← Indice dell’Orlando furioso

L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto diciassettesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Il giusto Dio, quando i peccati nostri
hanno di remission passato il segno,
acciò che la giustizia sua dimostri
uguale alla pietà, spesso dà regno
5a tiranni atrocissimi ed a mostri,
e dà lor forza e di mal fare ingegno.
Per questo Mario e Silla pose al mondo,
e duo Neroni e Caio furibondo,
Quando le colpe degli uomini superano ogni limite e non meritano più perdono, Dio, per mostrare che alla misericordia si accompagna la giustizia, può consentire che governino sovrani feroci. Secondo il poeta fu così che comparvero nella storia uomini crudeli come Mario, Silla, i due Neroni e Caligola.
Ottava 2
Domiziano e l’ultimo Antonino;
10e tolse da la immonda e bassa plebe,
ed esaltò all’imperio Massimino;
e nascer prima fe’ Creonte a Tebe;
e dié Mezenzio al populo Agilino,
che fe’ di sangue uman grasse le glebe;
15e diede Italia a tempi men remoti
in preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti.
Fra gli esempi di tirannia Ariosto ricorda Domiziano, l'ultimo Antonino, Massimino, elevato al potere nonostante le sue umili origini, Creonte a Tebe e Mezenzio, sanguinario sovrano degli Agillini. In epoche più vicine, aggiunge, l'Italia fu abbandonata alle invasioni di Unni, Longobardi e Goti.
Ottava 3
Che d’Atila dirò? che de l’iniquo
Ezzellin da Roman? che d’aItri cento?
che dopo un lungo andar sempre in obliquo,
20ne manda Dio per pena e per tormento.
Di questo abbiàn non pur al tempo antiquo,
ma ancora al nostro, chiaro esperimento,
quando a noi, greggi inutili e malnati,
ha dato per guardian lupi arrabbiati:
Anche Attila ed Ezzelino da Romano sono esempi di questi flagelli mandati, secondo il poeta, a punire una lunga serie di errori umani. Non si tratta soltanto di eventi antichi: anche nel tempo di Ariosto i popoli, paragonati a greggi deboli, si trovano affidati a governanti rapaci come lupi.
Ottava 4
25a cui non par ch’abbi a bastar lor fame,
ch’abbi il lor ventre a capir tanta carne;
e chiaman lupi di più ingorde brame
da boschi oltramontani a divorarne.
Di Trasimeno l’insepulto ossame
30e di Canne e di Trebia poco parne
verso quel che le ripe e i campi ingrassa,
dov’Ada e Mella e Ronco e Tarro passa.
Questi dominatori non si accontentano delle loro prede e chiamano dall'estero altri predatori ancora più avidi. Le stragi avvenute sui campi delle guerre contemporanee, presso l'Adda, il Mella, il Ronco e il Taro, sembrano al poeta superiori perfino a quelle di Trasimeno, Canne e Trebbia.
Ottava 5
Or Dio consente che noi siàn puniti
da populi di noi forse peggiori,
35per li multiplicati ed infiniti
nostri nefandi, obbrobriosi errori.
Tempo verrà ch’a depredar lor liti
andremo noi, se mai saren migliori,
e che i peccati lor giungano al segno,
40che l’eterna Bontà muovano a sdegno.
Dio permette che gli Italiani siano colpiti da popoli forse ancora peggiori, perché i loro peccati si sono moltiplicati. Ariosto immagina che un giorno la situazione possa rovesciarsi: se gli Italiani miglioreranno e gli invasori supereranno a loro volta ogni limite, toccherà a questi ultimi subire il castigo divino.
Ottava 6
Doveano allora aver gli eccessi loro
di Dio turbata la serena fronte,
che scórse ogni lor luogo il Turco e ’l Moro
con stupri, uccision, rapine ed onte:
45ma più di tutti gli altri danni, foro
gravati dal furor di Rodomonte.
Dissi ch’ebbe di lui la nuova Carlo,
e che ’n piazza venia per ritrovarlo.
Anche i peccati dei nemici dovevano aver suscitato lo sdegno di Dio, dato che Turchi e Mori attraversavano quelle terre commettendo violenze, omicidi, rapine e oltraggi. Più terribile di tutti era però Rodomonte. Il poeta torna quindi alla vicenda lasciata in sospeso: Carlo Magno, avvertito delle sue imprese, correva a cercarlo.
Ottava 7
Vede tra via la gente sua troncata,
50arsi i palazzi, e ruinati i templi,
gran parte de la terra desolata;
mai non si vider sì crudeli esempli.
– Dove fuggite, turba spaventata?
Non è tra voi chi ’l danno suo contempli?
55Che città, che refugio più vi resta,
quando si perda sì vilmente questa?
Attraversando Parigi, Carlo vede cittadini uccisi, palazzi incendiati, edifici sacri distrutti e quartieri devastati. Sdegnato, domanda agli abitanti perché continuino a fuggire e quale rifugio credano di trovare, se lasceranno che la loro città cada in mano al nemico senza difenderla.
Ottava 8
Dunque un uom solo in vostra terra preso,
cinto di mura onde non può fuggire,
si partirà che non l’avrete offeso,
60quando tutti v’avrà fatto morire? –
Così Carlo dicea, che d’ira acceso
tanta vergogna non potea patire.
E giunse dove inanti alla gran corte
vide il pagan por la sua gente a morte.
L'imperatore rimprovera ai suoi uomini di temere un unico aggressore, per di più rinchiuso entro le mura e impossibilitato a scappare. È insopportabile, dice, permettere che costui massacri tutti e poi se ne vada indisturbato. Mentre parla arriva presso il palazzo reale, dove Rodomonte continua a uccidere.
Ottava 9
65Quivi gran parte era del populazzo,
sperandovi trovare aiuto, ascesa;
perché forte di mura era il palazzo,
con munizion da far lunga difesa.
Rodomonte, d’orgoglio e d’ira pazzo,
70solo s’avea tutta la piazza presa:
e l’una man, che prezza il mondo poco,
ruota la spada, e l’altra getta il fuoco.
Molti abitanti si sono rifugiati nel palazzo, fiduciosi nelle solide mura e nelle provviste sufficienti per resistere a un assedio. Rodomonte, fuori di sé per orgoglio e furia, domina da solo la piazza: brandisce la spada con una mano e con l'altra appicca incendi.
Ottava 10
E de la regal casa, alta e sublime,
percuote e risuonar fa le gran porte.
75Gettan le turbe da le eccelse cime
e merli e torri, e si metton per morte.
Guastare i tetti non è alcun che stime;
e legne e pietre vanno ad una sorte,
lastre e colonne, e le dorate travi
80che furo in prezzo agli lor padri e agli avi.
Il guerriero saraceno assesta colpi violenti ai grandi portoni del palazzo. Dalle torri e dai merli i difensori gli lanciano addosso qualunque oggetto possano trovare, incuranti dei danni ai tetti e alle decorazioni: pietre, travi e materiali preziosi tramandati dagli antenati vengono sacrificati pur di fermarlo.
Ottava 11
Sta su la porta il re d’Algier, lucente
di chiaro acciar che ’l capo gli arma e ’l busto,
come uscito di tenebre serpente,
poi c’ha lasciato ogni squalor vetusto,
85del nuovo scoglio altiero, e che si sente
ringiovenito e più che mai robusto:
tre lingue vibra, ed ha negli occhi foco;
dovunque passa, ogn’animal dà loco.
Rodomonte, coperto da un'armatura scintillante, sta davanti alla porta come un serpente che, abbandonata la vecchia pelle, si senta più forte e giovane. La sua presenza è mostruosa e minacciosa: sembra avere lingue guizzanti e occhi di fuoco, tanto che tutti gli cedono il passo.
Ottava 12
Non sasso, merlo, trave, arco o balestra,
90né ciò che sopra il Saracin percuote,
ponno allentar la sanguinosa destra
che la gran porta taglia, spezza e scuote:
e dentro fatto v’ha tanta finestra,
che ben vedere e veduto esser puote
95dai visi impressi di color di morte,
che tutta piena quivi hanno la corte.
Né massi, né travi, né frecce, né altri proiettili riescono a fermare la sua mano. Egli continua a squarciare e demolire la porta fino ad aprirvi ampi varchi, attraverso i quali si possono scorgere i volti terrorizzati della gente ammassata all'interno.
Ottava 13
Suonar per gli alti e spaziosi tetti
s’odono gridi e feminil lamenti:
l’afflitte donne, percotendo i petti,
100corron per casa pallide e dolenti;
e abbraccian gli usci e i geniali letti
che tosto hanno a lasciare a strane genti.
Tratta la cosa era in periglio tanto,
quando ’l re giunse, e suoi baroni accanto.
Sotto i tetti del palazzo risuonano grida e pianti di donne. Pallide per la paura, si battono il petto e abbracciano porte e letti, consapevoli che presto potrebbero essere costrette ad abbandonare le proprie case agli invasori. Proprio quando la situazione diventa disperata arriva Carlo con i suoi baroni.
Ottava 14
105Carlo si volse a quelle man robuste
ch’ebbe altre volte a gran bisogni pronte.
– Non sète quelli voi, che meco fuste
contra Agolante (disse) in Aspramonte?
Sono le forze vostre ora sì fruste,
110che, s’uccideste lui, Troiano e Almonte
con centomila, or ne temete un solo
pur di quel sangue e pur di quello stuolo?
L'imperatore si rivolge ai paladini, ricordando quando combatterono accanto a lui contro Agolante ad Aspromonte. Chiede se siano davvero diventati così deboli da temere un solo guerriero della stessa stirpe, dopo avere abbattuto Agolante, Troiano e Almonte insieme a eserciti immensi.
Ottava 15
Perché debbo vedere in voi fortezza
ora minor ch’io la vedessi allora?
115Mostrate a questo can vostra prodezza,
a questo can che gli uomini devora.
Un magnanimo cor morte non prezza,
presta o tarda che sia, pur che ben muora.
Ma dubitar non posso ove voi sète,
120che fatto sempre vincitor m’avete. –
Carlo incita i compagni a dimostrare il valore di un tempo contro il nemico che sta divorando la città. Un animo generoso, dice, non deve temere la morte se può morire con onore. Si dichiara comunque fiducioso: quegli stessi guerrieri lo hanno sempre aiutato a ottenere la vittoria.
Ottava 16
Al fin de le parole urta il destriero,
con l’asta bassa, al Saracino adosso.
Mossesi a un tratto il paladino Ugiero,
a un tempo Namo ed Ulivier si è mosso,
125Avino, Avolio, Otone e Berlingiero,
ch’un senza l’altro mai veder non posso:
e ferir tutti sopra a Rodomonte
e nel petto e nei fianchi e ne la fronte.
Finito il discorso, Carlo sprona il cavallo e attacca Rodomonte con la lancia abbassata. Lo seguono Ugiero, Namo, Oliviero, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero; tutti colpiscono il saraceno insieme, cercando di ferirlo al petto, ai fianchi e alla testa.
Ottava 17
Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormai
130di parlar d’ira e di cantar di morte;
e sia per questa volta detto assai
del Saracin non men crudel che forte:
che tempo è ritornar dov’io lasciai
Grifon, giunto a Damasco in su le porte
135con Orrigille perfida, e con quello
ch’adulter era, e non di lei fratello.
A questo punto il narratore interrompe la descrizione della strage, perché ritiene di avere parlato abbastanza di sangue e ferocia. Riprende invece la vicenda di Grifone, giunto a Damasco con Orrigille e con l'uomo che lei fa passare per fratello, sebbene sia in realtà il suo amante.
Ottava 18
De le più ricche terre di Levante,
de le più populose e meglio ornate
si dice esser Damasco, che distante
140siede a Ierusalem sette giornate,
in un piano fruttifero e abondante,
non men giocondo il verno, che l’estate.
A questa terra il primo raggio tolle
de la nascente aurora un vicin colle.
Damasco viene descritta come una delle città più ricche, popolose e belle dell'Oriente. Si trova a sette giorni di viaggio da Gerusalemme, in una pianura fertile e piacevole in ogni stagione; un colle vicino intercetta i primi raggi del sole nascente.
Ottava 19
145Per la città duo fiumi cristallini
vanno inaffiando per diversi rivi
un numero infinito di giardini,
non mai di fior, non mai di fronde privi.
Dicesi ancor, che macinar molini
150potrian far l’acque lanfe che son quivi;
e chi va per le vie vi sente, fuore
di tutte quelle case, uscire odore.
Due fiumi limpidi attraversano la città e alimentano una rete di canali che irriga innumerevoli giardini, sempre pieni di fiori e foglie. L'acqua sarebbe abbondante anche per muovere molti mulini. Camminando per le vie si sentono profumi provenire dalle abitazioni.
Ottava 20
Tutta coperta è la strada maestra
di panni di diversi color lieti;
155e d’odorifera erba, e di silvestra
fronda la terra e tutte le pareti.
Adorna era ogni porta, ogni finestra
di finissimi drappi e di tapeti,
ma più di belle e ben ornate donne
160di ricche gemme e di superbe gonne.
La strada principale è decorata con stoffe dai colori vivaci; erbe profumate e rami ricoprono suolo e pareti. Porte e finestre sfoggiano drappi e tappeti preziosi, ma il vero ornamento della città sono le donne eleganti, vestite con abiti magnifici e gioielli.
Ottava 21
Vedeasi celebrar dentr’alle porte,
in molti lochi, solazzevol balli;
il popul, per le vie, di miglior sorte
maneggiar ben guarniti e bei cavalli:
165facea più bel veder la ricca corte
de’ signor, de’ baroni e de’ vasalli,
con ciò che d’India e d’eritree maremme
di perle aver si può, d’oro e di gemme.
Dappertutto si svolgono danze e spettacoli. I cittadini più importanti esibiscono cavalli splendidamente bardati, mentre signori, baroni e cortigiani mostrano le ricchezze delle loro vesti, adornate di oro, perle e gemme provenienti da terre lontane.
Ottava 22
Venia Grifone e la sua compagnia
170mirando e quinci e quindi il tutto ad agio,
quando fermolli un cavalliero in via,
e gli fece smontare a un suo palagio;
e per l’usanza e per sua cortesia
di nulla lasciò lor patir disagio.
175Li fe’ nel bagno entrar, poi con serena
fronte gli accolse a sontuosa cena.
Grifone e i suoi accompagnatori osservano con calma le meraviglie della città quando un cavaliere li ferma e li invita nel proprio palazzo. Seguendo l'usanza dell'ospitalità, li accoglie con ogni premura: offre loro un bagno e poi una cena sontuosa.
Ottava 23
E narrò lor come il re Norandino,
re di Damasco e di tutta Soria,
fatto avea il paesano e ’l peregrino
180ch’ordine avesse di cavalleria,
alla giostra invitar, ch’al matutino
del dì sequente in piazza si faria;
e che s’avean valor pari al sembiante,
potrian mostrarlo senza andar più inante.
Durante il banchetto l'ospite spiega che Norandino, re di Damasco e della Siria, ha invitato cavalieri del luogo e stranieri a partecipare a una giostra il mattino successivo. Poiché gli ospiti sembrano guerrieri valorosi, li esorta a mettersi alla prova in quell'occasione.
Ottava 24
185Ancor che quivi non venne Grifone
a questo effetto, pur lo ’nvito tenne;
che qual volta se n’abbia occasione,
mostrar virtude mai non disconvenne.
Interrogollo poi de la cagione
190di quella festa, e s’ella era solenne
usata ogn’anno, o pure impresa nuova
del re ch’i suoi veder volesse in pruova.
Grifone non era venuto a Damasco per prendere parte a una giostra, ma accetta l'invito: quando se ne presenta l'occasione è giusto dimostrare il proprio valore. Domanda poi se la festa sia una ricorrenza tradizionale oppure un'iniziativa recente del re.
Ottava 25
Rispose il cavallier: – La bella festa
s’ha da far sempre ad ogni quarta luna:
195de l’altre che verran, la prima è questa:
ancora non se n’è fatta più alcuna.
Sarà in memoria che salvò la testa
il re in tal giorno da una gran fortuna,
dopo che quattro mesi in doglie e ’n pianti
200sempre era stato, e con la morte inanti.
L'ospite risponde che la celebrazione verrà ripetuta ogni quattro mesi lunari e che quella imminente sarà la prima. Ricorda la salvezza di Norandino da un terribile pericolo, dopo quattro mesi di sofferenze durante i quali il sovrano aveva avuto la morte continuamente davanti agli occhi.
Ottava 26
Ma per dirvi la cosa pienamente,
il nostro re, che Norandin s’appella,
molti e molt’anni ha avuto il core ardente
de la leggiadra e sopra ogn’altra bella
205figlia del re di Cipro: e finalmente
avutala per moglie, iva con quella,
con cavallieri e donne in compagnia;
e dritto avea il camin verso Soria.
Per spiegare il motivo della festa, il cavaliere comincia a raccontare. Norandino aveva amato per molti anni Lucina, bellissima figlia del re di Cipro. Dopo averla finalmente sposata, ripartì insieme a lei, ad alcuni cavalieri e a diverse dame, diretto verso la Siria.
Ottava 27
Ma poi che fummo tratti a piene vele
210lungi dal porto nel Carpazio iniquo,
la tempesta saltò tanto crudele,
che sbigottì sin al padrone antiquo.
Tre dì e tre notti andammo errando ne le
minacciose onde per camino obliquo.
215Uscimo al fin nel lito stanchi e molli,
tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli.
La nave era ormai lontana dal porto, nel mare presso Carpato, quando scoppiò una tempesta così violenta da spaventare anche il pilota più esperto. Per tre giorni e tre notti i viaggiatori vagarono tra le onde, fino a sbarcare stremati in un luogo ricco di ruscelli e colline verdeggianti.
Ottava 28
Piantare i padiglioni, e le cortine
fra gli arbori tirar facemo lieti.
S’apparechiano i fuochi e le cucine;
220le mense d’altra parte in su tapeti.
Intanto il re cercando alle vicine
valli era andato e a’ boschi più secreti,
se ritrovasse capre o daini o cervi;
e l’arco gli portar dietro duo servi.
Il gruppo allestì allegramente tende e ripari tra gli alberi e preparò i fuochi e le tavole per il pasto. Intanto Norandino, accompagnato da due servi che portavano l'arco, si addentrò nelle valli e nei boschi vicini per cacciare capre, daini o cervi.
Ottava 29
225Mentre aspettamo, in gran piacer sedendo,
che da cacciar ritorni il signor nostro,
vedemo l’Orco a noi venir correndo
lungo il lito del mar, terribil mostro.
Dio vi guardi, signor, che ’l viso orrendo
230de l’Orco agli occhi mai vi sia dimostro:
meglio è per fama aver notizia d’esso,
ch’andargli, si che lo veggiate, appresso.
Mentre gli altri aspettavano tranquillamente il ritorno del sovrano, videro correre verso di loro, lungo la spiaggia, un orribile mostro chiamato Orco. Il narratore augura agli ascoltatori di non incontrarlo mai: è molto meglio conoscerne l'aspetto solo attraverso i racconti.
Ottava 30
Non gli può comparir quanto sia lungo,
sì smisuratamente è tutto grosso.
235In luogo d’occhi, di color di fungo
sotto la fronte ha duo coccole d’osso.
Verso noi vien (come vi dico) lungo
il lito, e par ch’un monticel sia mosso.
Mostra le zanne fuor, come fa il porco;
240ha lungo il naso, il sen bavoso e sporco.
Il mostro è tanto enorme e largo che è difficile immaginarne le proporzioni. Al posto degli occhi ha due escrescenze ossee; avanza come se una collina si muovesse. Dalla bocca spuntano zanne simili a quelle di un cinghiale, mentre il naso è lungo e il petto imbrattato di bava.
Ottava 31
Correndo viene, e ’l muso a guisa porta
che ’l bracco suol, quando entra in su la traccia.
Tutti che lo veggiam, con faccia smorta
in fuga andamo ove il timor ne caccia.
245Poco il veder lui cieco ne conforta,
quando, fiutando sol, par che più faccia,
ch’altri non fa, ch’abbia odorato e lume:
e bisogno al fuggire eran le piume.
L'Orco segue l'odore degli uomini con il muso basso, come un cane da caccia sulle tracce della preda. I viaggiatori fuggono terrorizzati. Non li consola sapere che è cieco, perché il suo olfatto è tanto efficace da compensare abbondantemente la mancanza della vista.
Ottava 32
Corron chi qua chi là; ma poco lece
250da lui fuggir, veloce più che ’l Noto.
Di quaranta persone, a pena diece
sopra il navilio si salvaro a nuoto.
Sotto il braccio un fastel d’alcuni fece,
né il grembio si lasciò né il seno voto;
255un suo capace zaino empissene anco,
che gli pendea, come a pastor, dal fianco.
La fuga è inutile per quasi tutti: il mostro è velocissimo, e soltanto una decina dei quaranta presenti riesce a raggiungere a nuoto la nave. L'Orco afferra molti prigionieri sotto le braccia, ne carica altri sul petto e riempie perfino la grande sacca che porta al fianco.
Ottava 33
Portòci alla sua tana il mostro cieco,
cavata in lito al mar dentr’uno scoglio.
Di marmo così bianco è quello speco,
260come esser soglia ancor non scritto foglio.
Quivi abitava una matrona seco,
di dolor piena in vista e di cordoglio;
ed avea in compagnia donne e donzelle
d’ogni età, d’ogni sorte, e brutte e belle.
L'Orco conduce i prigionieri nella sua tana, una grotta scavata nella roccia vicino al mare e rivestita di marmo candido. Vi abita anche una donna dall'espressione triste, insieme a numerose altre prigioniere di ogni età e condizione.
Ottava 34
265Era presso alla grotta in ch’egli stava,
quasi alla cima del giogo superno,
un’altra non minor di quella cava,
dove del gregge suo facea governo.
Tanto n’avea, che non si numerava;
270e n’era egli il pastor l’estate e ’l verno.
Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso,
per spasso che n’avea, più che per uso.
Poco sopra la dimora del mostro si trova una seconda caverna, usata come stalla per un gregge sterminato. L'Orco è il suo pastore e, per passatempo più che per necessità, conduce gli animali fuori e li richiude a seconda dell'ora.
Ottava 35
L’umana carne meglio gli sapeva:
e prima il fa veder ch’all’antro arrivi;
275che tre de’ nostri giovini ch’aveva,
tutti li mangia, anzi trangugia vivi.
Viene alla stalla, e un gran sasso ne leva:
ne caccia il gregge, e noi riserra quivi.
Con quel sen va dove il suol far satollo,
280sonando una zampogna ch’avea in collo.
L'Orco preferisce però mangiare carne umana. Prima ancora di raggiungere la grotta divora vivi tre giovani del gruppo. Poi apre la stalla spostando un enorme masso, fa uscire il bestiame e rinchiude i prigionieri al suo posto, prima di allontanarsi suonando una zampogna.
Ottava 36
Il signor nostro intanto ritornato
alla marina, il suo danno comprende;
che truova gran silenzio in ogni lato,
voti frascati, padiglioni e tende.
285Né sa pensar chi sì l’abbia rubato;
e pien di gran timore al lito scende,
onde i nocchieri suoi vede in disparte
sarpar lor ferri e in opra por le sarte.
Quando Norandino torna dalla caccia trova il campo deserto, le tende vuote e nessun segno dei compagni. Spaventato, scende verso il mare, dove scorge i marinai sopravvissuti che si preparano in fretta a salpare.
Ottava 37
Tosto ch’essi lui veggiono sul lito,
290il palischermo mandano a levarlo:
ma non sì tosto ha Norandino udito
de l’ Orco che venuto era a rubarlo,
che, senza più pensar, piglia partito,
dovunque andato sia, di seguitarlo.
295Vedersi tor Lucina sì gli duole,
ch’o racquistarla, o non più viver vuole.
I marinai mandano una scialuppa a prendere il re, ma quando questi scopre che Lucina è stata rapita dall'Orco decide immediatamente di inseguire il mostro. La perdita della moglie gli è insopportabile: vuole salvarla oppure morire nel tentativo.
Ottava 38
Dove vede apparir lungo la sabbia
la fresca orma, ne va con quella fretta
con che lo spinge l’amorosa rabbia,
300fin che giunge alla tana ch’io v’ho detta;
ove con tema la maggior che s’abbia
a patir mai, l’Orco da noi s’aspetta:
ad ogni suono di sentirlo parci,
ch’affamato ritorni a divorarci.
Norandino segue le impronte lasciate sulla sabbia dal mostro con tutta la fretta che l'amore gli impone. Raggiunge così la grotta, dove i prigionieri vivono nel terrore e interpretano ogni rumore come il segnale del ritorno dell'Orco affamato.
Ottava 39
305Quivi Fortuna il re da tempo guida,
che senza l’Orco in casa era la moglie.
Come ella ’l vede: – Fuggine! (gli grida)
misero te, se l’Orco ti ci coglie! –
– Coglia (disse) o non coglia, o salvi o uccida,
310che miserrimo i’ sia non mi si toglie.
Disir mi mena, e non error di via,
c’ho di morir presso alla moglie mia. –
Il re arriva mentre l'Orco è assente e trova in casa soltanto la moglie del mostro. Lei lo invita a fuggire subito, prima che il marito lo scopra; Norandino risponde che è venuto deliberatamente per restare vicino a Lucina, anche a costo di morire.
Ottava 40
Poi seguì, dimandandole novella
di quei che prese l’Orco in su la riva;
315prima degli altri, di Lucina bella,
se l’avea morta, o la tenea captiva.
La donna umanamente gli favella,
e lo conforta, che Lucina è viva,
e che non è alcun dubbio ch’ella muora;
320che mai femina l’Orco non divora.
Norandino chiede notizie di tutti i prigionieri e soprattutto della moglie: vuole sapere se è stata uccisa o se si trova ancora nella tana. La donna lo rassicura: Lucina è viva, perché l'Orco non mangia mai le donne.
Ottava 41
– Esser di ciò argumento ti poss’io,
e tutte queste donne che son meco:
né a me né a lor mai l’Orco è stato rio,
pur che non ci scostian da questo speco.
325A chi cerca fuggir, pon grave fio;
né pace mai puon ritrovar più seco:
o le sotterra vive, o l’incatena,
o fa star nude al sol sopra l’arena.
La moglie dell'Orco porta a prova della propria affermazione sé stessa e le altre prigioniere. Finché non tentano di allontanarsi dalla grotta non subiscono violenze, ma chi cerca di fuggire viene punita atrocemente: il mostro può sotterrarla viva, incatenarla o lasciarla nuda sotto il sole.
Ottava 42
Quando oggi egli portò qui la tua gente,
330le femine dai maschi non divise;
ma, sì come gli avea, confusamente
dentro a quella spelonca tutti mise.
Sentirà a naso il sesso differente.
Le donne non temer che sieno uccise:
335gli uomini, siene certo; ed empieranne
di quattro, il giorno, o sei, l’avide canne.
Quando il mostro ha portato nella tana i nuovi prigionieri non ha separato uomini e donne, ma la sua sensibilità agli odori gli permetterà di distinguerli. Le donne non saranno divorate; gli uomini invece rischiano ogni giorno di diventare il pasto di quella creatura.
Ottava 43
Di levar lei di qui non ho consiglio
che dar ti possa; e contentar ti puoi
che ne la vita sua non è periglio:
340starà qui al ben e al mal ch’avremo noi.
Ma vattene, per Dio, vattene, figlio,
che l’Orco non ti senta e non t’ingoi.
Tosto che giunge, d’ogn’intorno annasa,
e sente sin a un topo che sia in casa. –
La donna non sa suggerire un modo sicuro per liberare Lucina, ma ribadisce che la sua vita non è in pericolo finché resta prigioniera. Esorta Norandino a partire subito: appena rientra, l'Orco annusa ogni angolo della casa e scoprirebbe perfino un topo nascosto.
Ottava 44
345Rispose il re, non si voler partire,
se non vedea la sua Lucina prima;
e che più tosto appresso a lei morire,
che viverne lontan, faceva stima.
Quando vede ella non potergli dire
350cosa che ’l muova da la voglia prima,
per aiutarlo fa nuovo disegno,
e ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno.
Norandino rifiuta di andarsene prima di aver rivisto Lucina: considera preferibile morire accanto a lei piuttosto che sopravviverle lontano. La donna capisce che nessun ragionamento lo convincerà a partire e comincia allora a cercare un espediente per aiutarlo.
Ottava 45
Morte avea in casa, e d’ogni tempo appese,
con lor mariti, assai capre ed agnelle,
355onde a sé ed alle sue facea le spese;
e dal tetto pendea più d’una pelle.
La donna fe’ che ’l re del grasso prese,
ch’avea un gran becco intorno alle budelle,
e che se n’unse dal capo alle piante,
360fin che l’odor cacciò ch’egli ebbe inante.
Nella caverna sono appese molte pelli di capre e agnelle, che il mostro aveva ucciso per nutrire la famiglia. La donna prende il grasso delle viscere di un vecchio caprone e fa ungere Norandino dalla testa ai piedi, fino a cancellarne l'odore umano.
Ottava 46
E poi che ’l tristo puzzo aver le parve,
di che il fetido becco ognora sape,
piglia l’irsuta pelle, e tutto entrarve
lo fe’; ch’ella è sì grande che lo cape.
365Coperto sotto a così strane larve,
facendol gir carpon, seco lo rape
là dove chiuso era d’un sasso grave
de la sua donna il bel viso soave.
Quando il re odora ormai come un caprone, la donna lo fa entrare in una grande pelle irsuta. Lo costringe a camminare a quattro zampe, così da sembrare davvero un animale, e lo conduce alla grotta chiusa da un masso in cui si trova Lucina.
Ottava 47
Norandino ubidisce; ed alla buca
370de la spelonca ad aspettar si mette,
acciò col gregge dentro si conduca;
e fin a sera disiando stette.
Ode la sera il suon de la sambuca,
con che ’nvita a lassar l’umide erbette,
375e ritornar le pecore all’albergo
il fier pastor che lor venìa da tergo.
Norandino obbedisce e attende presso l'ingresso della stalla il momento di mescolarsi al gregge. Aspetta impaziente fino a sera, quando sente la musica con cui l'Orco richiama pecore e capre dai pascoli e le guida verso il ricovero.
Ottava 48
Pensate voi se gli tremava il core,
quando l’Orco sentì che ritornava,
e che ’l viso crudel pieno d’orrore
380vide appressare all’uscio de la cava;
ma poté la pietà più che ’l timore:
s’ardea, vedete, o se fingendo amava.
Vien l’Orco inanzi, e leva il sasso, ed apre:
Norandino entra fra pecore e capre.
Il re trema vedendo avvicinarsi il mostro, ma l'amore per Lucina è più forte della paura. L'Orco solleva il macigno che chiude la grotta e Norandino riesce a entrare, senza essere riconosciuto, mescolandosi a pecore e capre.
Ottava 49
385Entrato il gregge, l’Orco a noi descende;
ma prima sopra sé l’uscio si chiude.
Tutti ne va fiutando: al fin duo prende;
che vuol cenar de le lor carni crude.
Al rimembrar di quelle zanne orrende,
390non posso far ch’ancor non trieme e sude.
Partito l’Orco, il re getta la gonna
ch’avea di becco, e abbraccia la sua donna.
Richiuso il gregge, l'Orco passa tra i prigionieri e li annusa tutti. Ne sceglie due per mangiarli crudi quella sera. Il cavaliere che racconta dice di rabbrividire ancora al ricordo delle sue zanne. Quando il mostro se ne va, Norandino si toglie la pelle e abbraccia Lucina.
Ottava 50
Dove averne piacer deve e conforto,
vedendol quivi, ella n’ha affanno e noia:
395lo vede giunto ov’ha da restar morto;
e non può far però ch’essa non muoia.
– Con tutto ’l mal (diceagli) ch’io supporto,
signor, sentia non mediocre gioia,
che ritrovato non t’eri con nui
400quando da l’Orco oggi qui tratta fui.
La moglie, invece di rallegrarsi, è angosciata dalla presenza del marito nella tana. Crede che egli sia venuto incontro a morte certa e gli spiega che, pur disperata per la propria sorte, aveva trovato un po' di conforto pensando che almeno lui fosse libero e al sicuro.
Ottava 51
Che se ben il trovarmi ora in procinto
d’uscir di vita m’era acerbo e forte;
pur mi sarei, come è commune istinto,
dogliuta sol de la mia trista sorte:
405ma ora, o prima o poi che tu sia estinto,
più mi dorrà la tua che la mia morte. –
E seguitò, mostrando assai più affanno
di quel di Norandin, che del suo danno.
Lucina aggiunge che avrebbe potuto sopportare il dolore della propria morte, ma che vedere ora il marito in pericolo le pesa ancora di più. Qualunque cosa accada, teme di soffrire per la sua fine più che per la propria, e continua a lamentarsi per lui.
Ottava 52
– La speme (disse il re) mi fa venire,
410c’ho di salvarti, e tutti questi teco:
e s’io nol posso far, meglio è morire,
che senza te, mio sol, viver poi cieco.
Come io ci venni, mi potrò partire;
e voi tutt’altri ne verrete meco,
415se non avrete, come io non ho avuto,
schivo a pigliare odor d’animal bruto. –
Norandino risponde che la speranza di salvare Lucina e gli altri prigionieri lo ha spinto fin lì. Se non riuscirà, preferisce morire piuttosto che vivere separato da lei. Spiega che, usando la stessa astuzia grazie alla quale è entrato, tutti potrebbero uscire travestiti da animali, purché sopportino il cattivo odore delle pelli.
Ottava 53
La fraude insegnò a noi, che contra il naso
de l’Orco insegnò a lui la moglie d’esso;
di vestirci le pelli, in ogni caso
420ch’egli ne palpi ne l’uscir del fesso.
Poi che di questo ognun fu persuaso;
quanti de l’un, quanti de l’altro sesso
ci ritroviamo, uccidian tanti becchi,
quelli che più fetean, ch’eran più vecchi.
Il re racconta agli altri l'espediente suggerito dalla moglie dell'Orco: ricoprire il corpo con pelli, affinché il mostro, quando li toccherà o li annuserà all'uscita, li scambi per capre. Tutti si convincono a tentare la fuga e uccidono tanti vecchi caproni quanti sono i prigionieri.
Ottava 54
425Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo
che ritroviamo all’intestina intorno,
e de l’orride pelli ci vestimo.
Intanto uscì da l’aureo albergo il giorno.
Alla spelonca, come apparve il primo
430raggio del sol, fece il pastor ritorno;
e dando spirto alle sonore canne,
chiamò il suo gregge fuor de le capanne.
Uomini e donne si spalmano addosso il grasso degli animali e indossano le pelli maleodoranti. All'alba l'Orco torna all'ingresso della stalla e, suonando lo strumento che porta con sé, chiama fuori il gregge diretto al pascolo.
Ottava 55
Tenea la mano al buco de la tana,
acciò col gregge non uscissin noi:
435ci prendea al varco; e quando pelo o lana
sentia sul dosso, ne lasciava poi.
Uomini e donne uscimmo per sì strana
strada, coperti dagl’irsuti cuoi:
e l’Orco alcun di noi mai non ritenne,
440fin che con gran timor Lucina venne.
Il mostro tiene una mano presso l'apertura, in modo da controllare chi esce: quando sente sotto le dita lana o pelo, lascia passare. Così riescono a fuggire quasi tutti i prigionieri, mescolati agli animali, finché arriva il turno di Lucina, che attraversa l'uscita con grande paura.
Ottava 56
Lucina, o fosse perch’ella non volle
ungersi come noi, che schivo n’ebbe;
o ch’avesse l’andar più lento e molle,
che l’imitata bestia non avrebbe;
445o quando l’Orco la groppa toccolle,
gridasse per la tema che le accrebbe;
o che se le sciogliessero le chiome;
sentita fu, né ben so dirvi come.
Lucina però viene riconosciuta. Il narratore non sa se abbia rifiutato di spalmarsi il grasso, camminato in modo troppo umano, gridato di spavento al tocco dell'Orco o lasciato scoprire i capelli. Qualunque sia stata la causa, il travestimento non funziona.
Ottava 57
Tutti eravam sì intenti al caso nostro,
450che non avemmo gli occhi agli altrui fatti.
Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostro
che già gl’irsuti spogli le avea tratti,
e fattola tornar nel cavo chiostro.
Noi altri dentro a nostre gonne piatti
455col gregge andamo ove ’l pastor ci mena,
tra verdi colli in una piaggia amena.
Gli altri sono tanto concentrati sulla propria fuga da non accorgersi subito dell'accaduto. Il narratore si volta al grido di Lucina e vede il mostro strapparle la pelle e ricondurla prigioniera nella grotta. Gli altri proseguono con il gregge verso i prati verdi.
Ottava 58
Quivi attendiamo infin che steso all’ombra
d’un bosco opaco il nasuto Orco dorma.
Chi lungo il mar, chi verso ’l monte sgombra:
460sol Norandin non vuol seguir nostr’orma.
L’amor de la sua donna sì lo ’ngombra,
ch’alla grotta tornar vuol fra la torma,
né partirsene mai sin alla morte,
se non racquista la fedel consorte:
Appena l'Orco si addormenta all'ombra del bosco, i fuggiaschi si disperdono, chi verso il mare e chi verso le montagne. Norandino invece non vuole mettersi in salvo: l'amore lo trattiene e lo spinge a tornare ancora nella tana, deciso a non abbandonare Lucina.
Ottava 59
465che quando dianzi avea all’uscir del chiuso
vedutala restar captiva sola,
fu per gittarsi, dal dolor confuso,
spontaneamente al vorace Orco in gola;
e si mosse, e gli corse infino al muso,
470né fu lontano a gir sotto la mola:
ma pur lo tenne in mandra la speranza
ch’avea di trarla ancor di quella stanza.
Quando ha visto la moglie ripresa dal mostro, Norandino era stato sul punto di gettarsi volontariamente nelle sue fauci. È arrivato fino al suo muso, ma una residua speranza di salvarla lo ha trattenuto dal sacrificarsi inutilmente.
Ottava 60
La sera, quando alla spelonca mena
il gregge l’Orco, e noi fuggiti sente,
475e c’ha da rimaner privo di cena,
chiama Lucina d’ogni mal nocente,
e la condanna a star sempre in catena
allo scoperto in sul sasso eminente.
Vedela il re per sua cagion patire,
480e si distrugge, e sol non può morire.
La sera l'Orco rientra con il gregge, scopre la fuga dei prigionieri e comprende che resterà senza cena. Accusa Lucina di essere responsabile dell'inganno e la punisce incatenandola, esposta alle intemperie, su una roccia alta. Norandino la vede soffrire e si dispera.
Ottava 61
Matina e sera l’infelice amante
la può veder come s’affliga e piagna;
che le va misto fra le capre avante,
torni alla stalla o torni alla campagna.
485Ella con viso mesto e supplicante
gli accenna che per Dio non vi rimagna,
perché vi sta a gran rischio de la vita,
né però a lei può dare alcuna aita.
Mattina e sera il re, nascosto nel gregge, riesce a vedere la moglie imprigionata mentre gli animali entrano o escono dalla stalla. Lucina lo supplica con gli occhi di andarsene, perché lì rischia la vita senza poterla aiutare; egli però si rifiuta di lasciarla.
Ottava 62
Così la moglie ancor de l’Orco priega
490il re che se ne vada, ma non giova;
che d’andar mai senza Lucina niega,
e sempre più costante si ritruova.
In questa servitude, in che lo lega
Pietate e Amor, stette con lunga pruova
495tanto, ch’a capitar venne a quel sasso
il figlio d’Agricane e ’l re Gradasso.
Anche la moglie dell'Orco invita inutilmente Norandino a fuggire. Il re rimane fedele alla sua decisione per lungo tempo, tenuto prigioniero non da catene ma dall'amore e dalla pietà, finché giungono presso la grotta il figlio di Agricane e Gradasso.
Ottava 63
Dove con loro audacia tanto fenno,
che liberaron la bella Lucina;
ben che vi fu aventura più che senno:
500e la portar correndo alla marina;
e al padre suo, che quivi era, la denno:
e questo fu ne l’ora matutina,
che Norandin con l’altro gregge stava
a ruminar ne la montana cava.
I due cavalieri riescono a liberare Lucina con un'impresa nella quale conta più la fortuna che la prudenza. La conducono rapidamente al mare e la consegnano al padre, che si trova lì. In quel momento Norandino, ancora travestito, è lontano con il gregge nei pascoli montani.
Ottava 64
505Ma poi che ’l giorno aperta fu la sbarra,
e seppe il re la donna esser partita
(che la moglie de l’Orco gli lo narra),
e come a punto era la cosa gita;
grazie a Dio rende, e con voto n’inarra,
510ch’essendo fuor di tal miseria uscita,
faccia che giunga onde per arme possa,
per prieghi o per tesoro, esser riscossa.
Quando più tardi la moglie dell'Orco informa Norandino che Lucina è stata liberata, il re ringrazia Dio. Promette di fare tutto il possibile, con le armi, con le suppliche o con il denaro, perché possa finalmente riunirsi a lei e sottrarla a ogni ulteriore pericolo.
Ottava 65
Pien di letizia va con l’altra schiera
del simo gregge, e viene ai verdi paschi;
515e quivi aspetta fin ch’all’ombra nera
il mostro per dormir ne l’erba caschi.
Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera;
e al fin sicur che l’Orco non lo ’ntaschi,
sopra un navilio monta in Satalia;
520e son tre mesi ch’arrivò in Soria.
Pieno di gioia, il re continua per l'ultima volta a seguire il gregge. Quando il mostro si addormenta, si allontana e cammina per il resto del giorno e per tutta la sera. Raggiunge infine Satalia, dove si imbarca; trascorsi altri viaggi, torna in Siria tre mesi prima del racconto.
Ottava 66
In Rodi, in Cipro, e per città e castella
e d’Africa e d’Egitto e di Turchia,
il re cercar fe’ di Lucina bella;
né fin l’altr’ieri aver ne poté spia.
525L’altr’ier n’ebbe dal suocero novella,
che seco l’avea salva in Nicosia,
dopo che molti dì vento crudele
era stato contrario alle sue vele.
Norandino fa cercare Lucina in numerose città e regioni, da Rodi e Cipro fino all'Africa, all'Egitto e alla Turchia. Per molto tempo non ottiene alcuna notizia. Soltanto due giorni prima il suocero lo informa che la figlia si trova sana e salva con lui a Nicosia, dopo un lungo viaggio ostacolato dai venti.
Ottava 67
Per allegrezza de la buona nuova
530prepara il nostro re la ricca festa;
e vuol ch’ad ogni quarta luna nuova,
una se n’abbia a far simile a questa:
che la memoria rifrescar gli giova
dei quattro mesi che ’n irsuta vesta
535fu tra il gregge de l’Orco; e un giorno, quale
sarà dimane, uscì di tanto male.
Per festeggiare quella notizia, il re organizza la sontuosa giostra e decide di ripeterla ogni quattro lune nuove. Vuole ricordare per sempre i quattro mesi vissuti travestito da caprone fra gli animali dell'Orco e soprattutto il giorno in cui poté finalmente uscire da quella terribile condizione.
Ottava 68
Questo ch’io v’ho narrato, in parte vidi,
in parte udi’ da chi trovossi al tutto;
dal re, vi dico, che calende ed idi
540vi stette, fin che volse in riso il lutto:
e se n’udite mai far altri gridi,
direte a chi gli fa, che mal n’è istrutto. –
Il gentiluomo in tal modo a Grifone
de la festa narrò l’alta cagione.
L'ospite precisa di aver assistito personalmente a una parte dei fatti e di aver appreso il resto dal re e dagli altri protagonisti. Invita Grifone a non credere alle versioni diverse, perché chi le riferisce non conosce bene gli avvenimenti. Conclude così il racconto dell'origine della festa.
Ottava 69
545Un gran pezzo di notte si dispensa
dai cavallieri in tal ragionamento;
e conchiudon ch’amore e pietà immensa
mostrò quel re con grande esperimento.
Andaron, poi che si levar da mensa,
550ove ebbon grato e buono alloggiamento.
Nel seguente matin sereno e chiaro,
al suon de l’allegrezze si destaro.
I cavalieri trascorrono gran parte della notte a discuterne e concordano che Norandino ha dimostrato un amore profondo e una straordinaria fedeltà. Dopo la cena vengono accompagnati a riposare in un alloggio confortevole. Il mattino seguente sono svegliati dai suoni festosi provenienti dalla città.
Ottava 70
Vanno scorrendo timpani e trombette,
e ragunando in piazza la cittade.
555Or, poi che de cavalli e de carrette
e ribombar de gridi odon le strade,
Grifon le lucide arme si rimette,
che son di quelle che si trovan rade;
che l’avea impenetrabili e incantate
560la Fata bianca di sua man temprate.
Tamburi e trombe percorrono le strade richiamando tutti alla piazza, mentre risuonano le ruote dei carri e il nitrito dei cavalli. Grifone indossa la propria splendida armatura, particolarmente resistente perché forgiata e resa invulnerabile dalla Fata Bianca.
Ottava 71
Quel d’Antiochia, più d’ogn’altro vile,
armossi seco, e compagnia gli tenne.
Preparate avea lor l’oste gentile
nerbose lance, e salde e grosse antenne,
565e del suo parentado non umìle
compagnia tolta; e seco in piazza venne;
e scudieri a cavallo, e alcuni a piede,
a tal servigi attissimi, lor diede.
Si arma anche Martano, l'uomo di Antiochia che accompagna Orrigille, sebbene sia molto meno coraggioso. Il loro ospite ha preparato lance robuste e mette a disposizione alcuni parenti, scudieri a cavallo e servitori a piedi perché assistano i due cavalieri durante la giostra.
Ottava 72
Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte,
570né pel campo curar far di sé mostra,
per veder meglio il bel popul di Marte,
ch’ad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra.
Chi con colori accompagnati ad arte
letizia o doglia alla sua donna mostra;
575chi nel cimier, chi nel dipinto scudo
disegna Amor, se l’ha benigno o crudo.
Giunti nella piazza, Grifone e i compagni rimangono inizialmente in disparte a osservare i partecipanti, che si affrontano singolarmente o in piccoli gruppi. I cavalieri portano abiti e insegne variopinte: colori, cimieri e scudi rappresentano spesso la gioia o la sofferenza provocata dall'amore.
Ottava 73
Soriani in quel tempo aveano usanza
d’armarsi a questa guisa di Ponente.
Forse ve gli inducea la vicinanza
580che de’ Franceschi avean continuamente,
che quivi allor reggean la sacra stanza
dove in carne abitò Dio onnipotente;
ch’ora i superbi e miseri cristiani,
con biasmi lor, lasciano in man de’ cani.
Ariosto spiega che in quel tempo i Siriani avevano adottato l'uso occidentale di armarsi e combattere in tornei, forse per i frequenti contatti con i Francesi che governavano allora i luoghi della Terra Santa. Il poeta interrompe il racconto per criticare i cristiani del suo tempo, incapaci di difendere quei territori.
Ottava 74
585Dove abbassar dovrebbono la lancia
in augumento de la santa fede,
tra lor si dan nel petto e ne la pancia
a destruzion del poco che si crede.
Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia,
590volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede,
e voi, Tedeschi, a far più degno acquisto;
che quanto qui cercate è già di Cristo.
Anziché usare le armi per difendere la loro fede, osserva il narratore, i popoli cristiani si combattono fra loro e indeboliscono ciò che dovrebbero proteggere. Egli si rivolge a Spagnoli, Francesi, Svizzeri e Tedeschi, invitandoli a dirigere altrove le loro campagne militari e a scegliere imprese che ritiene più giuste.
Ottava 75
Se Cristianissimi esser voi volete,
e voi altri Catolici nomati,
595perché di Cristo gli uomini uccidete?
perché de’ beni lor son dispogliati?
Perché Ierusalem non riavete,
che tolto è stato a voi da’ rinegati?
Perché Costantinopoli e del mondo
600la miglior parte occupa il Turco immondo?
Ariosto domanda polemicamente perché i sovrani che si proclamano cristianissimi e cattolici uccidano altri cristiani e ne saccheggino i beni. Li rimprovera di non dedicarsi invece a recuperare Gerusalemme e a contrastare l'espansione ottomana a Costantinopoli e in altri territori.
Ottava 76
Non hai tu, Spagna, l’Africa vicina,
che t’ha via più di questa Italia offesa?
E pur, per dar travaglio alla meschina,
lasci la prima tua sì bella impresa.
605O d’ogni vizio fetida sentina,
dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa
ch’ora di questa gente, ora di quella
che già serva ti fu, sei fatta ancella?
Rivolgendosi alla Spagna, il poeta le ricorda che l'Africa le è vicina e le ha procurato molti conflitti, mentre essa preferisce intervenire in Italia. Poi rimprovera direttamente l'Italia, descritta come una terra intorpidita dai propri vizi e ormai sottomessa a popolazioni che in passato le erano state soggette.
Ottava 77
Se ’l dubbio di morir ne le tue tane,
610Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida,
e tra noi cerchi o chi ti dia del pane,
o, per uscir d’inopia, chi t’uccida;
le richezze del Turco hai non lontane:
caccial d’Europa, o almen di Grecia snida;
615così potrai o del digiuno trarti,
o cader con più merto in quelle parti.
Il narratore si rivolge agli Svizzeri: se attraversano la Lombardia perché la povertà e la fame li spingono a cercare denaro o a rischiare la vita come mercenari, potrebbero rivolgere le armi contro i Turchi, sperando di ottenere ricchezze oppure di morire per una causa ritenuta più meritevole.
Ottava 78
Quel ch’a te dico, io dico al tuo vicino
tedesco ancor; là le richezze sono,
che vi portò da Roma Costantino:
620portonne il meglio, e fe’ del resto dono.
Pattolo ed Ermo onde si tra’ l’or fino,
Migdonia e Lidia, e quel paese buono
per tante laudi in tante istorie noto,
non è, s’andar vi vuoi, troppo remoto.
Lo stesso invito viene rivolto ai Tedeschi. Ariosto ricorda le ricchezze dell'Oriente, secondo la tradizione trasferite da Roma da Costantino, e cita regioni celebri per l'oro e per la prosperità. Secondo lui quelle terre offrirebbero obiettivi migliori delle guerre combattute in Italia.
Ottava 79
625Tu, gran Leone, a cui premon le terga
de le chiavi del ciel le gravi some,
non lasciar che nel sonno si sommerga
Italia, se la man l’hai ne le chiome.
Tu sei Pastore; e Dio t’ha quella verga
630data a portare, e scelto il fiero nome,
perché tu ruggi, e che le braccia stenda,
sì che dai lupi il grege tuo difenda.
Il poeta si rivolge infine a papa Leone X. Poiché porta sulle spalle la responsabilità della Chiesa, gli chiede di non lasciare l'Italia in balia dei suoi nemici. Come un pastore che usa il bastone per proteggere il gregge, il pontefice dovrebbe difendere il paese dai suoi aggressori.
Ottava 80
Ma d’un parlar ne l’altro, ove sono ito
si lungi, dal camin ch’io faceva ora?
635Non lo credo però sì aver smarrito,
ch’io non lo sappia ritrovare ancora.
Io dicea ch’in Soria si tenea il rito
d’armarsi, che i Franceschi aveano allora:
sì che bella in Damasco era la piazza
640di gente armata d’elmo e di corazza.
Accortosi di essersi allontanato troppo dalla vicenda, Ariosto torna a Damasco. Ricorda che l'uso occidentale delle armature era stato adottato anche in Siria e che la piazza della città si era così riempita di cavalieri con elmi e corazze pronti per il torneo.
Ottava 81
Le vaghe donne gettano dai palchi
sopra i giostranti fior vermigli e gialli,
mentre essi fanno a suon degli oricalchi
levare a salti ed aggirar cavalli.
645Ciascuno, o bene o mal ch’egli cavalchi,
vuol far quivi vedersi, e sprona e dàlli:
di ch’altri ne riporta pregio e lode;
mentre altri a riso, e gridar dietro s’ode.
Dai palchi le donne lanciano fiori rossi e gialli sui partecipanti, mentre trombe e strumenti accompagnano le evoluzioni dei cavalli. Tutti cercano di farsi notare, ma i risultati sono diversi: alcuni ricevono applausi e ammirazione, altri vengono derisi per la loro incapacità.
Ottava 82
De la giostra era il prezzo un’armatura
650che fu donata al re pochi dì inante,
che su la strada ritrovò a ventura,
ritornando d’Armenia, un mercatante.
Il re di nobilissima testura
le sopraveste all’arme aggiunse, e tante
655perle vi pose intorno e gemme ed oro,
che la fece valer molto tesoro.
Il premio della giostra consiste in una splendida armatura che Norandino aveva ricevuto da un mercante. L'uomo l'aveva trovata abbandonata lungo la strada tornando dall'Armenia; il re vi aveva aggiunto stoffe magnifiche e una quantità di oro, perle e gemme, aumentandone enormemente il valore.
Ottava 83
Se conosciute il re quell’arme avesse,
care avute l’avria sopra ogni arnese;
né in premio de la giostra l’avria messe,
660come che liberal fosse e cortese.
Lungo saria chi raccontar volesse
chi l’avea sì sprezzate e vilipese,
che ’n mezzo de la strada le lasciasse,
preda chiunque o inanzi o indietro andasse.
Se il re avesse conosciuto la vera identità e l'importanza di quell'armatura, non l'avrebbe mai offerta come premio, per quanto generoso fosse. Il narratore rimanda a un momento successivo la spiegazione di come un oggetto tanto prezioso fosse stato abbandonato lungo la strada.
Ottava 84
665Di questo ho da contarvi più di sotto:
or dirò di Grifon, ch’alla sua giuuta
un paio e più di lance trovò rotto,
menato più d’un taglio e d’una punta.
Dei più cari e più fidi al re fur otto
670che quivi insieme avean lega congiunta;
gioveni; in arme pratichi ed industri,
tutti o signori o di famiglie illustri.
Ariosto torna a Grifone: quando giunge sul campo trova già lance spezzate e molti colpi scambiati. Otto giovani nobili e guerrieri esperti, particolarmente stimati dal re, si sono impegnati insieme a sostenere la sfida contro chiunque voglia affrontarli.
Ottava 85
Quei rispondean ne la sbarrata piazza
per un dì, ad uno ad uno, a tutto ’l mondo,
675prima con lancia, e poi con spada o mazza,
fin ch’al re di guardarli era giocondo;
e si foravan spesso la corazza:
per giuoco in somma qui facean, secondo
fan gli nimici capitali, eccetto
680che potea il re partirli a suo diletto.
Gli otto campioni si battono uno alla volta contro ogni sfidante, dapprima con la lancia e poi con spada o mazza. Sebbene la giostra sia presentata come uno spettacolo, gli scontri sono tanto violenti da ricordare veri duelli mortali; soltanto l'autorità del sovrano permette di interromperli.
Ottava 86
Quel d’Antiochia, un uom senza ragione,
che Martano il codardo nominosse,
come se de la forza di Grifone,
poi ch’era seco, participe fosse,
685audace entrò nel marziale agone;
e poi da canto ad aspettar fermosse,
sin che finisce una battaglia fiera
che tra duo cavallier cominciata era.
Martano, credendo forse di poter godere del prestigio di Grifone soltanto perché lo accompagna, entra con arroganza nell'arena. Poi però si mette da parte e aspetta che termini un combattimento molto duro tra due cavalieri, senza mostrare alcuna voglia di rischiare.
Ottava 87
Il signor di Seleucia, di quell’uno,
690ch’a sostener l’impresa aveano tolto,
combattendo in quel tempo con Ombruno,
lo ferì d’una punta in mezzo ’l volto,
sì che l’uccise: e pietà n’ebbe ognuno,
perché buon cavallier lo tenean molto;
695ed oltra la bontade, il più cortese
non era stato in tutto quel paese.
Il signore di Seleucia, uno degli otto campioni, colpisce Ombruno in pieno volto con la lancia e lo uccide. Il pubblico ne è addolorato, perché Ombruno era noto non solo per il suo valore guerriero, ma anche per la grande cortesia.
Ottava 88
Veduto ciò, Martano ebbe paura
che parimente a sé non avvenisse;
e ritornando ne la sua natura,
700a pensar cominciò come fugisse.
Grifon, che gli era appresso e n’avea cura,
lo spinse pur, poi ch’assai fece e disse,
contra un gentil guerrier che s’era mosso,
come si spinge il cane al lupo adosso;
La morte di Ombruno spaventa Martano, che comincia a cercare il modo di sottrarsi alla gara. Grifone, ignaro della sua vigliaccheria, lo incoraggia ripetutamente e lo spinge contro un altro guerriero, come un padrone manda il cane all'attacco di un lupo.
Ottava 89
705che dieci passi gli va dietro o venti,
e poi si ferma, ed abbaiando guarda
come digrigni i minacciosi denti,
come negli occhi orribil fuoco gli arda.
Quivi ov’erano e principi presenti
710e tanta gente nobile e gagliarda,
fuggì lo ’ncontro il timido Martano,
e torse ’l freno e ’l capo a destra mano.
La similitudine prosegue: il cane insegue il lupo per pochi passi e poi, impaurito dai denti e dagli occhi dell'avversario, si ferma ad abbaiare. Allo stesso modo Martano, davanti ai principi e al pubblico, evita il combattimento e volta il cavallo verso destra.
Ottava 90
Pur la colpa potea dar al cavallo,
chi di scusarlo avesse tolto il peso;
715ma con la spada poi fe’ sì gran fallo,
che non l’avria Demostene difeso.
Di carta armato par, non di metallo;
sì teme da ogni colpo essere offeso.
Fuggesi al fine, e gli ordini disturba,
720ridendo intorno a lui tutta la turba.
Forse qualcuno avrebbe potuto attribuire il suo primo gesto di fuga al cavallo, ma Martano si disonora ulteriormente quando deve usare la spada. Si comporta come se portasse un'armatura di carta e temesse ogni colpo; alla fine fugge, creando confusione nell'arena fra le risate degli spettatori.
Ottava 91
Il batter de le mani, il grido intorno
se gli levò del populazzo tutto.
Come lupo cacciato, fe’ ritorno
Martano in molta fretta al suo ridutto.
725Resta Grifone; e gli par de lo scorno
del suo compagno esser macchiato e brutto:
esser vorrebbe stato in mezzo il foco,
più tosto che trovarsi in questo loco.
Tutta la folla applaude ironicamente e grida contro Martano, che torna in tutta fretta al riparo come un lupo inseguito. Grifone resta nell'arena e prova una vergogna enorme per il comportamento del compagno: avrebbe preferito trovarsi in mezzo alle fiamme piuttosto che essere associato a quella fuga.
Ottava 92
Arde nel core, e fuor nel viso avampa,
730come sia tutta sua quella vergogna;
perché l’opere sue di quella stampa
vedere aspetta il populo ed agogna:
sì che rifulga chiara più che lampa
sua virtù, questa volta gli bisogna;
735ch’un’oncia, un dito sol d’error che faccia,
per la mala impression parrà sei braccia.
Grifone arrossisce di rabbia e umiliazione, quasi che il disonore fosse direttamente suo. Sa che ora il pubblico si aspetta da lui una prova altrettanto miserabile. Deve quindi far brillare il proprio valore più del solito, perché anche un errore minimo sarebbe ingigantito dal cattivo esempio appena visto.
Ottava 93
Già la lancia avea tolta su la coscia
Grifon, ch’errare in arme era poco uso:
spinse il cavallo a tutta briglia, e poscia
740ch’alquanto andato fu, la messe suso,
e portò nel ferire estrema angoscia
al baron di Sidonia, ch’andò guiso.
Ognun maravigliando in pié si leva;
che ’l contrario di ciò tutto attendeva.
Grifone sistema la lancia e lancia il cavallo al galoppo. Dopo aver preso la rincorsa colpisce con forza il barone di Sidonia, facendolo cadere. Tutti gli spettatori si alzano stupefatti, perché, dopo aver visto Martano, si aspettavano esattamente il contrario.
Ottava 94
745Tornò Grifon con la medesma antenna,
che ’ntiera e ferma ricovrata avea,
ed in tre pezzi la roppe alla penna
de lo scudo al signor di Lodicea.
Quel per cader tre volte e quattro accenna,
750che tutto steso alla groppa giacea:
pur rilevato al fin la spada strinse,
voltò il cavallo, e vêr Grifon si spinse.
Con una seconda carica Grifone spezza la lancia contro lo scudo del signore di Laodicea. L'avversario vacilla più volte e quasi cade dalla sella, ma riesce a riprendersi, sguaina la spada e torna a combattere contro di lui.
Ottava 95
Grifon, che ’l vede in sella, e che non basta
sì fiero incontro perché a terra vada,
755dice fra sé: – Quel che non poté l’asta,
in cinque colpi o ’n sei farà la spada. –
E su la tempia subito l’attasta
d’un dritto tal, che par che dal ciel cada;
e un altro gli accompagna e un altro appresso,
760tanto che l’ha stordito e in terra messo.
Grifone pensa che, se la lancia non è stata sufficiente, pochi colpi di spada completeranno l'opera. Colpisce duramente l'avversario alla tempia e prosegue con una raffica di fendenti, finché lo stordisce e lo fa cadere a terra.
Ottava 96
Quivi erano d’Apamia duo germani,
soliti in giostra rimaner di sopra,
Tirse e Corimbo; ed ambo per le mani
del figlio d’Uliver cader sozzopra.
765L’uno gli arcion lascia allo scontro vani;
con l’altro messa fu la spada in opra.
Già per commun giudicio si tien certo
che di costui fia de la giostra il merto.
Nell'arena si trovano anche due fratelli di Apamea, Tirso e Corimbo, entrambi celebri per le loro vittorie nei tornei. Grifone li abbatte uno dopo l'altro, il primo con la lancia e il secondo con la spada. Il pubblico ormai è convinto che sarà lui il vincitore della giostra.
Ottava 97
Ne la lizza era entrato Salinterno,
770gran diodarro e maliscalco regio,
e che di tutto ’l regno avea il governo,
e di sua mano era guerriero egregio.
Costui, sdegnoso ch’un guerriero esterno
debba portar di quella giostra il pregio,
775piglia una lancia, e verso Grifon grida,
e molto minacciandolo lo sfida.
Entra allora in campo Salinterno, alto funzionario del re e comandante militare, abilissimo nelle armi. Indignato all'idea che un forestiero possa conquistare il premio, prende una lancia e sfida Grifone con parole minacciose.
Ottava 98
Ma quel con un lancion gli fa risposta,
ch’avea per lo miglior fra dieci eletto,
e per non far error, lo scudo apposta,
780e via lo passa e la corazza e ’l petto:
passa il ferro crudel tra costa e costa,
e fuor pel tergo un palmo esce di netto.
Il colpo, eccetto al re, fu a tutti caro;
ch’ognuno odiava Salinterno avaro.
Grifone sceglie con cura una lancia fra le migliori e mira allo scudo dell'avversario. Il colpo attraversa scudo, armatura e petto, uscendo dalla schiena: Salinterno viene ucciso. Quasi tutti ne sono soddisfatti, perché il funzionario era odiato per la sua avarizia; il re invece ne soffre.
Ottava 99
785Grifone, appresso a questi, in terra getta
duo di Damasco, Ermofilo e Carmondo.
La milizia del re dal primo è retta;
del mar grande almiraglio è quel secondo.
Lascia allo scontro l’un la sella in fretta:
790adosso all’altro si riversa il pondo
del rio destrier, che sostener non puote
l’alto valor con che Grifon percuote.
Grifone abbatte poi due importanti cavalieri di Damasco, Ermofilo e Carmondo. Il primo comanda le truppe del re, mentre il secondo dirige la flotta. Uno è sbalzato subito dalla sella; sull'altro cade il peso del cavallo, che non riesce a sostenere la violenza dell'urto.
Ottava 100
Il signor di Seleucia ancor restava,
miglior guerrier di tutti gli altri sette;
795e ben la sua possanza accompagnava
con destrier buono e con arme perfette.
Dove de l’elmo la vista si chiava,
l’asta allo scontro l’uno e l’altro mette;
pur Grifon maggior colpo al pagan diede,
800che lo fe’ staffeggiar dal manco piede.
Resta il signore di Seleucia, ritenuto il più forte degli otto campioni e ben equipaggiato con un ottimo cavallo e un'armatura perfetta. I due puntano le lance verso le aperture degli elmi; Grifone colpisce più violentemente e costringe il rivale a perdere per un momento la staffa sinistra.
Ottava 101
Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso
pieni di molto ardir coi brandi nudi.
Fu il pagan prima da Grifon percosso
d’un colpo che spezzato avria gl’incudi.
805Con quel fender si vide e ferro ed osso
d’un ch’eletto s’avea tra mille scudi;
e se non era doppio e fin l’arnese,
ferìa la coscia ove cadendo scese.
Spezzate le lance, i due si affrontano con le spade sguainate. Grifone infligge per primo un colpo tanto poderoso da poter spaccare un'incudine, danneggiando gravemente l'armatura del rivale; soltanto la qualità eccezionale delle protezioni impedisce una ferita mortale alla coscia.
Ottava 102
Ferì quel di Seleucia alla visera
810Grifone a un tempo; e fu quel colpo tanto,
che l’avria aperta e rotta, se non era
fatta, come l’altr’arme, per incanto.
Gli è un perder tempo che ’l pagan più fera:
così son l’arme dure in ogni canto:
815e ’n più parti Grifon già fessa e rotta
ha l’armatura a lui, né perde botta.
Il signore di Seleucia colpisce Grifone alla visiera con una forza che avrebbe squarciato un elmo normale. L'armatura incantata di Grifone però non cede, mentre il paladino continua a rompere quella del saraceno, ferendolo a ogni occasione. Il combattimento diventa ormai impari.
Ottava 103
Ognun potea veder quanto di sotto
il signor di Seleucia era a Grifone;
e se partir non li fa il re di botto,
820quel che sta peggio, la vita vi pone.
Fe’ Norandino alla sua guardia motto
ch’entrasse a distaccar l’aspra tenzone.
Quindi fu l’uno, e quindi l’altro tratto;
e fu lodato il re di sì buon atto.
Tutti capiscono che il signore di Seleucia sta per essere sconfitto e rischia di morire. Norandino ordina allora alle guardie di separare i due contendenti. Il suo intervento salva il cavaliere in difficoltà e viene approvato dagli spettatori come una decisione saggia.
Ottava 104
825Gli otto che dianzi avean col mondo impresa,
e non potuto durar poi contra uno,
avendo mal la parte lor difesa,
usciti eran dal campo ad uno ad uno.
Gli altri ch’eran venuti a lor contesa,
830quivi restar senza contrasto alcuno,
avendo lor Grifon, solo, interrotto
quel che tutti essi avean da far contra otto.
Gli otto campioni che avevano sfidato chiunque si presentasse vengono così eliminati, uno dopo l'altro, da un solo guerriero. Gli altri partecipanti, che speravano di combattere contro quei campioni, rimangono senza avversari: Grifone ha affrontato e vinto da solo una sfida destinata a molti.
Ottava 105
E durò quella festa così poco,
ch’in men d’un’ora il tutto fatto s’era:
835ma Norandin, per far più lungo il giuoco
e per continuarlo infino a sera,
dal palco scese, e fe’ sgombrare il loco;
e poi divise in due la grossa schiera,
indi, secondo il sangue e la lor prova,
840gli andò accoppiando, e fe’ una giostra nova.
Tutto è finito in meno di un'ora. Norandino, desideroso di prolungare lo spettacolo fino alla sera, scende dal palco, fa liberare l'arena e divide i cavalieri rimasti in due gruppi, accoppiandoli secondo il rango e il valore perché prendano parte a una nuova giostra.
Ottava 106
Grifone intanto avea fatto ritorno
alla sua stanza pien d’ira e di rabbia
e più gli preme di Martan lo scorno
che non giova l’onor ch’esso vinto abbia.
845Quivi, per tor l’obbrobrio ch’avea intorno,
Martano adopra le mendaci labbia:
e l’astuta e bugiarda meretrice,
come meglio sapea, gli era adiutrice.
Grifone torna nell'alloggio, pieno di collera. La vergogna provocata da Martano gli pesa più del prestigio conquistato con le proprie vittorie. Martano cerca allora di giustificarsi con una serie di menzogne e Orrigille, altrettanto abile nell'inganno, lo aiuta a sostenere la falsa versione.
Ottava 107
O sì o no che ’l giovin gli credesse,
850pur la scusa accettò, come discreto:
e pel suo meglio allora allora elesse
quindi levarsi tacito e secreto,
per tema che, se ’l populo vedesse
Martano comparir, non stesse cheto.
855Così per una via nascosa e corta
usciro al camin lor fuor de la porta.
Non è chiaro se Grifone creda davvero alle scuse, ma le accetta con prudenza. Per evitare che gli abitanti riconoscano Martano e scatenino un tumulto, decide di ripartire di nascosto. I tre escono quindi dalla città seguendo una strada appartata e breve.
Ottava 108
Grifone, o ch’egli o che ’l cavallo fosse
stanco, o gravasse il sonno pur le ciglia,
al primo albergo che trovar, fermosse,
860che non erano andati oltre a dua miglia.
Si trasse l’elmo, e tutto disarmosse,
e trar fece a’ cavalli e sella e briglia;
e poi serrossi in camera soletto,
e nudo per dormire entrò nel letto.
Dopo meno di due miglia, Grifone è così stanco, oppure assonnato, da fermarsi alla prima locanda. Fa togliere selle e briglie ai cavalli, si leva le armi, entra da solo nella sua camera e si corica per riposare.
Ottava 109
865Non ebbe così tosto il capo basso,
che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppresso
così profundamente, che mai tasso
né ghiro mai s’addormentò quanto esso.
Martano in tanto ed Orrigille a spasso
870entraro in un giardin ch’era lì appresso;
ed un inganno ordir, che fu il più strano
che mai cadesse in sentimento umano.
Non appena posa la testa, Grifone cade in un sonno profondissimo. Martano e Orrigille, approfittando dell'occasione, escono nel giardino vicino e inventano insieme un inganno particolarmente audace contro il giovane paladino.
Ottava 110
Martano disegnò torre il destriero,
i panni e l’arme che Grifon s’ha tratte;
875e andare inanzi al re pel cavalliero
che tante pruove avea giostrando fatte.
L’effetto ne seguì, fatto il pensiero:
tolle il destrier più candido che latte,
scudo e cimiero ed arme e sopraveste,
880e tutte di Grifon l’insegne veste.
Martano decide di rubare il cavallo bianco, i vestiti e l'armatura di Grifone e di presentarsi al re come il vincitore della giostra. Mette subito in pratica il piano, indossando le insegne del cavaliere addormentato e impossessandosi di tutto ciò che può farlo riconoscere al suo posto.
Ottava 111
Con gli scudieri e con la donna, dove
era il popolo ancora, in piazza venne;
e giunse a tempo che finian le pruove
di girar spade e d’arrestare antenne.
885Commanda il re che ’l cavallier si truove,
che per cimier avea le bianche penne,
bianche le vesti e bianco il corridore;
che ’l nome non sapea del vincitore.
Accompagnato da Orrigille e dagli scudieri, Martano rientra in piazza proprio mentre si concludono le nuove gare. Norandino fa cercare il cavaliere dalle armi bianche, dal cimiero con piume bianche e dal cavallo dello stesso colore, perché non conosce il nome del vero vincitore.
Ottava 112
Colui ch’indosso il non suo cuoio aveva,
890come l’asino già quel del leone,
chiamato, se n’andò, come attendeva,
a Norandino, in loco di Grifone.
Quel re cortese incontro se gli leva,
l’abbraccia e bacia, e allato se lo pone:
895né gli basta onorarlo e dargli loda,
che vuol che ’l suo valor per tutto s’oda.
Travestito con le armi altrui, Martano si presenta al sovrano come l'asino della favola che si veste della pelle del leone. Norandino, ingannato dalle insegne, si alza, lo abbraccia e lo fa sedere accanto a sé, deciso a celebrarne pubblicamente il valore.
Ottava 113
E fa gridarlo al suon degli oricalchi
vincitor de la giostra di quel giorno.
L’alta voce ne va per tutti i palchi,
900che ’l nome indegno udir fa d’ogn’intorno.
Seco il re vuol ch’a par a par cavalchi,
quando al palazzo suo poi fa ritorno;
e di sua grazia tanto gli comparte,
che basteria, se fosse Ercole o Marte.
Il re ordina che trombe e banditori proclamino Martano vincitore della giornata. L'annuncio risuona dappertutto, attribuendo a un uomo indegno i meriti di Grifone. Norandino lo invita persino a cavalcare al proprio fianco durante il ritorno al palazzo e gli tributa onori straordinari.
Ottava 114
905Bello ed ornato alloggiamento dielli
in corte, ed onorar fece con lui
Orrigille anco; e nobili donzelli
mandò con essa, e cavallieri sui.
Ma tempo è ch’anco di Grifon favelli,
910il qual né dal compagno né d’altrui
temendo inganno, addormentato s’era,
né mai si risvegliò fin alla sera.
Il sovrano assegna al falso vincitore un alloggio splendido nella corte e fa rendere onore anche a Orrigille, servita da dame e cavalieri. Il narratore torna intanto a Grifone, che non sospetta il tradimento e rimane profondamente addormentato fino alla sera.
Ottava 115
Poi che fu desto, e che de l’ora tarda
s’accorse, uscì di camera con fretta,
915dove il falso cognato e la bugiarda
Orrigille lasciò con l’altra setta;
e quando non gli truova, e che riguarda
non v’esser l’arme né i panni, sospetta;
ma il veder poi più sospettoso il fece
920l’insegne del compagno in quella vece.
Al risveglio Grifone si accorge che è molto tardi e si affretta a uscire dalla stanza. Non trova né Orrigille né il falso fratello, e nota che mancano le sue armi e i suoi abiti. Quando vede al loro posto l'equipaggiamento di Martano, comincia a comprendere di essere stato ingannato.
Ottava 116
Sopravien l’oste, e di colui l’informa
che già gran pezzo, di bianch’arme adorno,
con la donna e col resto de la torma
avea ne la città fatto ritorno.
925Truova Grifone a poco a poco l’orma
ch’ascosa gli avea Amor fin a quel giorno;
e con suo gran dolor vede esser quello
adulter d’Orrigille, e non fratello.
L'albergatore gli riferisce che l'uomo dalle armi bianche è tornato da tempo in città insieme alla donna e ai compagni. Grifone finalmente riconosce la verità che l'amore gli aveva nascosto: Martano non è il fratello di Orrigille, ma il suo amante.
Ottava 117
Di sua sciocchezza indarno ora si duole,
930ch’avendo il ver dal peregrino udito,
lasciato mutar s’abbia alle parole
di chi l’avea più volte già tradito.
Vendicar si potea, né seppe; or vuole
l’inimico punir, che gli è fuggito;
935ed è costretto con troppo gran fallo
a tor di quel vil uom l’arme e ’l cavallo.
Il paladino si rimprovera di aver creduto alle parole di una donna che lo aveva già tradito, nonostante fosse stato avvertito da un pellegrino. Avrebbe potuto vendicarsi quando ne aveva l'occasione, ma l'ha lasciata sfuggire. Ora, per inseguire i due, è costretto a usare il cavallo e le armi dell'uomo vile.
Ottava 118
Eragli meglio andar senz’arme e nudo,
che porsi indosso la corazza indegna,
o ch’imbracciar l’abominato scudo,
940o por su l’elmo la beffata insegna;
ma per seguir la meretrice e ’l drudo,
ragione in lui pari al disio non regna.
A tempo venne alla città, ch’ancora
il giorno avea quasi di vivo un’ora.
A Grifone sarebbe convenuto affrontare la città senza armatura piuttosto che indossare le insegne infamanti di Martano. Tuttavia la voglia di raggiungere Orrigille e il suo complice prevale sulla prudenza. Riparte così e arriva alle porte di Damasco prima che tramonti completamente il sole.
Ottava 119
945Presso alla porta ove Grifon venìa,
siede a sinistra un splendido castello,
che, più che forte e ch’a guerre atto sia,
di ricche stanze è accommodato e bello.
I re, i signori, i primi di Soria
950con alte donne in un gentil drappello
celebravano quivi in loggia amena
la real sontuosa e lieta cena.
Vicino a una delle porte cittadine sorge un castello splendido, costruito più per il lusso che per la difesa. In una loggia del castello il re, i nobili siriani e numerose dame stanno partecipando a una cena ricca e festosa.
Ottava 120
La bella loggia sopra ’l muro usciva
con l’alta rocca fuor de la cittade;
955e lungo tratto di lontan scopriva
i larghi campi e le diverse strade.
Or che Grifon verso la porta arriva
con quell’arme d’obbrobrio e di viltade,
fu con non troppa aventurosa sorte
960dal re veduto e da tutta la corte:
La loggia sporge fuori dalle mura e permette di vedere lontano le strade e i campi. Proprio mentre si avvicina alla porta, Grifone, che indossa le armi della codardia, viene scorto da Norandino e dagli invitati riuniti nella loggia.
Ottava 121
e riputato quel di ch’avea insegna,
mosse le donne e i cavallieri a riso.
Il vil Martano, come quel che regna
in gran favor, dopo ’l re è ’l primo assiso,
965e presso a lui la donna di sé degna;
dai quali Norandin con lieto viso
volse saper chi fosse quel codardo
che così avea al suo onor poco riguardo;
Credendo che chi indossa quelle insegne sia il guerriero fuggito dalla giostra, la corte scoppia a ridere. Martano, seduto vicino al re con Orrigille e ormai pieno di privilegi, viene interrogato dal sovrano: Norandino vuole sapere chi sia quell'uomo tanto codardo.
Ottava 122
che dopo una sì trista e brutta pruova,
970con tanta fronte or gli tornava inante.
Dicea: – Questa mi par cosa assai nuova,
ch’essendo voi guerrier degno e prestante,
costui compagno abbiate, che non truova,
di viltà, pari in terra di Levante.
975Il fate forse per mostrar maggiore,
per tal contrario, il vostro alto valore.
Il re si dice sorpreso che un cavaliere valoroso come il falso vincitore viaggi in compagnia di un guerriero così vile. Forse, osserva ironicamente, è proprio per far risaltare meglio il proprio coraggio mettendolo a confronto con la vigliaccheria del compagno.
Ottava 123
Ma ben vi giuro per gli eterni dei,
che se non fosse ch’io riguardo a vui,
la publica ignominia gli farei,
980ch’io soglio fare agli altri pari a lui.
Perpetua ricordanza gli darei,
come ognor di viltà nimico fui.
Ma sappia, s’impunito se ne parte,
grado a voi che ’l menaste in questa parte. –
Norandino aggiunge che punirebbe pubblicamente quell'uomo, come è solito fare con i codardi, se non fosse per riguardo verso il presunto vincitore che lo accompagna. Se Grifone se ne andrà senza castigo, dovrà quindi ringraziare soltanto la protezione dell'uomo che sembra averlo condotto lì.
Ottava 124
985Colui che fu de tutti i vizi il vaso,
rispose: – Alto signor, dir non sapria
chi sia costui; ch’io l’ho trovato a caso,
venendo d’Antiochia, in su la via.
ll suo smnbiante m’avea persuaso
990che fosse degno di mia compagnia;
ch’intesa non n’avea pruova né vista,
se non quella che fece oggi assai trista.
Martano finge di non sapere quasi nulla di quel cavaliere: sostiene di averlo incontrato per caso sulla strada da Antiochia e di averlo accettato come compagno per l'aspetto rispettabile, prima di conoscerne la vergognosa condotta nella giostra.
Ottava 125
La qual mi spiacque sì, che restò poco,
che per punir l’estrema sua viltade,
995non gli facessi allora allora un gioco,
che non toccasse più lance né spade:
ma ebbi, più ch’a lui, rispetto al loco,
e riverenza a vostra maestade.
Né per me voglio che gli sia guadagno
1000l’essermi stato un giorno o dua compagno:
Il bugiardo afferma di essersi così indignato per la fuga di quel guerriero da essere stato sul punto di punirlo direttamente e impedirgli di usare ancora le armi. Dice di essersi trattenuto soltanto per rispetto del luogo e del re e chiede che la breve compagnia di viaggio non gli procuri indulgenza.
Ottava 126
di che contaminato anco esser parme;
e sopra il cor mi sarà eterno peso,
se, con vergogna del mestier de l’arme,
io lo vedrò da noi partire illeso:
1005e meglio che lasciarlo, satisfarme
potrete, se sarà d’un merlo impeso;
e fia lodevol opra e signorile,
perch’el sia esempio e specchio ad ogni vile. –
Martano arriva persino a dichiarare che considererebbe un'offesa al proprio onore lasciare impunito quel cavaliere. Propone che sia impiccato su una merlatura, perché la pena serva da esempio a tutti coloro che mancano di coraggio.
Ottava 127
Al detto suo Martano Orrigille have,
1010senza accennar, confermatrice presta.
– Non son (rispose il re) l’opre sì prave,
ch’al mio parer v’abbia d’andar la testa.
Voglio per pena del peccato grave,
che sol rinuovi al populo la festa. –
1015E tosto a un suo baron, che fe’ venire,
impose quanto avesse ad esequire.
Orrigille appoggia prontamente la menzogna dell'amante. Norandino però non ritiene che la colpa descritta meriti la morte: decide di infliggere al presunto codardo una pubblica umiliazione e ordina a un barone di predisporre la punizione.
Ottava 128
Quel baron molti armati seco tolse,
ed alla porta de la terra scese;
e quivi con silenzio li raccolse,
1020e la venuta di Grifone attese:
e ne l’entrar sì d’improviso il colse,
che fra i duo ponti a salvamento il prese;
e lo ritenne con beffe e con scorno
in una oscura stanza insin al giorno.
Il barone raduna alcuni uomini armati e si apposta in silenzio vicino alla porta della città. Quando Grifone entra, lo sorprende nello spazio fra i due ponti e lo cattura senza lasciargli la possibilità di difendersi. Lo tiene prigioniero in una stanza buia fino al mattino.
Ottava 129
1025Il Sole a pena avea il dorato crine
tolto di grembio alla nutrice antica,
e cominciava da le piagge alpine
a cacciar l’ombre e far la cima aprica;
quando temendo il vil Martan ch’al fine
1030Grifone ardito la sua causa dica,
e ritorni la colpa ond’era uscita,
tolse licenza, e fece indi partita,
All'alba Martano teme che Grifone, uomo coraggioso e innocente, trovi il modo di parlare e di smascherare l'inganno. Per evitare che la verità venga scoperta, chiede al re il permesso di partire, inventando una scusa per non assistere allo spettacolo punitivo.
Ottava 130
trovando idonia scusa al priego regio,
che non stia allo spettacolo ordinato.
1035Altri doni gli avea fatto, col pregio
de la non sua vittoria, il signor grato;
e sopra tutto un amplo privilegio,
dov’era d’altri onori al sommo ornato.
Lasciànlo andar; ch’io vi prometto certo,
1040che la mercede avrà secondo il merto.
Norandino gli aveva già donato ricchi premi per la vittoria che credeva sua, compreso un documento solenne che gli concedeva ulteriori privilegi e onori. Martano se ne va con tutto il bottino, ma il narratore anticipa che un giorno riceverà la ricompensa che merita davvero.
Ottava 131
Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza,
quando più si trovò piena di gente.
Gli avean levato l’elmo e la corazza,
e lasciato in farsetto assai vilmente;
1045e come il conducessero alla mazza,
posto l’avean sopra un carro eminente,
che lento lento tiravan due vacche
da lunga fame attenuate e fiacche.
Grifone viene condotto in piazza davanti a una folla numerosa, privato dell'elmo e della corazza e lasciato soltanto con una veste modesta. Lo issano su un carro alto, trainato lentamente da due vacche magre e sfinite, per esporlo al disprezzo pubblico.
Ottava 132
Venian d’intorno alla ignobil quadriga
1050vecchie sfacciate e disoneste putte,
di che n’era una ed or un’altra auriga,
e con gran biasmo lo mordeano tutte.
Lo poneano i fanciulli in maggior briga,
che, oltre le parole infami e brutte,
1055l’avrian coi sassi insino a morte offeso,
se dai più saggi non era difeso.
Intorno al carro camminano donne incaricate di insultarlo e deriderlo, alcune delle quali si alternano persino alla guida delle vacche. I ragazzi lo tormentano ancora peggio, con urla e parole offensive, e lo colpirebbero a morte con i sassi se persone più ragionevoli non li fermassero.
Ottava 133
L’arme che del suo male erano state
cagion, che di lui fer non vero indicio,
da la coda del carro strascinate
1060patian nel fango debito supplicio.
Le ruote inanzi a un tribunal fermate
gli fero udir de l’altrui maleficio
la sua ignominia, che ’n sugli occhi detta
gli fu, gridando un publico trombetta.
Le armi che hanno provocato l'equivoco vengono trascinate nel fango dietro il carro, come se meritassero anch'esse una punizione. Quando il corteo si ferma davanti a un tribunale, un banditore proclama pubblicamente la vergogna attribuita a Grifone, che in realtà appartiene a Martano.
Ottava 134
1065Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto
dinanzi a templi, ad officine e a case,
dove alcun nome scelerato e brutto,
che non gli fosse detto, non rimase.
Fuor de la terra all’ultimo cundutto
1070fu da la turba, che si persuase
bandirlo e cacciare indi a suon di busse,
non conoscendo ben ch’egli si fusse.
Il prigioniero viene mostrato per le strade davanti a templi, botteghe e abitazioni, ricevendo ogni sorta di insulto. Infine la folla lo conduce fuori dalle mura e lo caccia a colpi e percosse, convinta di punire un vigliacco senza riconoscere il vero valoroso che ha davanti.
Ottava 135
Si tosto a pena gli sferraro i piedi
e liberargli l’una e l’altra mano,
1075che tor lo scudo ed impugnar gli vedi
la spada, che rigò gran pezzo il piano.
Non ebbe contra sé lance né spiedi;
che senz’arme venìa il populo insano.
Ne l’altro canto diferisco il resto;
1080che tempo è omai, Signor, di finir questo.
Non appena gli vengono liberati piedi e mani, Grifone afferra lo scudo e sguaina la spada, aprendo una lunga scia fra la folla. Gli avversari non hanno lance né altre armi, perché pensavano di dover soltanto insultare un uomo indifeso. Ariosto rinvia al canto successivo la conclusione della vicenda.