza al mio giudicio vero.
Il poeta afferma di aver sofferto molte delle pene provocate dall’amore e di conoscerle quindi per esperienza diretta. Chiede al lettore di fidarsi del suo giudizio quando distingue le sofferenze più sopportabili da quelle veramente insopportabili.
Ottava 2
Io dico e dissi, e dirò fin ch’io viva,
10che chi si truova in degno laccio preso,
se ben di sé vede sua donna schiva,
se in tutto aversa al suo desire acceso;
se bene Amor d’ogni mercede il priva,
poscia che ’l tempo e la fatica ha speso;
15pur ch’altamente abbia locato il core,
pianger non de’, se ben languisce e muore.
Chi ama una persona degna, sostiene Ariosto, non deve lamentarsi nemmeno se l’amata lo respinge e non ricompensa i suoi sforzi. Anche l’amore infelice ha una sua nobiltà quando il cuore è stato affidato a qualcuno che merita davvero di essere amato.
Ottava 3
Pianger de’ quel che già sia fatto servo
di duo vaghi occhi e d’una bella treccia,
sotto cui si nasconda un cor protervo,
20che poco puro abbia con molta feccia.
Vorria il miser fuggire; e come cervo
ferito, ovunque va, porta la freccia:
ha di se stesso e del suo amor vergogna,
né l’osa dire, e invan sanarsi agogna.
Merita invece compassione chi si innamora di un bel volto che nasconde un animo corrotto. Vorrebbe liberarsi, ma porta sempre con sé il dolore come un cervo che fugge senza riuscire a estrarre la freccia ricevuta. Si vergogna della passione e non osa confessarla.
Ottava 4
25In questo caso è il giovene Grifone,
che non si può emendare, e il suo error vede,
vede quanto vilmente il suo cor pone
in Orrigille iniqua e senza fede;
pur dal mal uso è vinta la ragione,
30e pur l’arbitrio all’appetito cede:
perfida sia quantunque, ingrata e ria,
sforzato è di cercar dove ella sia.
Questa è proprio la condizione di Grifone. Sa che Orrigille è sleale, vede chiaramente il proprio errore e comprende di essersi innamorato indegnamente. Tuttavia l’abitudine e il desiderio sono più forti della ragione: per quanto lei lo tradisca, egli non riesce a smettere di cercarla.
Ottava 5
Dico, la bella istoria ripigliando,
ch’uscì de la città secretamente,
35né parlarne s’ardì col fratel, quando
ripreso invan da lui ne fu sovente.
Verso Rama, a sinistra declinando,
prese la via più piana e più corrente.
Fu in sei giorni a Damasco di Soria;
40indi verso Antiochia se ne gìa.
Riprendendo la vicenda interrotta, Ariosto racconta che Grifone lascia Gerusalemme di nascosto, senza confidarsi con il fratello Aquilante, che lo aveva già rimproverato per quell’amore. Prende la strada più agevole, attraversa Rama, giunge a Damasco dopo sei giorni e prosegue verso Antiochia.
Ottava 6
Scontrò presso a Damasco il cavalliero
a cui donato aveva Orrigille il core:
e convenian di rei costumi in vero,
come ben si convien l’erba col fiore;
45che l’uno e l’altro era di cor leggiero,
perfido l’uno e l’altro e traditore;
e copria l’uno e l’altro il suo difetto,
con danno altrui, sotto cortese aspetto.
Vicino a Damasco Grifone incontra per caso il cavaliere al quale Orrigille ha concesso il proprio amore. I due amanti sono degni l’uno dell’altra per la loro falsità: entrambi sono incostanti, traditori e capaci di mascherare con modi cortesi le intenzioni disoneste.
Ottava 7
Come io vi dico, il cavallier venìa
50s’un gran destrier con molta pompa armato:
la perfida Orrigille in compagnia,
in un vestire azzur d’oro fregiato,
e duo valletti, donde si servia
a portar elmo e scudo, aveva allato;
55come quel che volea con bella mostra
comparire in Damasco ad una giostra.
Il cavaliere viaggia su un magnifico cavallo ed è armato con grande eleganza. Con lui ci sono Orrigille, vestita d’azzurro e oro, e due servitori che portano elmo e scudo. Il gruppo vuole presentarsi in modo splendido a una giostra che si terrà a Damasco.
Ottava 8
Una splendida festa che bandire
fece il re di Damasco in quelli giorni,
era cagion di far quivi venire
60i cavallier quanto potean più adorni.
Tosto che la puttana comparire
vede Grifon, ne teme oltraggi e scorni:
sa che l’amante suo non è sì forte,
che contra lui l’abbia a campar da morte.
Il re di Damasco ha infatti organizzato una festa sontuosa alla quale accorrono cavalieri riccamente equipaggiati. Quando Orrigille riconosce Grifone, teme che il suo tradimento venga scoperto e che il nuovo amante, inferiore al paladino per forza, possa essere ucciso.
Ottava 9
65Ma sì come audacissima e scaltrita,
ancor che tutta di paura trema,
s’acconcia il viso, e sì la voce aita,
che non appar in lei segno di tema.
Col drudo avendo già l’astuzia ordita,
70corre, e fingendo una letizia estrema,
verso Grifon l’aperte braccia tende,
lo stringe al collo, e gran pezzo ne pende.
Benché spaventata, Orrigille controlla abilmente il volto e la voce in modo da non mostrare alcun timore. Dopo essersi accordata con il compagno, corre incontro a Grifone fingendo una gioia immensa, gli getta le braccia al collo e lo abbraccia a lungo.
Ottava 10
Dopo, accordando affettuosi gesti
alla suavità de le parole,
75dicea piangendo: – Signor mio, son questi
debiti premi a chi t’adora e cole?
che sola senza te già un anno resti,
e va per l’altro, e ancor non te ne duole?
E s’io stava aspettare il suo ritorno,
80non so se mai veduto avrei quel giorno!
Con lacrime e parole affettuose, la donna rimprovera Grifone per averla lasciata sola quasi due anni. Gli domanda se questo sia il premio dovuto a chi lo ama e afferma che, se avesse continuato ad aspettarlo nella città in cui l’aveva abbandonata, forse non lo avrebbe mai più rivisto.
Ottava 11
Quando aspettava che di Nicosia,
dove tu te n’andasti alla gran corte,
tornassi a me che con la febbre ria
lasciata avevi in dubbio de la morte,
85intesi che passato eri in Soria:
il che a patir mi fu sì duro e forte,
che non sapendo come io ti seguissi,
quasi il cor di man propria mi traffissi.
Orrigille racconta che, mentre aspettava il suo ritorno da Nicosia, dove lui sarebbe andato a corte, aveva saputo che Grifone era partito per la Siria. Poiché si trovava ancora malata, aveva sofferto tanto da desiderare quasi di togliersi la vita, non sapendo come raggiungerlo.
Ottava 12
Ma Fortuna di me con doppio dono
90mostra d’aver, quel che non hai tu, cura:
mandommi il fratel mio, col quale io sono
sin qui venuta del mio onor sicura;
ed or mi manda questo incontro buono
di te, ch’io stimo sopra ogni aventura:
95e bene a tempo il fa; che più tardando,
morta sarei, te, signor mio, bramando. –
La donna sostiene allora che la fortuna, più premurosa di Grifone, le abbia mandato suo fratello per accompagnarla senza compromettere il suo onore. E proprio adesso le avrebbe fatto incontrare l’uomo amato: se fosse arrivato più tardi, dice, la nostalgia l’avrebbe uccisa.
Ottava 13
E seguitò la donna fraudolente,
di cui l’opere fur più che di volpe,
la sua querela così astutamente,
100che riversò in Grifon tutte le colpe.
Gli fa stimar colui, non che parente,
ma che d’un padre seco abbia ossa e polpe:
e con tal modo sa tesser gl’inganni,
che men verace par Luca e Giovanni.
Orrigille racconta le proprie menzogne con tale abilità che finisce per attribuire a Grifone tutte le colpe. Gli fa credere che l’uomo che la accompagna sia davvero suo fratello, simile a lei perché nato dagli stessi genitori. Ariosto ironizza dicendo che le sue invenzioni sembrano persino più convincenti dei Vangeli.
Ottava 14
105Non pur di sua perfidia non riprende
Grifon la donna iniqua più che bella;
non pur vendetta di colui non prende,
che fatto s’era adultero di quella:
ma gli par far assai, se si difende
110che tutto il biasmo in lui non riversi ella;
e come fosse suo cognato vero,
d’accarezzar non cessa il cavalliero.
Grifone non rimprovera più Orrigille e non punisce il rivale che l’ha tradito con lei. Anzi, deve difendersi dalle accuse che la donna gli rivolge come se fosse lui ad averla offesa. Tratta con ogni riguardo il falso cognato, persuaso dell’inganno.
Ottava 15
E con lui se ne vien verso le porte
di Damasco, e da lui sente tra via,
115che là dentro dovea splendida corte
tenere il ricco re de la Soria;
e ch’ognun quivi, di qualunque sorte,
o sia cristiano, o d’altra legge sia,
dentro e di fuori ha la città sicura
120per tutto il tempo che la festa dura.
Grifone accompagna dunque la coppia verso Damasco. L’altro cavaliere gli riferisce che il ricco sovrano siriano terrà una festa aperta a tutti e che, per l’intera durata delle celebrazioni, sarà garantita la sicurezza a chiunque entri o esca dalla città, cristiano o di altra religione.
Ottava 16
Non però son di seguitar sì intento
l’istoria de la perfida Orrigille,
ch’a’ giorni suoi non pur un tradimento
fatto agli amanti avea, ma mille e mille;
125ch’io non ritorni a riveder dugento
mila persone, o più de le scintille
del fuoco stuzzicato, ove alle mura
di Parigi facean danno e paura.
Ariosto lascia temporaneamente Orrigille, che ha già tradito innumerevoli volte i propri amanti, e torna all’assedio di Parigi. Sulle mura e davanti alle porte sono raccolti centinaia di migliaia di uomini, in una battaglia così grande che i combattenti vengono paragonati alle scintille di un fuoco alimentato dal vento.
Ottava 17
Io vi lasciai, come assaltato avea
130Agramante una porta de la terra,
che trovar senza guardia si credea:
né più riparo altrove il passo serra;
perché in persona Carlo la tenea,
ed avea seco i mastri de la guerra,
135duo Guidi, duo Angelini; uno Angeliero,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.
Il poeta ricorda che Agramante ha attaccato una porta che immaginava poco difesa, ma vi ha trovato Carlo Magno in persona. L’imperatore è accompagnato da importanti paladini e comandanti, fra cui i due Guidi, i due Angelini, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.
Ottava 18
Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante
l’un stuolo e l’altro si vuol far vedere,
ove gran loda, ove mercé abondante
140si può acquistar, facendo il suo dovere.
I Mori non però fer pruove tante,
che par ristoro al danno abbiano avere;
perché ve ne restar morti parecchi,
ch’agli altri fur di folle audacia specchi.
Davanti ai rispettivi re, sia i cristiani sia i saraceni cercano di dimostrare il proprio valore, sperando nella gloria o in una morte onorevole. Ma gli attaccanti musulmani subiscono perdite così gravi che i loro risultati militari non possono compensarle; i caduti diventano un monito per gli altri.
Ottava 19
145Grandine sembran le spesse saette
dal muro sopra gli nimici sparte.
Il grido insin al ciel paura mette,
che fa la nostra e la contraria parte.
Ma Carlo un poco ed Agramante aspette;
150ch’io vo’ cantar de l’africano Marte,
Rodomonte terribile ed orrendo,
che va per mezzo la città correndo.
Dalle mura piove sui nemici una grandine di frecce, mentre le urla dei due eserciti salgono fino al cielo. Ariosto sospende per un momento il racconto dello scontro fra Carlo e Agramante per seguire Rodomonte, il terribile guerriero africano che sta correndo attraverso la città.
Ottava 20
Non so, Signor, se più vi ricordiate,
di questo Saracin tanto sicuro,
155che morte le sue genti avea lasciate
tra il secondo riparo e ’l primo muro,
da la rapace fiamma devorate,
che non fu mai spettacolo più oscuro.
Dissi ch’entrò d’un salto ne la terra
160sopra la fossa che la cinge e serra.
Il narratore ricorda che Rodomonte era entrato a Parigi saltando il fossato tra le difese, mentre i suoi soldati vi morivano bruciati. Quella strage, avvenuta tra il primo muro e il secondo riparo, era stata uno spettacolo spaventoso; adesso il guerriero si trova all’interno della città.
Ottava 21
Quando fu noto il Saracino atroce
all’arme istrane, alla scagliosa pelle,
là dove i vecchi e ’l popul men feroce
tendean l’orecchie a tutte le novelle,
165levossi un pianto, un grido, un’alta voce,
con un batter di man ch’andò alle stelle;
e chi poté fuggir non vi rimase,
per serrarsi ne’ templi e ne le case.
Quando gli abitanti riconoscono Rodomonte dalla strana armatura e dalla pelle scagliosa che indossa, il panico si diffonde. Vecchi e persone incapaci di combattere si mettono a gridare e a piangere, cercando rifugio nelle case e nelle chiese, se riescono ad allontanarsi in tempo.
Ottava 22
Ma questo a pochi il brando rio conciede,
170ch’intorno ruota il Saracin robusto.
Qui fa restar con mezza gamba un piede,
là fa un capo sbalzar lungi dal busto;
l’un tagliare a traverso se gli vede,
dal capo all’anche un altro fender giusto:
175e di tanti ch’uccide, fere e caccia,
non se gli vede alcun segnare in faccia.
Rodomonte però impedisce a molti di fuggire. Fa roteare la spada con violenza, amputando gambe e braccia, separando teste dai corpi e abbattendo chiunque incontri. Nonostante tutti gli uomini che uccide o ferisce, nessuno riesce a colpirlo al volto.
Ottava 23
Quel che la tigre de l’armento imbelle
ne’ campi ircani o là vicino al Gange,
o ’l lupo de le capre e de l’agnelle
180nel monte che Tifeo sotto si frange;
quivi il crudel pagan facea di quelle
non dirò squadre, non dirò falange,
ma vulgo e populazzo voglio dire,
degno, prima che nasca, di morire.
Il poeta paragona l’assalto del saraceno a quello di una tigre contro un gregge indifeso o di un lupo fra capre e agnelli. Le sue vittime non sono nemmeno soldati organizzati, ma gente comune: Ariosto ne descrive ironicamente l’impotenza davanti alla furia del guerriero.
Ottava 24
185Non ne trova un che veder possa in fronte,
fra tanti che ne taglia, fora e svena.
Per quella strada che vien dritto al ponte
di san Michel, sì popolata e piena,
corre il fiero e terribil Rodomonte,
190e la sanguigna spada a cerco mena:
non riguarda né al servo né al signore,
né al giusto ha più pietà ch’al peccatore.
Rodomonte non incontra nessuno abbastanza valoroso da affrontarlo faccia a faccia. Percorre la strada affollata che conduce al ponte di San Michele, colpendo alla cieca. Non distingue fra servi e signori, innocenti e colpevoli, e non mostra pietà per nessuno.
Ottava 25
Religion non giova al sacerdote,
né la innocenza al pargoletto giova:
195per sereni occhi o per vermiglie gote
mercé né donna né donzella truova:
la vecchiezza si caccia e si percuote;
né quivi il Saracin fa maggior pruova
di gran valor, che di gran crudeltade;
200che non discerne sesso, ordine, etade.
Il carattere sacrilego e crudele dell’assalto si manifesta nel fatto che non sono risparmiati nemmeno sacerdoti, bambini, donne e anziani. La bellezza, l’innocenza e la religione non ottengono alcuna misericordia. Rodomonte dimostra soprattutto ferocia, perché non distingue sesso, età o condizione.
Ottava 26
Non pur nel sangue uman l’ira si stende
de l’empio re, capo e signor degli empi,
ma contra i tetti ancor, sì che n’incende
le belle case e i profanati tempi.
205Le case eran, per quel che se n’intende,
quasi tutte di legno in quelli tempi:
e ben creder si può; ch’in Parigi ora
de le diece le sei son così ancora.
La sua rabbia non si accontenta del sangue degli abitanti. Il guerriero incendia anche case e luoghi sacri; il fuoco si propaga facilmente perché, come osserva il narratore, a quell’epoca molti edifici di Parigi erano ancora costruiti in legno.
Ottava 27
Non par, quantunque il fuoco ogni cosa arda,
210che sì grande odio ancor saziar si possa.
Dove s’aggrappi con le mani, guarda,
sì che ruini un tetto ad ogni scossa.
Signor, avete a creder che bombarda
mai non vedeste a Padova sì grossa,
215che tanto muro possa far cadere,
quanto fa in una scossa il re d’Algiere.
Nemmeno le fiamme sembrano placare l’odio di Rodomonte. Afferra parti delle abitazioni e le scuote fino a farne crollare i tetti. Ariosto paragona la sua forza a quella di una gigantesca bombarda, più capace di demolire muri di qualsiasi arma d’assedio vista dal suo destinatario a Padova.
Ottava 28
Mentre quivi col ferro il maledetto
e con le fiamme facea tanta guerra,
se di fuor Agramante avesse astretto,
220perduta era quel dì tutta la terra.
ma non v’ebbe agio; che gli fu interdetto
dal paladin che venìa d’Inghilterra
col populo alle spalle inglese e scotto,
dal Silenzio e da l’angelo condotto.
Se Agramante avesse potuto stringere l’assedio mentre Rodomonte distruggeva la città dall’interno, Parigi sarebbe caduta in quel giorno. Ma il re saraceno viene fermato dall’arrivo del paladino Rinaldo, giunto dall’Inghilterra con soldati inglesi e scozzesi, guidato in segreto dal Silenzio e da una protezione angelica.
Ottava 29
225Dio volse che all’entrar che Rodomonte
fe’ ne la terra, e tanto fuoco accese,
che presso ai muri il fior di Chiaramonte,
Rinaldo, giunse, e seco il campo inglese.
Tre leghe sopra avea gittato il ponte,
230e torte vie da man sinistra prese;
che disegnando i barbari assalire,
il fiume non l’avesse ad impedire.
La Provvidenza fa arrivare Rinaldo proprio quando Rodomonte entra nella città e appicca i primi incendi. Il paladino ha attraversato la Senna più a monte, a tre leghe di distanza, e ha seguito una strada laterale per attaccare i saraceni senza essere ostacolato dal fiume.
Ottava 30
Mandato avea seimila fanti arcieri
sotto l’altiera insegna d’Odoardo,
235e duomila cavalli, e più, leggieri
dietro alla guida d’Ariman gagliardo;
e mandati gli avea per li sentieri
che vanno e vengon dritto al mar picardo,
ch’a porta San Martino e San Dionigi
240entrassero a soccorso di Parigi.
Rinaldo manda avanti seimila arcieri a piedi sotto il comando di Edoardo e oltre duemila cavalieri leggeri guidati da Arimanno. Devono raggiungere Parigi per i sentieri che conducono verso la Piccardia e soccorrere la città dalle porte di San Martino e San Dionigi.
Ottava 31
I cariaggi e gli altri impedimenti
con lor fece drizzar per questa strada.
Egli con tutto il resto de le genti
più sopra andò girando la contrada.
245Seco avean navi e ponti ed argumenti
da passar Senna che non ben si guada.
Passato ognuno, e dietro i ponti rotti,
ne le lor schiere ordinò Inglesi e Scotti.
Per la stessa strada Rinaldo invia i carriaggi e le altre attrezzature. Con il grosso dell’esercito compie invece un giro più ampio e attraversa la Senna utilizzando barche, ponti e strumenti preparati per il passaggio. Dopo aver fatto rompere i ponti alle proprie spalle, dispone Inglesi e Scozzesi in formazione di battaglia.
Ottava 32
Ma prima quei baroni e capitani
250Rinaldo intorno avendosi ridutti,
sopra la riva ch’alta era dai piani
sì, che poteano udirlo e veder tutti,
disse: – Signor, ben a levar le mani
avete a Dio, che qui v’abbia condutti,
255acciò, dopo un brevissimo sudore,
sopra ogni nazion vi doni onore.
Rinaldo riunisce i baroni e i capitani su un’altura, dove tutti possano vederlo e ascoltarlo. Li invita a ringraziare Dio per averli condotti fin lì e assicura che, dopo un breve sforzo militare, potranno conquistare un onore superiore a quello di molti altri popoli.
Ottava 33
Per voi saran dui principi salvati,
se levate l’assedio a quelle porte:
il vostro re, che voi sete ubligati
260da servitù difendere e da morte;
ed uno imperator de’ più lodati
che mai tenuto al mondo abbiano corte;
e con loro altri re, duci e marchesi,
signori e cavallier di più paesi.
Egli spiega che liberare Parigi significherebbe salvare due grandi sovrani: il re al quale gli Inglesi devono fedeltà e l’imperatore Carlo Magno, fra i più celebri del mondo. Verrebbero sottratti al pericolo anche numerosi principi, nobili, signori e cavalieri di molti paesi.
Ottava 34
265Sì che, salvando una città, non soli
Parigini ubligati vi saranno,
che molto più che per li propri duoli,
timidi, afflitti e sbigottiti stanno
per le lor mogli e per li lor figliuoli
270ch’a un medesmo pericolo seco hanno,
e per le sante vergini richiuse,
ch’oggi non sien dei voti lor deluse:
Non saranno riconoscenti soltanto quei sovrani. Gli abitanti di Parigi vivono nel terrore soprattutto per la sorte di mogli e figli, esposti allo stesso pericolo, e per le religiose consacrate a Dio, che potrebbero subire violenze. Il soccorso dell’esercito libererebbe anche tutti loro.
Ottava 35
dico, salvando voi questa cittade,
v’ubligate non solo i Parigini,
275ma d’ogn’intorno tutte le contrade.
Non parlo sol dei populi vicini;
ma non è terra per Cristianitade,
che non abbia qua dentro cittadini:
sì che, vincendo, avete da tenere
280che più che Francia v’abbia obligo avere.
Rinaldo aggiunge che il beneficio non riguarda soltanto la capitale: a Parigi si trovano uomini e famiglie provenienti da quasi ogni regione cristiana. Se l’assedio sarà spezzato, la gratitudine arriverà da territori ben più vasti della sola Francia.
Ottava 36
Se donavan gli antiqui una corona
a chi salvasse a un cittadin la vita,
or che degna mercede a voi si dona,
salvando multitudine infinita?
285Ma se da invidia o da viltà sì buona
e sì santa opra rimarrà impedita,
credetemi che prese quelle mura,
né Italia né Lamagna anco è sicura;
Gli antichi, continua il paladino, offrivano una corona a chi salvava un solo cittadino: quale premio meriterebbe allora chi ne salva un numero incalcolabile? Se invece l’impresa fallisse per invidia o codardia, dopo Parigi sarebbero minacciate anche l’Italia, la Germania e le altre regioni cristiane.
Ottava 37
né qualunque altra parte ove s’adori
290quel che volse per noi pender sul legno.
Né voi crediate aver lontani i Mori,
né che pel mar sia forte il vostro regno:
che s’altre volte quelli, uscendo fuori
di Zibeltaro e de l’Erculeo segno,
295riportar prede da l’isole vostre,
che faranno or, s’avran le terre nostre?
Nessuna terra che veneri Cristo potrebbe sentirsi al sicuro. Gli Inglesi, in particolare, non devono credere che il mare basti a difendere la loro isola: se i Mori sono già riusciti in passato a oltrepassare lo stretto di Gibilterra e a compiere razzie, sarebbero ancora più pericolosi conquistando stabilmente la Francia.
Ottava 38
Ma quando ancor nessuno onor, nessuno
util v’inanimasse a questa impresa,
commun debito è ben soccorrer l’uno
300l’altro, che militiàn sotto una Chiesa.
Ch’io non vi dia rotti i nemici, alcuno
non sia chi tema, e con poca contesa;
che gente male esperta tutta parmi,
senza possanza, senza cor, senz’armi. –
Anche se non ci fossero né gloria né utilità da ottenere, conclude Rinaldo, i cristiani avrebbero il dovere comune di aiutarsi perché appartengono alla stessa Chiesa. Non bisogna temere il nemico: egli lo giudica inesperto, male armato e poco valoroso, e promette che potrà essere sconfitto senza grandi difficoltà.
Ottava 39
305Poté con queste e con miglior ragioni,
con parlare espedito e chiara voce
eccitar quei magnanimi baroni
Rinaldo, e quello esercito feroce:
e fu, com’è in proverbio, aggiunger sproni
310al buon corsier che già ne va veloce.
Finito il ragionar, fece le schiere
muover pian pian sotto le lor bandiere.
Il discorso di Rinaldo, pronunciato con voce chiara e argomenti persuasivi, infiamma i comandanti e i soldati, che erano già desiderosi di combattere. È come spronare un cavallo che corre già velocemente. Terminata l’esortazione, il paladino ordina alle schiere di avanzare sotto le proprie insegne.
Ottava 40
Senza strepito alcun, senza rumore
fa il tripartito esercito venire:
315lungo il fiume a Zerbin dona l’onore
di dover prima i barbari assalire;
e fa quelli d’Irlanda con maggiore
volger di via più tra campagna gire;
e i cavallieri e i fanti d’Inghilterra
320col duca di Lincastro in mezzo serra.
L’esercito si muove silenziosamente, diviso in tre corpi. Rinaldo affida a Zerbino il primo assalto lungo la riva del fiume; gli Irlandesi devono compiere una deviazione più ampia per la campagna, mentre nel centro avanzano cavalieri e fanti inglesi sotto il duca di Lancaster.
Ottava 41
Drizzati che gli ha tutti al lor camino,
cavalca il paladin lungo la riva,
e passa inanzi al buon duca Zerbino
e a tutto il campo che con lui veniva;
325tanto ch’al re d’Orano e al re Sobrino
e agli altri lor compagni soprarriva,
che mezzo miglio appresso a quei di Spagna
guardavan da quel canto la campagna.
Dopo aver assegnato a ciascuno il proprio itinerario, Rinaldo galoppa lungo la riva, supera Zerbino e il suo reparto e si spinge verso le posizioni nemiche. Arriva vicino alle truppe del re d’Orano, di Sobrino e di altri comandanti, che sorvegliano la campagna non lontano dagli Spagnoli.
Ottava 42
L’esercito cristian che con sì fida
330e sì sicura scorta era venuto,
ch’ebbe il Silenzio e l’angelo per guida,
non poté ormai patir più di star muto.
Sentiti gli nimici, alzò le grida,
e de le trombe udir fe’ il suono arguto:
335e con l’alto rumor ch’arrivò al cielo,
mandò ne l’ossa a’ Saracini il gelo.
I cristiani hanno potuto avvicinarsi senza essere scoperti grazie alla guida del Silenzio e dell’angelo. Ma quando vedono i nemici, non riescono più a trattenersi: lanciano il grido di guerra e fanno squillare le trombe. Il fragore è così forte da diffondere il terrore fra i saraceni.
Ottava 43
Rinaldo inanzi agli altri il destrier punge;
e con la lancia per cacciarla in resta
lascia gli Scotti un tratto d’arco lunge,
340ch’ogni indugio a ferir sì lo molesta.
Come groppo di vento talor giunge,
che si tra’ dietro un’orrida tempesta,
tal fuor di squadra il cavallier gagliardo
venìa spronando il corridor Baiardo.
Rinaldo si slancia per primo, abbassando la lancia e lasciandosi alle spalle gli Scozzesi, perché non sopporta alcun ritardo nel combattimento. Spinge Baiardo con la forza improvvisa di un vento che precede una tempesta e si stacca rapidamente dalla propria formazione.
Ottava 44
345Al comparir del paladin di Francia,
dan segno i Mori alle future angosce:
tremare a tutti in man vedi la lancia,
i piedi in staffa, e ne l’arcion le cosce.
Re Puliano sol non muta guancia,
350che questo esser Rinaldo non conosce;
né pensando trovar sì duro intoppo,
gli muove il destrier contra di galoppo:
Alla vista del famoso paladino i Mori cominciano a tremare: le lance, le gambe e persino i corpi dei cavalieri sono scossi dalla paura. Solo il re Puliano mantiene il coraggio, perché non riconosce Rinaldo e, sottovalutandolo, gli corre incontro al galoppo.
Ottava 45
e su la lancia nel partir si stringe,
e tutta in sé raccoglie la persona;
355poi con ambo gli sproni il destrier spinge,
e le redine inanzi gli abandona.
Da l’altra parte il suo valor non finge,
e mostra in fatti quel ch’in nome suona,
quanto abbia nel giostrare e grazia ed arte,
360il figliuolo d’Amone, anzi di Marte.
Puliano si prepara allo scontro stringendo la lancia e lanciando il cavallo con tutti gli sproni. Dall’altra parte Rinaldo dimostra con i fatti la propria fama: il figlio di Amone sa maneggiare la lancia con una maestria degna del dio Marte.
Ottava 46
Furo al segnar degli aspri colpi, pari,
che si posero i ferri ambi alla testa:
ma furo in arme ed in virtù dispari,
che l’un via passa, e l’altro morto resta.
365Bisognan di valor segni più chiari,
che por con leggiadria la lancia in resta:
ma fortuna anco più bisogna assai;
che senza, val virtù raro o non mai.
Entrambi dirigono correttamente la punta verso la testa dell’avversario, ma l’esito non è uguale: Rinaldo prosegue indenne, mentre Puliano cade morto. Ariosto osserva che non basta impugnare bene la lancia: nella battaglia contano il valore, la qualità delle armi e anche la fortuna.
Ottava 47
La buona lancia il paladin racquista,
370e verso il re d’Oran ratto si spicca,
che la persona avea povera e trista
di cor, ma d’ossa e di gran polpe ricca.
Questo por tra bei colpi si può in lista,
ben ch’in fondo allo scudo gli l’appicca:
375e chi non vuol lodarlo, abbialo escuso,
perché non si potea giunger più in suso.
Rinaldo recupera la lancia e si scaglia subito contro il re d’Orano, un uomo grosso e robusto nel corpo, ma povero di coraggio. Lo colpisce nel punto più basso dello scudo, perché, per la diversa altezza dei contendenti, non riesce a raggiungerlo più in alto.
Ottava 48
Non lo ritien lo scudo, che non entre,
ben che fuor sia d’acciar, dentro di palma;
e che da quel gran corpo uscir pel ventre
380non faccia l’inequale e piccola alma.
Il destrier che portar si credea, mentre
durasse il lungo dì, sì grave salma,
riferì in mente sua grazie a Rinaldo,
ch’a quello incontro gli schivò un gran caldo.
La lancia attraversa lo scudo, rivestito di acciaio e legno, e penetra nel ventre del re, uccidendolo. Ariosto ironizza sul suo peso enorme: il cavallo, liberato improvvisamente di un fardello tanto grande, potrebbe persino essere grato a Rinaldo.
Ottava 49
385Rotta l’asta, Rinaldo il destrier volta
tanto legger, che fa sembrar ch’abbia ale;
e dove la più stretta e maggior folta
stiparsi vede, impetuoso assale.
Mena Fusberta sanguinosa in volta
390che fa l’arme parer di vetro frale:
tempra di ferro il suo tagliar non schiva,
che non vada a trovar la carne viva.
Spezzatasi la lancia, Rinaldo fa voltare Baiardo con agilità prodigiosa e si getta dove i nemici sono più numerosi. Estrae la spada Fusberta e la fa roteare: nessuna armatura sembra resisterle, perché il ferro viene tagliato come fosse vetro e la lama raggiunge i corpi dei soldati.
Ottava 50
Ritrovar poche tempre e pochi ferri
può la tagliente spada, ove s’incappi,
395ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri,
giupe trapunte e attorcigliati drappi.
Giusto è ben dunque che Rinaldo atterri
qualunque assale, e fori e squarci e affrappi;
che non più si difende da sua spada,
400ch’erba da falce, o da tempesta biada.
Molti nemici non possiedono neppure un’armatura solida, ma soltanto scudi di cuoio o legno e abiti imbottiti. Perciò la spada di Rinaldo li abbatte e li lacera con facilità, come la falce taglia l’erba o una tempesta distrugge il grano.
Ottava 51
La prima schiera era già messa in rotta,
quando Zerbin con l’antiguardia arriva.
Il cavallier inanzi alla gran frotta
con la lancia arrestata ne veniva.
405La gente sotto il suo pennon condotta,
con non minor fierezza lo seguiva:
tanti lupi parean, tanti leoni
ch’andassero assalir capre o montoni.
La prima formazione saracena è già in fuga quando arriva l’avanguardia guidata da Zerbino. Il giovane corre davanti ai suoi con la lancia pronta; gli Scozzesi lo seguono con la stessa ferocia, simili a un branco di lupi o leoni che si avventa su greggi di capre e montoni.
Ottava 52
Spinse a un tempo ciascuno il suo cavallo,
410poi che fur presso; e sparì immantinente
quel breve spazio, quel poco intervallo
che si vedea fra l’una e l’altra gente.
Non fu sentito mai più strano ballo;
che ferian gli Scozzesi solamente:
415solamente i pagani eran distrutti,
come sol per morir fosser condutti.
I cavalieri scozzesi spronano contemporaneamente i cavalli e cancellano in pochi istanti lo spazio che li separava dai nemici. L’urto è terribile e del tutto sbilanciato: gli Scozzesi colpiscono senza tregua e i Mori subiscono perdite gravissime, quasi fossero stati condotti lì soltanto per morire.
Ottava 53
Parve più freddo ogni pagan che ghiaccio;
parve ogni Scotto più che fiamma caldo.
I Mori si credean ch’avere il braccio
420dovesse ogni cristian, ch’ebbe Rinaldo.
Mosse Sobrino i suoi schierati avaccio,
senza aspettar che lo ’nvitasse araldo:
de l’altra squadra questa era migliore
di capitano, d’arme e di valore.
I saraceni sembrano paralizzati dal freddo della paura, mentre gli Scozzesi ardono di coraggio. I Mori hanno l’impressione che ogni cristiano sia forte come Rinaldo. Sobrino interviene allora con un reparto più ordinato, meglio comandato e meglio armato dei primi assaliti.
Ottava 54
425D’Africa v’era la men trista gente;
ben che né questa ancor gran prezzo vaglia.
Dardinel la sua mosse incontinente,
e male armata, e peggio usa in battaglia;
ben ch’egli in capo avea l’elmo lucente,
430e tutto era coperto a piastra e a maglia.
Io credo che la quarta miglior sia,
con la qual Isolier dietro venìa.
Tra le truppe africane ci sono soldati un poco più esperti, ma nel complesso non abbastanza valorosi. Dardinello muove rapidamente il proprio contingente, scarsamente armato e poco preparato, anche se egli stesso indossa un’armatura splendida. Dietro giunge Isoliero con una formazione che il narratore giudica migliore.
Ottava 55
Trasone intanto, il buon duca di Marra,
che ritrovarsi all’alta impresa gode,
435ai cavallieri suoi leva la sbarra,
e seco invita alle famose lode,
poi ch’Isolier con quelli di Navarra
entrar ne la battaglia vede ed ode.
Poi mosse Ariodante la sua schiera,
440che nuovo duca d’Albania fatt’era.
Trasone, duca di Marra, entra gioiosamente nello scontro insieme ai suoi cavalieri, sperando di conquistare gloria. Lo segue Ariodante, appena diventato duca d’Albania. Le diverse schiere cominciano così a incrociarsi sul campo, trasformando la battaglia in uno scontro sempre più vasto.
Ottava 56
L’alto rumor de le sonore trombe,
de’ timpani e de’ barbari stromenti,
giunti al continuo suon d’archi, di frombe,
di machine, di ruote e di tormenti;
445e quel di che più par che ’l ciel ribombe,
gridi, tumulti, gemiti e lamenti;
rendeno un alto suon ch’a quel s’accorda,
con che i vicin, cadendo, il Nilo assorda.
Il suono delle trombe, dei tamburi, degli strumenti militari, degli archi e delle macchine d’assedio si mescola alle urla, ai lamenti e ai gemiti. Ne nasce un fragore immenso, paragonato al rumore delle acque del Nilo che precipitano e assordano chi si trova nei dintorni.
Ottava 57
Grande ombra d’ogn’intorno il cielo involve,
450nata dal saettar de li duo campi;
l’alito, il fumo del sudor, la polve
par che ne l’aria oscura nebbia stampi.
Or qua l’un campo, or l’altro là si volve:
vedresti or come un segua, or come scampi;
455ed ivi alcuno, o non troppo diviso,
rimaner morto ove ha il nimico ucciso.
Le frecce che attraversano il cielo lo oscurano come una grande ombra. Sudore, fumo e polvere formano una nebbia pesante; i due eserciti avanzano e indietreggiano continuamente. Uomini che poco prima si inseguivano vengono uccisi vicino agli avversari che hanno appena colpito.
Ottava 58
Dove una squadra per stanchezza è mossa,
un’altra si fa tosto andare inanti.
Di qua di là la gente d’arme ingrossa:
460là cavallieri, e qua si metton fanti.
La terra che sostien l’assalto, è rossa:
mutato ha il verde ne’ sanguigni manti;
e dov’erano i fiori azzurri e gialli,
giaceno uccisi or gli uomini e i cavalli.
Quando una schiera è stanca viene sostituita da un’altra; fanti e cavalieri si concentrano nei punti più duri dello scontro. Il terreno, un tempo verde e pieno di fiori, è ormai rosso di sangue e coperto di corpi di uomini e cavalli morti.
Ottava 59
465Zerbin facea le più mirabil pruove
che mai facesse di sua età garzone:
l’esercito pagan che ’ntorno piove,
taglia ed uccide e mena a destruzione.
Ariodante alle sue genti nuove
470mostra di sua virtù gran paragone;
e dà di sé timore e meraviglia
a quelli di Navarra e di Castiglia.
Zerbino compie imprese eccezionali per un guerriero così giovane, abbattendo molti saraceni. Anche Ariodante dimostra ai nuovi soldati tutto il proprio valore e suscita timore fra le truppe di Navarra e Castiglia che combattono contro di lui.
Ottava 60
Chelindo e Mosco, i duo figli bastardi
del morto Calabrun re d’Aragona,
475ed un che reputato fra’ gagliardi
era, Calamidor da Barcelona,
s’avean lasciato a dietro gli stendardi;
e credendo acquistar gloria e corona
per uccider Zerbin, gli furo adosso;
480e ne’ fianchi il destrier gli hanno percosso.
Chelindo e Mosco, figli illegittimi del defunto re aragonese Calabruno, e Calamidor di Barcellona abbandonano le proprie insegne per assalire insieme Zerbino. Sperano di acquistare grande gloria uccidendolo e colpiscono il suo cavallo ai fianchi con le lance.
Ottava 61
Passato da tre lance il destrier morto
cade; ma il buon Zerbin subito è in piede;
ch’a quei ch’al suo cavallo han fatto torto,
per vendicarlo va dove gli vede:
485e prima a Mosco, al giovene inaccorto,
che gli sta sopra, e di pigliar sel crede,
mena di punta, e lo passa nel fianco,
e fuor di sella il caccia freddo e bianco.
Il cavallo, trafitto da tre lance, cade morto, ma Zerbino balza immediatamente in piedi e si scaglia contro i responsabili. Mosco crede di poterlo catturare; Zerbino invece gli pianta la spada nel fianco e lo fa cadere dalla sella ormai morto.
Ottava 62
Poi che si vide tor, come di furto,
490Chelindo il fratel suo, di furor pieno
venne a Zerbino, e pensò dargli d’urto;
ma gli prese egli il corridor pel freno:
trasselo in terra, onde non è mai surto,
e non mangiò mai più biada né fieno;
495che Zerbin sì gran forza a un colpo mise,
che lui col suo signor d’un taglio uccise.
Vedendo il fratello ucciso, Chelindo attacca pieno di rabbia. Zerbino però afferra per il freno il suo cavallo e lo tira violentemente, poi colpisce con tale forza da abbattere e uccidere insieme il cavaliere e l’animale.
Ottava 63
Come Calamidor quel colpo mira,
volta la briglia per levarsi in fretta;
ma Zerbin dietro un gran fendente tira,
500dicendo: – Traditore, aspetta, aspetta! –
Non va la botta ove n’andò la mira,
non che però lontana vi si metta;
lui non poté arrivar, ma il destrier prese
sopra la groppa, e in terra lo distese.
Calamidor vede la fine del compagno e tenta di fuggire. Zerbino lo insegue a piedi e gli sferra un colpo di spada; manca il cavaliere, ma raggiunge la groppa del cavallo, che cade a terra ucciso.
Ottava 64
505Colui lascia il cavallo, e via carpone
va per campar, ma poco gli successe;
che venne caso che ’l duca Trasone
gli passò sopra, e col peso l’oppresse.
Ariodante e Lurcanio si pone
510dove Zerbino è fra le genti spesse;
e seco hanno altri e cavallieri e conti,
che fanno ogn’opra che Zerbin rimonti.
Calamidor cerca allora di fuggire carponi, ma il duca Trasone passa di lì e lo schiaccia con il cavallo. Intanto Ariodante e suo fratello Lurcanio, accompagnati da altri nobili, raggiungono Zerbino in mezzo alla mischia e cercano di procurargli un’altra cavalcatura.
Ottava 65
Menava Ariodante il brando in giro,
e ben lo seppe Artalico e Margano;
515ma molto più Etearco e Casimiro
la possanza sentir di quella mano:
i primi duo feriti se ne giro,
rimaser gli altri duo morti sul piano.
Lurcanio fa veder quanto sia forte;
520che fere, urta, riversa e mette a morte.
Ariodante combatte con grande energia: ferisce Artalico e Margano e uccide Etearco e Casimiro. Lurcanio non è meno valoroso e respinge i nemici con continui colpi, rovesciandone e uccidendone molti sul terreno.
Ottava 66
Non crediate, Signor, che fra campagna
pugna minor che presso al fiume sia,
né ch’a dietro l’esercito rimagna,
che di Lincastro il buon duca seguia.
525Le bandiere assalì questo di Spagna,
e molto ben di par la cosa gìa;
che fanti, cavallieri e capitani
di qua e di là sapean menar le mani.
Ariosto precisa che anche lontano dal fiume si combatte con la stessa intensità. Il duca di Lancaster e le sue truppe attaccano le insegne degli Spagnoli; da entrambe le parti fanti, cavalieri e capitani dimostrano abilità, così che lo scontro rimane inizialmente equilibrato.
Ottava 67
Dinanzi vien Oldrado e Fieramonte,
530un duca di Glocestra, un d’Eborace;
con lor Ricardo, di Varvecia conte,
e di Chiarenza il duca, Enrigo audace.
Han Matalista e Follicone a fronte,
e Baricondo ed ogni lor seguace.
535Tiene il primo Almeria, tiene il secondo
Granata, tien Maiorca Baricondo.
Fra i comandanti cristiani ci sono Oldrado, Fieramonte e i duchi di Gloucester, York e Clarence, oltre al conte Riccardo di Warwick. Davanti a loro si schierano Matalista, signore di Almeria, Follicone, signore di Granada, e Baricondo, re di Maiorca, con i rispettivi soldati.
Ottava 68
La fiera pugna un pezzo andò di pare,
che vi si discernea poco vantaggio.
Vedeasi or l’uno or l’altro ire e tornare,
540come le biade al ventolin di maggio,
o come sopra ’l lito un mobil mare
or viene or va, né mai tiene un viaggio.
Poi che fortuna ebbe scherzato un pezzo,
dannosa ai Mori ritornò da sezzo.
Per un certo tempo le due schiere si equivalgono e nessuna ottiene un vantaggio stabile. Ora avanzano gli uni, ora gli altri, come spighe che ondeggiano al vento o onde che vanno e vengono sulla spiaggia. Alla fine, però, la fortuna volge a sfavore dei Mori.
Ottava 69
545Tutto in un tempo il duca di Glocestra
a Matalista fa votar l’arcione;
ferito a un tempo ne la spalla destra
Fieramonte riversa Follicone:
e l’un pagano e l’altro si sequestra,
550e tra gl’Inglesi se ne va prigione.
E Baricondo a un tempo riman senza
vita per man del duca di Chiarenza.
Quasi nello stesso momento il duca di Gloucester disarciona Matalista, Fieramonte ferisce Follicone alla spalla e lo abbatte, e il duca di Clarence uccide Baricondo. I primi due comandanti saraceni vengono fatti prigionieri dagli Inglesi.
Ottava 70
Indi i pagani tanto a spaventarsi,
indi i fedeli a pigliar tanto ardire,
555che quei non facean altro che ritrarsi
e partirsi da l’ordine e fuggire,
e questi andar inanzi ed avanzarsi
sempre terreno, e spingere e seguire:
e se non vi giungea chi lor dié aiuto,
560il campo da quel lato era perduto.
La sconfitta dei capi getta i saraceni nel panico, mentre i cristiani acquistano coraggio. I Mori perdono l’ordine e cominciano a ritirarsi; gli Inglesi avanzano, guadagnano terreno e li inseguono. Senza un intervento di soccorso, quel settore della battaglia sarebbe già perduto.
Ottava 71
Ma Ferraù, che sin qui mai non s’era
dal re Marsilio suo troppo disgiunto,
quando vide fuggir quella bandiera,
e l’esercito suo mezzo consunto,
565spronò il cavallo, e dove ardea più fiera
la battaglia, lo spinse; e arrivò a punto
che vide dal destrier cadere in terra
col capo fesso Olimpio da la Serra;
Ferraù, che fino a quel momento era rimasto vicino al re Marsilio, vede le proprie insegne fuggire e molte truppe distrutte. Si lancia allora nel punto più violento della battaglia, proprio mentre il giovane Olimpio della Serra cade da cavallo con il capo spaccato.
Ottava 72
un giovinetto che col dolce canto,
570concorde al suon de la cornuta cetra,
d’intenerire un cor si dava vanto,
ancor che fosse più duro che pietra.
Felice lui, se contentar di tanto
onor sapeasi, e scudo, arco e faretra
575aver in odio, e scimitarra e lancia,
che lo fecer morir giovine in Francia!
Olimpio era un giovane cantante e musicista, capace di commuovere anche i cuori più duri con la sua voce e la cetra. Ariosto lo compiange: sarebbe stato fortunato se si fosse accontentato della gloria poetica, tenendosi lontano dalle armi che lo hanno fatto morire così giovane in Francia.
Ottava 73
Quando lo vide Ferraù cadere,
che solea amarlo e avere in molta estima,
si sente di lui sol via più dolere,
580che di mill’altri che periron prima:
e sopra chi l’uccise in modo fere,
che gli divide l’elmo da la cima
per la fronte, per gli occhi e per la faccia,
per mezzo il petto, e morto a terra il caccia.
Ferraù aveva grande affetto e stima per Olimpio e soffre per la sua morte più che per quella di mille altri guerrieri. Accecato dalla rabbia si avventa sull’uccisore e gli assesta un fendente così potente da spaccargli elmo, testa e petto, facendolo cadere morto.
Ottava 74
585Ne qui s’indugia; e il brando intorno ruota,
ch’ogni elmo rompe, ogni lorica smaglia;
a chi segna la fronte, a chi la gota,
ad altri il capo, ad altri il braccio taglia;
or questo or quel di sangue e d’alma vota:
590e ferma da quel canto la battaglia,
onde la spaventata ignobil frotta
senza ordine fuggia spezzata e rotta.
Non soddisfatto, Ferraù continua a far roteare la spada, rompendo elmi e corazze, ferendo volti e braccia e uccidendo molti nemici. Grazie al suo intervento arresta l’avanzata cristiana in quel punto e impedisce che le schiere saracene disordinate vengano completamente travolte.
Ottava 75
Entrò ne la battaglia il re Agramante,
d’uccider gente e di far pruove vago;
595e seco ha Baliverzo, Farurante,
Prusion, Soridano e Bambirago.
Poi son le genti senza nome tante,
che del lor sangue oggi faranno un lago,
che meglio conterei ciascuna foglia,
600quando l’autunno gli arbori ne spoglia.
Anche Agramante entra personalmente nella battaglia, desideroso di uccidere e mostrare il proprio valore. Lo accompagnano Baliverzo, Farurante, Prusione, Soridano e Bambirago, oltre a una massa sterminata di soldati che, secondo il poeta, verseranno tanto sangue da formare un lago.
Ottava 76
Agramante dal muro una gran banda
di fanti avendo e di cavalli tolta,
col re di Feza subito li manda,
che dietro ai padiglion piglin la volta,
605e vadano ad opporsi a quei d’Irlanda,
le cui squadre vedea con fretta molta,
dopo gran giri e larghi avolgimenti,
venir per occupar gli alloggiamenti.
Agramante preleva dalle truppe presso le mura un grosso contingente di fanti e cavalieri e lo affida al re di Fez. Gli ordina di aggirare gli accampamenti e contrastare gli Irlandesi, che dopo una lunga manovra stanno arrivando per impadronirsi degli alloggiamenti saraceni.
Ottava 77
Fu ’l re di Feza ad esequir ben presto;
610ch’ogni tardar troppo nociuto avria.
Raguna intanto il re Agramante il resto;
parte le squadre, e alla battaglia invia.
Egli va al fiume; che gli par ch’in questo
luogo del suo venir bisogno sia:
615e da quel canto un messo era venuto
del re Sobrino a domandare aiuto.
Il re di Fez esegue subito l’ordine, perché anche un breve ritardo potrebbe essere fatale. Agramante divide poi il resto delle truppe e le manda nei diversi punti dello scontro. Egli stesso si dirige verso il fiume, dove Sobrino ha fatto chiedere rinforzi urgenti.
Ottava 78
Menava in una squadra più di mezzo
il campo dietro; e sol del gran rumore
tremar gli Scotti, e tanto fu il ribrezzo,
620ch’abbandonavan l’ordine e l’onore.
Zerbin, Lurcanio e Ariodante in mezzo
vi restar soli incontra a quel furore;
e Zerbin, ch’era a pié, vi peria forse,
ma’l buon Rinaldo a tempo se n’accorse.
Agramante conduce con sé più della metà dei suoi soldati rimasti. Il fragore del loro arrivo mette nel panico gli Scozzesi, che abbandonano le file e fuggono. Zerbino, Ariodante e Lurcanio restano esposti davanti all’assalto; Zerbino è ancora a piedi e rischia di essere ucciso, ma Rinaldo se ne accorge.
Ottava 79
625Altrove intanto il paladin s’avea
fatto inanzi fuggir cento bandiere.
Or che l’orecchie la novella rea
del gran periglio di Zerbin gli fere,
ch’a piedi fra la gente cirenea
630lasciato solo aveano le sue schiere,
volta il cavallo, e dove il campo scotto
vede fuggir, prende la via di botto.
Rinaldo aveva già messo in fuga molte insegne saracene in un altro settore del campo. Quando apprende che Zerbino è rimasto a piedi, isolato fra i nemici dopo la fuga degli Scozzesi, volta immediatamente Baiardo e galoppa verso il luogo del pericolo.
Ottava 80
Dove gli Scotti ritornar fuggendo
vede, s’appara, e grida: – Or dove andate?
635perché tanta viltade in voi comprendo,
che a sì vil gente il campo abbandonate?
Ecco le spoglie, de le quali intendo
ch’esser dovean le vostre chiese ornate.
Oh che laude, oh che gloria, che ’l figliuolo
640del vostro re si lasci a piedi e solo! –
Il paladino si piazza davanti agli Scozzesi che stanno fuggendo e li rimprovera duramente per la loro codardia. Ricorda loro che stavano per conquistare ricchi trofei e grande gloria, mentre ora hanno abbandonato solo e senza cavallo il figlio del loro re, un disonore intollerabile.
Ottava 81
D’un suo scudier una grossa asta afferra,
e vede Prusion poco lontano,
re d’Alvaracchie, e adosso se gli serra,
e de l’arcion lo porta morto al piano.
645Morto Agricalte e Bambirago atterra:
dopo fere aspramante Soridano;
e come gli altri l’avria messo a morte,
se nel ferir la lancia era più forte.
Rinaldo afferra una lancia pesante da uno scudiero e si getta su Prusione, re di Alvaracchie, disarcionandolo morto. Poi uccide Agricalte, abbatte Bambirago e ferisce gravemente Soridano, che si salva soltanto perché la lancia del paladino si spezza.
Ottava 82
Stringe Fusberta, poi che l’asta è rotta,
650e tocca Serpentin, quel da la Stella.
Fatate l’arme avea, ma quella botta
pur tramortito il manda fuor di sella.
E così al duca de la gente scotta
fa piazza intorno spaziosa e bella;
655sì che senza contesa un destrier puote
salir di quei che vanno a selle vote.
Rinaldo sguaina allora Fusberta e colpisce Serpentino della Stella. Anche se il cavaliere porta armi incantate, il colpo è così potente da farlo cadere svenuto. Rinaldo libera intorno a Zerbino uno spazio sufficiente perché possa montare uno dei cavalli rimasti senza cavaliere.
Ottava 83
E ben si ritrovò salito a tempo,
che forse nol facea, se più tardava:
perché Agramante e Dardinello a un tempo,
660Sobrin col re Balastro v’arrivava.
Ma egli, che montato era per tempo,
di qua e di là col brando s’aggirava,
mandando or questo or quel giù ne l’inferno
a dar notizia del viver moderno.
Zerbino riesce a risalire in sella appena in tempo: subito arrivano Agramante, Dardinello, Sobrino e il re Balastro. Ora può affrontarli a cavallo, colpendo a destra e a sinistra e mandando al suolo molti avversari.
Ottava 84
665Il buon Rinaldo, il quale a porre in terra
i più dannosi avea sempre riguardo,
la spada contra il re Agramante afferra,
che troppo gli parea fiero e gagliardo
(facea egli sol più che mille altri guerra);
670e se gli spinse adosso con Baiardo:
lo fere a un tempo ed urta di traverso,
sì che lui col destrier manda riverso.
Rinaldo cerca sempre di affrontare i nemici più pericolosi. Vedendo quanto Agramante sia forte e quanto danno provochi, si dirige contro di lui con Baiardo, lo colpisce e contemporaneamente lo urta di traverso, rovesciando a terra sia il re sia il suo cavallo.
Ottava 85
Mentre di fuor con sì crudel battaglia,
odio, rabbia, furor l’un l’altro offende,
675Rodomonte in Parigi il popul taglia,
le belle case e i sacri templi accende.
Carlo, ch’in altra parte si travaglia,
questo non vede, e nulla ancor ne ’ntende:
Odoardo raccoglie ed Arimanno
680ne la città, col lor popul britanno.
Mentre fuori dalle mura la battaglia infuria, dentro Parigi Rodomonte continua a uccidere gli abitanti e a incendiare case e chiese. Carlo Magno, impegnato su un altro fronte, non conosce ancora la gravità della situazione. Nel frattempo Edoardo e Arimanno raccolgono i propri uomini inglesi dentro la città.
Ottava 86
A lui venne un scudier pallido in volto,
che potea a pena trar del petto il fiato.
– Ahimè! signor, ahimè – replica molto,
prima ch’abbia a dir altro incominciato:
685– Oggi il romano Imperio, oggi è sepolto;
oggi ha il suo popul Cristo abandonato:
il demonio dal cielo è piovuto oggi,
perché in questa città più non s’alloggi.
Un giovane scudiero arriva dal sovrano, pallidissimo e senza fiato. Riesce soltanto a gridare ripetutamente che è una tragedia: secondo lui l’Impero romano è perduto, Dio sembra aver abbandonato il suo popolo e un demonio è sceso dal cielo a devastare Parigi.
Ottava 87
Satanasso (perch’altri esser non puote)
690strugge e ruina la città infelice.
Volgiti e mira le fumose ruote
de la rovente fiamma predatrice;
ascolta il pianto che nel ciel percuote;
e faccian fede a quel che ’l servo dice.
695Un solo è quel ch’a ferro e a fuoco strugge
la bella terra, e inanzi ognun gli fugge. –
Il messaggero dice che soltanto Satana potrebbe compiere una distruzione simile. Invita Carlo a voltarsi e osservare le grandi nubi di fumo e gli incendi, ad ascoltare il pianto degli abitanti: un solo guerriero semina morte e fuoco in tutta la città e chiunque lo incontri fugge.
Ottava 88
Quale è colui che prima oda il tumulto,
e de le sacre squille il batter spesso,
che vegga il fuoco a nessun altro occulto,
700ch’a sé, che più gli tocca, e gli è più presso;
tal è il re Carlo, udendo il nuovo insulto,
e conoscendol poi con l’occhio istesso:
onde lo sforzo di sua miglior gente
al grido drizza e al gran rumor che sente.
Carlo apprende allora ciò che sta accadendo come un uomo che sente all’improvviso suonare le campane d’allarme e si accorge di un incendio vicinissimo che fino a quel momento non aveva notato. Comprendendo il pericolo, dirige verso le grida e il fumo le sue forze migliori.
Ottava 89
705Dei paladini e dei guerrier più degni
Carlo si chiama dietro una gran parte,
e vêr la piazza fa drizzare i segni;
che ’l pagan s’era tratto in quella parte.
Ode il rumor, vede gli orribil segni
710di crudeltà, l’umane membra sparte.
Ora non più: ritorni un’altra volta
chi voluntier la bella istoria ascolta.
L’imperatore chiama con sé molti dei paladini e dei guerrieri più valorosi e marcia verso la piazza dove si trova Rodomonte. Da lontano vede le prove della sua crudeltà, fra cadaveri e membra disseminate. Ariosto interrompe il racconto proprio qui e rinvia al canto successivo il seguito dello scontro.