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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto quindicesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1Fu il vincer sempremai laudabil cosa,
vincasi o per fortuna o per ingegno:
gli è ver che la vittoria sanguinosa
spesso far suole il capitan men degno;
5e quella eternamente è gloriosa,
e dei divini onori arriva al segno,
quando servando i suoi senza alcun danno,
si fa che gl’inimici in rotta vanno.
Vincere è sempre motivo di lode, sia quando si deve la vittoria alla fortuna sia quando la si ottiene con l’intelligenza. Ma un comandante che conquista il successo sacrificando molti uomini merita meno onore di chi mette in fuga il nemico salvando tutti i propri soldati: quest’ultima è la vittoria davvero degna di gloria eterna.
Ottava 2
La vostra, Signor mio, fu degna loda,
10quando al Leone, in mar tanto feroce,
ch’avea occupata l’una e l’altra proda
del Po, da Francolin sin alla foce,
faceste sì, ch’ancor che ruggir l’oda,
s’io vedrò voi, non tremerò alla voce.
15Come vincer si de’, ne dimostraste;
ch’uccideste i nemici, e noi salvaste.
Il poeta elogia il proprio signore per aver sconfitto sul Po il potente Leone, simbolo di Venezia, che dominava entrambe le rive da Francolino fino alla foce. La vittoria ha protetto gli alleati e mostrato come si possa colpire il nemico salvando i propri uomini: per questo il poeta non teme più il ruggito di quel Leone.
Ottava 3
Questo il pagan, troppo in suo danno audace,
non seppe far; che i suoi nel fosso spinse,
dove la fiamma subita e vorace
20non perdonò ad alcun, ma tutti estinse.
A tanti non saria stato capace
tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse,
restrinse i corpi e in polve li ridusse,
acciò ch’abile a tutti il luogo fusse.
Rodomonte, al contrario, non ha saputo proteggere i suoi. Per una decisione avventata ha spinto i propri guerrieri nel fossato, dove un incendio improvviso li ha uccisi tutti. La quantità di corpi era enorme, ma il fuoco li ha consumati fino a ridurli in cenere, facendo posto anche agli altri.
Ottava 4
25Undicimila ed otto sopra venti
si ritrovar ne l’affocata buca,
che v’erano discesi malcontenti;
ma così volle il poco saggio duca.
Quivi fra tanto lume or sono spenti,
30e la vorace fiamma li manuca:
e Rodomonte, causa del mal loro,
se ne va esente da tanto martoro:
Nel fossato infuocato sono morti oltre undicimila soldati, entrati controvoglia per colpa dell’imprudenza del loro capo. Ora vengono divorati dalle fiamme, mentre Rodomonte, responsabile del disastro, è rimasto vivo e si è sottratto alla sorte dei suoi uomini.
Ottava 5
che tra’ nemici alla ripa più interna
era passato d’un mirabil salto.
35Se con gli altri scendea ne la caverna,
questo era ben il fin d’ogni suo assalto.
Rivolge gli occhi a quella valle inferna;
e quando vede il fuoco andar tant’alto,
e di sua gente il pianto ode e lo strido,
40bestemmia il ciel con spaventoso grido.
Rodomonte si era salvato saltando sull’argine interno oltre il fossato: se vi fosse precipitato con i suoi, sarebbe morto anche lui. Guardando indietro vede le fiamme altissime, ascolta le grida dei soldati che bruciano e impreca contro il cielo con urla terribili.
Ottava 6
Intanto il re Agramante mosso avea
impetuoso assalto ad una porta;
che, mentre la crudel battaglia ardea
quivi ove è tanta gente afflitta e morta,
45quella sprovista forse esser credea
di guardia, che bastasse alla sua scorta.
Seco era il re d’Arzilla Bambirago,
e Baliverzo, d’ogni vizio vago;
Intanto Agramante assalta con impeto un’altra porta di Parigi. Mentre lo scontro e la strage infuriano presso il fossato, il re saraceno spera che quel secondo ingresso sia poco sorvegliato. Lo accompagnano Bambirago, re di Arzilla, e Baliverzo, uomo incline a ogni vizio.
Ottava 7
e Corineo di Mulga, e Prusione,
50il ricco re dell’Isole beate;
Malabuferso che la regione
tien di Fizan, sotto continua estate;
altri signori, ed altre assai persone
esperte ne la guerra e bene armate;
55e molti ancor senza valore e nudi,
che ’l cor non s’armerian con mille scudi.
Con Agramante si trovano anche Corineo di Mulga, Prusione, ricco re delle Isole Beate, Malabuferso, signore del caldo paese di Fezzan, e molti altri comandanti esperti. Alle truppe ben armate si mescolano tuttavia uomini inesperti e paurosi, incapaci di trovare coraggio anche dietro mille scudi.
Ottava 8
Trovò tutto il contrario al suo pensiero
in questa parte il re de’ Saracini:
perché in persona il capo de l’Impero
60v’era, re Carlo, e de’ suoi paladini,
re Salamone ed il danese Ugiero,
ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini,
e ’l duca di Bavera e Ganelone,
e Berlengier e Avolio e Avino e Otone;
L’assalto non va come Agramante aveva sperato. Proprio quella porta è difesa dall’imperatore Carlo Magno in persona, insieme a valorosi paladini e sovrani alleati, fra cui Salomone, Ogiero il Danese, i due Guidi, i due Angelini e altri nobili guerrieri.
Ottava 9
65gente infinita poi di minor conto,
de’ Franchi, de’ Tedeschi e de’ Lombardi,
presente il suo signor, ciascuno pronto
a farsi riputar fra i più gagliardi.
Di questo altrove io vo’ rendervi conto;
70ch’ad un gran duca è forza ch’io riguardi,
il qual mi grida, e di lontano accenna,
e priega ch’io nol lasci ne la penna.
Attorno all’imperatore combattono inoltre moltissimi Francesi, Tedeschi e Lombardi, desiderosi di mostrargli il proprio coraggio. Ariosto annuncia che riprenderà in seguito quella battaglia: per ora deve tornare a raccontare la storia di un altro personaggio, Astolfo, che quasi lo richiama da lontano.
Ottava 10
Gli è tempo ch’io ritorni ove lasciai
l’aventuroso Astolfo d’Inghilterra,
75che ’l lungo esilio avendo in odio ormai,
di desiderio ardea de la sua terra;
come gli n’avea data pur assai
speme colei ch’Alcina vinse in guerra.
Ella di rimandarvilo avea cura
80per la via più espedita e più sicura.
Il poeta riprende dunque la vicenda di Astolfo d’Inghilterra. Stanco di un esilio durato troppo a lungo, il duca desidera ardentemente rientrare in patria. Logistilla, che aveva sconfitto la maga Alcina, gli ha promesso di organizzare il ritorno lungo la strada più rapida e sicura possibile.
Ottava 11
E così una galea fu apparechiata,
di che miglior mai non solcò marina;
e perché ha dubbio per tutta fiata,
che non gli turbi il suo viaggio Alcina,
85vuol Logistilla che con forte armata
Andronica ne vada e Sofrosina,
tanto che nel mar d’Arabi, o nel golfo
de’ Persi, giunga a salvamento Astolfo.
Logistilla fa preparare una splendida galea e, temendo che Alcina tenti di ostacolare la traversata, affida la scorta del duca a una flotta guidata da Andronica e Sofrosina. Le due guide dovranno accompagnarlo sano e salvo almeno fino al mare Arabico o al golfo Persico.
Ottava 12
Più tosto vuol che volteggiando rada
90gli Sciti e gl’Indi e i regni nabatei,
e torni poi per così lunga strada
a ritrovar i Persi e gli Eritrei;
che per quel boreal pelago vada,
che turban sempre iniqui venti e rei,
95e sì, qualche stagion, pover di sole,
che starne senza alcuni mesi suole.
Logistilla preferisce perfino una lunga deviazione attraverso terre e mari orientali piuttosto che mandarlo sulle acque settentrionali, tormentate dai venti e, in alcune stagioni, private quasi completamente della luce del sole. Sceglie quindi un percorso che ritiene meno pericoloso, anche se più lungo.
Ottava 13
La fata, poi che vide acconcio il tutto,
diede licenza al duca di partire,
avendol prima ammaestrato e istrutto
100di cose assai, che fôra lungo a dire;
e per schivar che non sia più ridutto
per arte maga, onde non possa uscire,
un bello ed util libro gli avea dato,
che per suo amore avesse ognora allato.
Dopo aver predisposto ogni cosa, la fata congeda Astolfo dandogli numerosi consigli. Per evitare che cada di nuovo vittima di incantesimi dai quali non saprebbe liberarsi, gli consegna un libro prezioso che dovrà tenere sempre con sé.
Ottava 14
105Come l’uom riparar debba agl’incanti
mostra il libretto che costei gli diede:
dove ne tratta o più dietro o più inanti,
per rubrica e per indice si vede.
Un altro don gli fece ancor, che quanti
110doni fur mai, di gran vantaggio eccede:
e questo fu d’orribil suono un corno,
che fa fugire ognun che l’ode intorno.
Quel libro spiega come difendersi dalle magie e permette di cercare i rimedi tramite rubriche e indice. Logistilla fa poi al duca un regalo ancora più straordinario: un corno dal suono terribile, capace di mettere in fuga chiunque lo ascolti.
Ottava 15
Dico che ’l corno è di sì orribil suono,
ch’ovunque s’oda, fa fuggir la gente:
115non può trovarsi al mondo un cor sì buono,
che possa non fuggir come lo sente:
rumor di vento e di termuoto, e ’l tuono,
a par del suon di questo, era niente.
Con molto riferir di grazie, prese
120da la fata licenza il buono Inglese.
Il suono del corno è così spaventoso che nessuno, per quanto coraggioso, riesce a resistergli. In confronto sembrano insignificanti il rumore dei venti, dei terremoti e dei tuoni. Astolfo ringrazia ripetutamente Logistilla e prende congedo da lei.
Ottava 16
Lasciando il porto e l’onde più tranquille,
con felice aura ch’alla poppa spira,
sopra le ricche e populose ville
de l’odorifera India il duca gira,
125scoprendo a destra ed a sinistra mille
isole sparse; e tanto va, che mira
la terra di Tomaso, onde il nocchiero
più a tramontana poi volge il sentiero.
La nave lascia il porto con un vento favorevole. Astolfo costeggia le regioni ricche e popolate dell’India profumata di spezie e vede numerose isole. Raggiunta una terra associata a san Tommaso, il pilota cambia direzione e punta maggiormente verso nord.
Ottava 17
Quasi radendo l’aurea Chersonesso,
130la bella armata il gran pelago frange:
e costeggiando i ricchi liti, spesso
vede come nel mar biancheggi il Gange;
e Traprobane vede e Cori appresso;
e vede il mar che fra i duo liti s’ange.
135Dopo gran via furo a Cochino, e quindi
usciro fuor dei termini degl’Indi.
La flotta passa vicino alla penisola detta Chersoneso Aureo, segue coste prospere, attraversa acque presso la foce del Gange e vede Taprobana e altri luoghi orientali. Supera stretti e porti, raggiunge Cochin e infine lascia le regioni dell’India indicate dal poeta.
Ottava 18
Scorrendo il duca il mar con sì fedele
e sì sicura scorta, intender vuole,
e ne domanda Andronica, se de le
140parti c’han nome dal cader del sole,
mai legno alcun che vada a remi e a vele,
nel mare orientale apparir suole;
e s’andar può senza toccar mai terra,
chi d’India scioglia, in Francia o in Inghilterra.
Durante la navigazione Astolfo, fidandosi della guida, chiede ad Andronica se qualche nave proveniente dai paesi occidentali sia mai giunta in quelle acque e se, partendo dall’India, si possa raggiungere direttamente la Francia o l’Inghilterra senza fare scalo a terra.
Ottava 19
145– Tu déi sapere (Andronica risponde)
che d’ogn’intorno il mar la terra abbraccia;
e van l’una ne l’altra tutte l’onde,
sia dove bolle o dove il mar s’aggiaccia;
ma perché qui davante si difonde,
150e sotto il mezzodì molto si caccia
la terra d’Etiopia, alcuno ha detto
ch’a Nettuno ir più inanzi ivi è interdetto.
Andronica risponde che un unico mare circonda tutte le terre, e che le sue acque comunicano ovunque, dai luoghi più caldi a quelli ghiacciati. Tuttavia l’Africa si prolunga molto verso sud e per questo molti credono che, oltre un certo punto, la navigazione non possa continuare.
Ottava 20
Per questo del nostro indico levante
nave non è che per Europa scioglia;
155né si muove d’Europa navigante
ch’in queste nostre parti arrivar voglia.
Il ritrovarsi questa terra avante,
e questi e quelli al ritornare invoglia;
che credono, veggendola sì lunga,
160che con l’altro emisperio si congiunga.
Di conseguenza, spiega Andronica, le navi indiane non cercano la via dell’Europa, né quelle europee raggiungono l’India da quella parte. I navigatori, incontrando un’estensione apparentemente interminabile di terra africana, tornano indietro pensando che essa raggiunga addirittura l’altro emisfero.
Ottava 21
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire
da l’estreme contrade di ponente
nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire
la strada ignota infin al dì presente:
165altri volteggiar l’Africa, e seguire
tanto la costa de la negra gente,
che passino quel segno onde ritorno
fa il sole a noi, lasciando il Capricorno;
Andronica profetizza però che, con il trascorrere dei secoli, navigatori audaci partiranno dalle estremità dell’Occidente e apriranno nuove rotte, come moderni Argonauti. Alcuni circumnavigheranno l’Africa, seguendone le coste fino a superare il limite meridionale che allora si immagina invalicabile.
Ottava 22
e ritrovar del lungo tratto il fine,
170che questo fa parer dui mar diversi;
e scorrer tutti i liti e le vicine
isole d’Indi, d’Arabi e di Persi:
altri lasciar le destre e le mancine
rive che due per opra Erculea fersi;
175e del sole imitando il camin tondo,
ritrovar nuove terre e nuovo mondo.
Quei navigatori scopriranno dove termina la grande massa continentale che fa sembrare separati due mari, quindi raggiungeranno coste e isole dell’India, dell’Arabia e della Persia. Altri attraverseranno invece lo stretto segnato dalle Colonne d’Ercole e, navigando verso occidente, scopriranno terre e un mondo sconosciuti.
Ottava 23
Veggio la santa croce, e veggio i segni
imperial nel verde lito eretti:
veggio altri a guardia dei battuti legni,
180altri all’acquisto del paese eletti:
veggio da dieci cacciar mille, e i regni
di là da l’India ad Aragon suggetti;
e veggio i capitan di Carlo quinto,
dovunque vanno, aver per tutto vinto.
Nella visione appaiono croci e insegne imperiali sulle nuove coste. I conquistatori lasciano parte degli uomini a custodire le navi e altri alla conquista dei territori; poche forze sottomettono popolazioni molto più numerose. Andronica attribuisce le future vittorie ai capitani dell’imperatore Carlo V.
Ottava 24
185Dio vuol ch’ascosa antiquamente questa
strada sia stata, e ancor gran tempo stia;
né che prima si sappia, che la sesta
e la settima età passata sia:
e serba a farla al tempo manifesta,
190che vorrà porre il mondo a monarchia,
sotto il più saggio imperatore e giusto,
che sia stato o sarà mai dopo Augusto.
Secondo la profezia, Dio ha voluto che quelle rotte restassero nascoste per molti secoli e venissero rivelate soltanto nel tempo stabilito. La scoperta viene così presentata come preparazione al dominio universale di un imperatore idealizzato, descritto come più saggio e giusto di tutti quelli succeduti ad Augusto.
Ottava 25
Del sangue d’Austria e d’Aragon io veggio
nascer sul Reno alla sinistra riva
195un principe, al valor del qual pareggio
nessun valor, di cui si parli o scriva.
Astrea veggio per lui riposta in seggio,
anzi di morta ritornata viva;
e le virtù che cacciò il mondo, quando
200lei cacciò ancora, uscir per lui di bando.
Andronica vede nascere sulle rive del Reno, dall’unione delle dinastie d’Austria e d’Aragona, un principe eccezionale: Carlo V. Sotto il suo governo immagina che la Giustizia, personificata in Astrea, torni a vivere e che le virtù scacciate dal mondo riacquistino un posto fra gli uomini.
Ottava 26
Per questi merti la Bontà suprema
non solamente di quel grande impero
ha disegnato ch’abbia diadema
ch’ebbe Augusto, Traian, Marco e Severo;
205ma d’ogni terra e quinci e quindi estrema,
che mai né al sol né all’anno apre il sentiero:
e vuol che sotto a questo imperatore
solo un ovile sia, solo un pastore.
Per queste qualità, prosegue la celebrazione, Dio avrebbe destinato a Carlo V non solo la corona degli antichi imperatori romani, ma il dominio sull’intera terra. Il poeta esprime l’ideale di un mondo riunito sotto un solo sovrano, come un unico gregge guidato da un solo pastore.
Ottava 27
E perch’abbian più facile successo
210gli ordini in cielo eternamente scritti,
gli pon la somma Providenza appresso
in mare e in terra capitani invitti.
Veggio Hernando Cortese, il qualo ha messo
nuove città sotto i cesarei editti,
215e regni in Oriente sì remoti,
ch’a noi, che siamo in India, non son noti.
Per realizzare un disegno tanto grande, la Provvidenza pone accanto all’imperatore comandanti invincibili, sul mare e sulla terra. Fra questi Andronica vede Hernán Cortés, destinato a conquistare per Carlo V città e regni così lontani da risultare sconosciuti perfino a chi si trova in India.
Ottava 28
Veggio Prosper Colonna, e di Pescara
veggio un marchese, e veggio dopo loro
un giovene del Vasto, che fan cara
220parer la bella Italia ai Gigli d’oro:
veggio ch’entrare inanzi si prepara
quel terzo agli altri a guadagnar l’alloro:
come buon corridor ch’ultimo lassa
le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.
La profezia nomina Prospero Colonna, il marchese di Pescara e il giovane marchese del Vasto, la cui abilità in guerra rende l’Italia difficile da conquistare per i Francesi, simboleggiati dai gigli d’oro. Il più giovane viene paragonato a un corridore che parte per ultimo e riesce a precedere gli altri.
Ottava 29
225Veggio tanto il valor, veggio la fede
tanta d’Alfonso (che ’l suo nome è questo),
ch’in così acerba età, che non eccede
dopo il vigesimo anno ancora il sesto,
l’imperator l’esercito gli crede,
230il qual salvando, salvar non che ’l resto,
ma farsi tutto il mondo ubidiente
con questo capitan sarà possente.
Il giovane è Alfonso d’Avalos: Andronica ne esalta il coraggio e la lealtà, tanto grandi che l’imperatore gli affiderà un esercito quando non avrà ancora ventisei anni. Grazie a un comandante simile, Carlo V potrà salvare le sue forze e ampliare enormemente il proprio potere.
Ottava 30
Come con questi, ovunque andar per terra
si possa, accrescerà l’imperio antico;
235così per tutto il mar, ch’in mezzo serra
di là l’Europa e di qua l’Afro aprico,
sarà vittorioso in ogni guerra,
poi ch’Andrea Doria s’avrà fatto amico.
Questo è quel Doria che fa dai pirati
240sicuro il vostro mar per tutti i lati.
Come quei condottieri estenderanno il dominio imperiale sulla terraferma, così Andrea Doria renderà Carlo V potente sul mare che separa Europa e Africa. Andronica lo presenta come il difensore delle rotte marittime contro i pirati e come un alleato decisivo dell’imperatore.
Ottava 31
Non fu Pompeio a par di costui degno,
se ben vinse e cacciò tutti i corsari;
Però che quelli al più possente regno
che fosse mai, non poteano esser pari:
245ma questo Doria, sol col proprio ingegno
e proprie forze purgherà quei mari;
sì che da Calpe al Nilo, ovunque s’oda
il nome suo, tremar veggio ogni proda.
Secondo la profezia Andrea Doria merita un elogio maggiore di Pompeo, che pure aveva combattuto i pirati. Pompeo si era servito delle risorse di Roma, mentre Doria, si dice, avrebbe liberato i mari soprattutto con le proprie capacità e le proprie forze, facendo temere il suo nome dallo stretto di Gibilterra al Nilo.
Ottava 32
Sotto la fede entrar, sotto la scorta
250di questo capitan di ch’io ti parlo,
veggio in Italia, ove da lui la porta
gli sarà aperta, alla corona Carlo.
Veggio che ’l premio che di ciò riporta,
non tien per sé, ma fa alla patria darlo:
255con prieghi ottien ch’in libertà la metta,
dove altri a sé l’avria forse suggetta.
Con l’aiuto di Andrea Doria Carlo V arriverà in Italia per ricevere la corona imperiale. Doria, invece di chiedere per sé una ricompensa, otterrà che Genova conservi la libertà: altri comandanti, al suo posto, avrebbero potuto cercare di impadronirsene.
Ottava 33
Questa pietà, ch’egli alla patria mostra,
è degna di più onor d’ogni battaglia
ch’in Francia o in Spagna o ne la terra vostra
260vincesse Iulio, o in Africa o in Tessaglia.
Né il grande Ottavio, né chi seco giostra
di par, Antonio, in più onoranza saglia
pei gesti suoi; ch’ogni lor laude amorza
l’avere usato alla lor patria forza.
L’amore di Doria per la libertà della patria, afferma la profezia, merita più onore delle imprese militari di Cesare, di Ottaviano Augusto o di Antonio. Anche grandi vittorie vengono oscurate quando chi le ottiene usa poi la forza per sottomettere la propria città.
Ottava 34
265Questi ed ogn’altro che la patria tenta
di libera far serva, si arrosisca;
né dove il nome d’Andrea Doria senta,
di levar gli occhi in viso d’uomo ardisca.
Veggio Carlo che ’l premio gli augumenta;
270ch’oltre quel ch’in commun vuol che fruisca,
gli dà la ricca terra ch’ai Normandi
sarà principio a farli in Puglia grandi.
Dovrebbero dunque vergognarsi tutti coloro che cercano di trasformare la patria da libera in schiava. Carlo V premierà ulteriormente Andrea Doria, oltre ai benefici concessi a Genova, attribuendogli terre nel Mezzogiorno, dove in passato i Normanni avevano cominciato a costruire il proprio potere.
Ottava 35
A questo capitan non pur cortese
il magnanimo Carlo ha da mostrarsi,
275ma a quanti avrà ne le cesaree imprese
del sangue lor non ritrovati scarsi.
D’aver città, d’aver tutto un paese
donato a un suo fedel, più ralegrarsi
lo veggio, e a tutti quei che ne son degni,
280che d’acquistar nuov’altri imperi e regni. –
La profezia si conclude lodando la generosità di Carlo V verso tutti i capitani che combatteranno lealmente per lui. Il sovrano proverà più gioia nel ricompensarli con città e territori che nell’acquisire nuovi regni per sé: è l’immagine encomiastica del principe riconoscente.
Ottava 36
Così de le vittorie, le qual, poi
ch’un gran numero d’anni sarà corso,
daranno a Carlo i capitani suoi,
facea col duca Andronica discorso:
285e la compagna intanto ai venti eoi
viene allentando e raccogliendo il morso;
e fa ch’or questo or quel propizio l’esce,
e come vuol li minuisce e cresce.
Mentre Andronica racconta ad Astolfo le future vittorie dei comandanti di Carlo V, Sofrosina regola il viaggio della flotta. Agisce sui venti favorevoli come se ne tenesse le briglie, ora lasciandoli soffiare più intensamente, ora rallentandoli a seconda delle necessità.
Ottava 37
Veduto aveano intanto il mar de’ Persi
290come in sì largo spazio si dilaghi;
onde vicini in pochi giorni fersi
al golfo che nomar gli antiqui Maghi.
Quivi pigliaro il porto, e fur conversi
con la poppa alla ripa i legni vaghi;
295quindi sicur d’Alcina e di sua guerra,
Astolfo il suo camin prese per terra.
Dopo aver attraversato il vasto mare Persico, le navi raggiungono in pochi giorni un golfo noto agli antichi. Vi gettano l’ancora e approdano. Ormai al riparo dagli inganni di Alcina, Astolfo lascia la flotta e prosegue via terra.
Ottava 38
Passò per più d’un campo e più d’un bosco,
per più d’un monte e per più d’una valle;
ove ebbe spesso, all’aer chiaro e al fosco,
300i ladroni or inanzi or alle spalle.
Vide leoni, e draghi pien di tosco,
ed altre fere attraversarsi il calle;
ma non sì tosto avea la bocca al corno,
che spaventati gli fuggian d’intorno.
Astolfo attraversa pianure, boschi, monti e valli, incontrando spesso briganti sia di giorno sia di notte, oltre a leoni, draghi velenosi e altre belve. Ma gli basta portare alla bocca il corno magico: appena ne sentono il suono, tutti fuggono terrorizzati.
Ottava 39
305Vien per l’Arabia ch’è detta Felice,
ricca di mirra e d’odorato incenso,
che per suo albergo l’unica fenice
eletto s’ha di tutto il mondo immenso;
fin che l’onda trovò vendicatrice
310già d’Israel, che per divin consenso
Faraone sommerse e tutti i suoi:
e poi venne alla terra degli Eroi.
Il duca percorre l’Arabia Felice, terra di mirra e incenso che la tradizione considera la patria della fenice. Giunge poi presso il mare nel quale, secondo la Bibbia, le acque si richiusero sul faraone e sul suo esercito dopo aver lasciato passare gli Israeliti; infine raggiunge la regione d’Egitto.
Ottava 40
Lungo il fiume Traiano egli cavalca
su quel destrier ch’al mondo è senza pare,
315che tanto leggiermente e corre e valca,
che ne l’arena l’orma non n’appare:
l’erba non pur, non pur la nieve calca;
coi piedi asciutti andar potria sul mare;
e sì si stende al corso, e sì s’affretta,
320che passa e vento e folgore e saetta.
Astolfo cavalca lungo un antico canale chiamato fiume Traiano sul suo straordinario cavallo, così leggero che non lascia impronte sulla sabbia, non piega l’erba e non affonda nella neve. Il suo galoppo sembra più veloce del vento, di una folgore o di una freccia.
Ottava 41
Questo è il destrier che fu de l’Argalia,
che di fiamma e di vento era concetto;
e senza fieno e biada, si nutria
de l’aria pura, e Rabican fu detto.
325Venne, suguendo il Duca la sua via,
dove dà il Nilo a quel fiume ricetto;
e prima che giugnesse in su la foce,
vide un legno venire a sé veloce.
Quel cavallo è Rabicano, appartenuto un tempo ad Argalia e concepito, secondo la leggenda, dal vento e dalla fiamma. Si nutre d’aria invece che di fieno o avena. Proseguendo verso il Nilo, Astolfo vede sopraggiungere rapidamente un’imbarcazione prima di raggiungerne la foce.
Ottava 42
Naviga in su la poppa uno eremita
330con bianca barba, a mezzo il petto lunga,
che sopra il legno il paladino invita,
e: – Figliuol mio (gli grida da la lunga),
se non t’è in odio la tua propria vita,
se non brami che morte oggi ti giunga,
335venir ti piaccia su quest’altra arena;
ch’a morir quella via dritto ti mena.
Sulla poppa della barca c’è un eremita dalla lunga barba bianca, che invita Astolfo a raggiungerlo sulla riva opposta. Gli grida che, se tiene alla vita e non vuole morire quello stesso giorno, deve abbandonare la strada che sta percorrendo.
Ottava 43
Tu non andrai più che sei miglia inante,
che troverai la saguinosa stanza
dove s’alberga un orribil gigante
340che d’otto piedi ogni statura avanza.
Non abbia cavallier né viandante
di partirsi da lui, vivo, speranza:
ch’altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia,
molti ne squarta, e vivo alcun ne ’ngoia.
L’eremita spiega che a non più di sei miglia abita un gigantesco mostro, alto otto piedi più di un uomo normale. Nessun cavaliere o viandante che lo incontri può sperare di uscirne vivo: il gigante uccide, scuoia, fa a pezzi le vittime e talvolta le divora ancora vive.
Ottava 44
345Piacer, fra tanta crudeltà, si prende
d’una rete ch’egli ha, molto ben fatta:
poco lontana al tetto suo la tende,
e ne la trita polve in modo appiatta,
che chi prima nol sa, non la comprende,
350tanto è sottil, tanto egli ben l’adatta:
e con tai gridi i peregrin minaccia,
che spaventati dentro ve li caccia.
Il mostro, prosegue l’eremita, si diverte soprattutto a tendere una rete sottile e quasi invisibile, nascosta sotto la polvere vicino alla propria casa. Spaventa i passanti con urla minacciose e li costringe a correre proprio nel punto in cui ha preparato la trappola.
Ottava 45
E con gran risa, aviluppati in quella
se li strascina sotto il suo coperto;
355né cavallier riguarda né donzella,
o sia di grande o sia di picciol merto:
e mangiata la carne, e la cervella
succhiate e ’l sangue, dà l’ossa al deserto;
e de l’umane pelli intorno intorno
360fa il suo palazzo orribilmente adorno.
Quando qualcuno resta impigliato, il gigante lo trascina ridendo nella sua dimora, senza pietà per nobili, cavalieri o giovani. Ne mangia la carne, succhia il sangue e il cervello, disperde le ossa e usa le pelli umane come ornamento della casa.
Ottava 46
Prendi quest’altra via, prendila, figlio,
che fin al mar ti fia tutta sicura. –
– Io ti ringrazio, padre, del consiglio
(rispose il cavallier senza paura),
365ma non istimo per l’onor periglio,
di ch’assai più che de la vita ho cura.
Per far ch’io passi, invan tu parli meco;
anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.
L’eremita consiglia quindi ad Astolfo di scegliere una via alternativa, sicura fino al mare. Il paladino lo ringrazia, ma risponde che considera il proprio onore più importante della vita: non si lascerà convincere a evitare il pericolo e vuole anzi affrontare il gigante.
Ottava 47
Fuggendo, posso con disnor salvarmi;
370ma tal salute ho più che morte a schivo.
S’io vi vo, al peggio che potrà incontrarmi,
fra molti resterò di vita privo;
ma quando Dio così mi drizzi l’armi,
che colui morto, ed io rimanga vivo,
375sicura a mille renderò la via:
sì che l’util maggior che ’l danno fia.
Astolfo spiega che salvarsi con la fuga gli sembrerebbe peggio che morire. Se combattendo venisse ucciso, sarebbe una sola vittima in più; se invece riuscisse a sconfiggere il mostro, renderebbe la strada sicura per migliaia di persone. Il possibile beneficio supera dunque il rischio personale.
Ottava 48
Metto all’incontro la morte d’un solo
alla salute di gente infinita. –
– Vattene in pace (rispose), figliuolo;
380Dio mandi in difension de la tua vita
l’arcangelo Michel dal sommo polo: –
e benedillo il semplice eremita.
Astolfo lungo il Nil tenne la strada,
sperando più nel suon che ne la spada.
Il duca contrappone così la probabile morte di un solo uomo alla salvezza di moltissimi viaggiatori. L’eremita, incapace di dissuaderlo, lo benedice e prega che l’arcangelo Michele lo protegga. Astolfo continua lungo il Nilo, confidando soprattutto nel potere del corno magico.
Ottava 49
385Giace tra l’alto fiume e la palude
picciol sentier nell’arenosa riva:
la solitaria casa lo richiude,
d’umanitade e di commercio priva.
Son fisse intorno teste e membra nude
390de l’infelice gente che v’arriva.
Non v’è finestra, non v’è merlo alcuno,
onde penderne almen non si veggia uno.
La casa del gigante sorge in un luogo isolato, su una stretta striscia sabbiosa fra il fiume e la palude. Attorno sono conficcati su pali teste e membra delle vittime; nessuna parete, finestra o sporgenza dell’edificio è libera da quei resti raccapriccianti.
Ottava 50
Qual ne le alpine ville o ne’ castelli
suol cacciator che gran perigli ha scorsi,
395su le porte attaccar l’irsute pelli,
l’orride zampe e i grossi capi d’orsi;
tal dimostrava il fier gigante quelli
che di maggior virtù gli erano occorsi.
D’altri infiniti sparse appaion l’ossa;
400ed è di sangue uman piena ogni fossa.
Come un cacciatore appende all’ingresso di casa le pelli e le teste degli animali più pericolosi che ha ucciso, così il gigante espone i resti degli avversari più valorosi. Ovunque si vedono ossa umane, e i fossati sono pieni del sangue delle sue vittime.
Ottava 51
Stassi Caligorante in su la porta;
che così ha nome il dispietato mostro
ch’orna la sua magion di gente morta,
come alcun suol di panni d’oro o d’ostro.
405Costui per gaudio a pena si comporta,
come il duca lontan se gli è dimostro;
ch’eran duo mesi, e il terzo ne venìa,
che non fu cavallier per quella via.
Il mostro si chiama Caligorante e si trova sulla soglia della sua dimora, decorata con cadaveri anziché con tessuti preziosi. Quando scorge Astolfo in lontananza, è felicissimo: da quasi tre mesi nessun cavaliere è passato per quella strada.
Ottava 52
Vêr la palude, ch’era scura e folta
410di verdi canne, in gran fretta ne viene;
che disegnato avea correre in volta,
e uscir al paladin dietro alle schene;
che ne la rete, che tenea sepolta
sotto la polve, di cacciarlo ha spene,
415come avea fatto gli altri peregrini
che quivi tratto avean lor rei destini.
Caligorante corre verso la palude fitta di canne per aggirare Astolfo e apparirgli alle spalle. Vuole spingerlo sulla rete che ha nascosto sotto la polvere, come ha fatto con numerosi viandanti prima di lui.
Ottava 53
Come venire il paladin lo vede,
ferma il destrier, non senza gran sospetto
che vada in quelli lacci a dar del piede,
420di che il buon vecchiarel gli avea predetto.
Quivi il soccorso del suo corno chiede,
e quel sonando fa l’usato effetto:
nel cor fere il gigante che l’ascolta,
di tal timor, ch’a dietro i passi volta.
Astolfo vede avvicinarsi il gigante e, ricordando l’avvertimento dell’eremita, ferma il cavallo per non cadere nella trappola. Suona allora il corno: il terribile rumore colpisce Caligorante e lo riempie di una paura irresistibile, costringendolo a voltarsi e fuggire.
Ottava 54
425Astolfo suona, e tuttavolta bada;
che gli par sempre che la rete scocchi.
Fugge il fellon, né vede ove si vada;
che, come il core, avea perduti gli occhi.
Tanta è la tema, che non sa far strada,
430che ne li propri aguati non trabocchi:
va ne la rete; e quella si disserra,
tutto l’annoda, e lo distende in terra.
Astolfo continua a suonare, prestando attenzione alla rete. Il gigante fugge sconvolto, incapace perfino di capire dove stia andando: il terrore gli toglie ogni lucidità, tanto che finisce proprio nella trappola da lui preparata. La rete scatta, lo avvolge e lo fa cadere a terra.
Ottava 55
Astolfo, ch’andar giù vede il gran peso,
già sicuro per sé, v’accorre in fretta;
435e con la spada in man, d’arcion disceso,
va per far di mill’anime vendetta.
Poi gli par che s’uccide un che sia preso,
viltà, più che virtù, ne sarà detta;
che legate le braccia, i piedi e il collo
440gli vede sì, che non può dare un crollo.
Vedendo Caligorante immobilizzato, Astolfo si avvicina con la spada sguainata, intenzionato a vendicare le moltissime vittime. Poi però riflette che uccidere un nemico completamente prigioniero non sarebbe un gesto valoroso, ma un atto vile: il gigante è legato così saldamente da non potersi muovere.
Ottava 56
Avea la rete già fatta Vulcano
di sottil fil d’acciar, ma con tal arte,
che saria stata ogni fatica invano
per ismagliarne la più debol parte;
445ed era quella che già piedi e mano
avea legate a Venere ed a Marte.
La fe’ il geloso, e non ad altro effetto,
che per pigliarli insieme ambi nel letto.
La rete era stata fabbricata dal dio Vulcano con sottilissimi fili d’acciaio, intrecciati in modo impossibile da spezzare. Vulcano l’aveva creata per sorprendere e imprigionare nel letto la moglie Venere insieme al suo amante Marte, scoprendone il tradimento.
Ottava 57
Mercurio al fabbro poi la rete invola;
450che Cloride pigliar con essa vuole,
Cloride bella che per l’aria vola
dietro all’Aurora, all’apparir del sole,
e dal raccolto lembo de la stola
gigli spargendo va, rose e viole.
455Mercurio tanto questa ninfa attese,
che con la rete in aria un dì la prese.
In seguito Mercurio aveva rubato la rete a Vulcano per catturare Cloride, la bella ninfa che vola nell’aria al sorgere del sole spargendo fiori. Dopo averla attesa a lungo, Mercurio era riuscito a tenderle la rete durante il volo e a prenderla.
Ottava 58
Dove entra in mare il gran fiume etiopo,
par che la dea presa volando fosse.
Poi nei tempio d’Anubide a Canopo
460la rete molti seculi serbosse.
Caligorante tremila anni dopo,
di là, dove era sacra, la rimosse:
se ne portò la rete il ladrone empio,
ed arse la cittade, e rubò il tempio.
La rete, racconta Ariosto, era poi rimasta per secoli in un tempio di Anubi a Canopo, in Egitto. Tremila anni più tardi Caligorante l’aveva rubata, saccheggiando il tempio e incendiando la città, e l’aveva portata nella propria dimora.
Ottava 59
465Quivi adattolla in modo in su l’arena,
che tutti quei ch’avean da lui la caccia
vi davan dentro; ed era tocca a pena,
che lor legava e collo e piedi e braccia.
Di questa levò Astolfo una catena,
470e le man dietro a quel fellon n’allaccia;
le braccia e ’l petto in guisa gli ne fascia,
che non può sciorsi: indi levar lo lascia,
Caligorante aveva sistemato la rete sulla sabbia in modo che chiunque la sfiorasse restasse subito legato a braccia, gambe e collo. Astolfo ne stacca ora una parte e la usa per immobilizzare le mani del gigante dietro la schiena, poi gli fascia saldamente petto e braccia per impedirgli di liberarsi.
Ottava 60
dagli altri nodi avendol sciolto prima,
ch’era tornato uman più che donzella.
475Di trarlo seco e di mostrarlo stima
per ville, per cittadi e per castella.
Vuol la rete anco aver, di che né lima
né martel fece mai cosa più bella:
ne fa somier colui ch’alla catena
480con pompa trionfal dietro si mena.
Dopo averlo assicurato con le catene, Astolfo scioglie gli altri nodi che lo tenevano a terra. Il gigante, terrorizzato, è diventato docile come un bambino. Il duca decide di condurlo con sé per mostrarlo nelle città e nei castelli e porta via anche la rete miracolosa, caricandola sul prigioniero.
Ottava 61
L’elmo e lo scudo anche a portar gli diede,
come a valletto, e seguitò il camino,
di gaudio empiendo, ovunque metta il piede,
ch’ir possa ormai sicuro il peregrino.
485Astolfo se ne va tanto, che vede
ch’ai sepolcri di Memfi è già vicino,
Memfi per le piramidi famoso:
vede all’incontro il Cairo populoso.
Astolfo costringe Caligorante a trasportare il proprio elmo e lo scudo come farebbe un servitore e riprende il cammino. Ovunque passi, la gente si rallegra perché finalmente potrà viaggiare senza pericolo. Il duca arriva nei pressi dell’antica Menfi, famosa per le piramidi, di fronte alla popolosa città del Cairo.
Ottava 62
Tutto il popul correndo si traea
490per vedere il gigante smisurato.
– Come è possibil (l’un l’altro dicea)
che quel piccolo il grande abbia legato? –
Astolfo a pena inanzi andar potea,
tanto la calca il preme da ogni lato:
495e come cavallier d’alto valore
ognun l’ammira, e gli fa grande onore.
Gli abitanti accorrono in massa per vedere l’enorme gigante condotto prigioniero da un cavaliere molto più piccolo. Si domandano stupiti come Astolfo sia riuscito a catturarlo. La folla è così fitta che il duca procede a fatica, fra ammirazione e onori.
Ottava 63
Non era grande il Cairo così allora,
come se ne ragiona a nostra etade:
che ’l populo capir, che vi dimora,
500non puon diciottomila gran contrade;
e che le case hanno tre palchi, e ancora
ne dormono infiniti in su le strade;
e che ’l soldano v’abita un castello
mirabil di grandezza, e ricco e bello;
Ariosto interrompe per un momento il racconto per ricordare che il Cairo dell’epoca narrata era più piccolo di quello dei suoi tempi, città così popolosa da occupare, secondo i racconti, vastissimi quartieri. Descrive case a più piani, persone che dormono all’aperto e l’immenso palazzo del sultano.
Ottava 64
505e che quindicimila suoi vasalli,
che son cristiani rinegati tutti,
con mogli, con famiglie e con cavalli
ha sotto un tetto sol quivi ridutti.
Astolfo veder vuole ove s’avalli,
510e quanto il Nilo entri nei salsi flutti
a Damiata; ch’avea quivi inteso,
qualunque passa restar morto o preso.
Il poeta aggiunge che il sultano ospita un enorme numero di soldati convertiti dall’antico cristianesimo all’Islam, con famiglie e cavalli. Astolfo decide poi di raggiungere Damietta, presso la foce del Nilo, perché ha sentito parlare di un altro terribile predone che rende pericolosa quella regione.
Ottava 65
Però ch’in ripa al Nilo in su la foce
si ripara un ladron dentro una torre,
515ch’a paesani e a peregrini nuoce,
e fin al Cairo, ognun rubando scorre.
Non gli può alcun resistere; ed ha voce
che l’uom gli cerca invan la vita torre:
centomila ferite egli ha già avuto,
520né ucciderlo però mai s’è potuto.
Si dice che quel brigante abiti una torre sulle rive del Nilo, depredi i viandanti e si spinga nelle sue razzie fino al Cairo. Nessuno riesce a sconfiggerlo: ha ricevuto innumerevoli ferite, ma è sempre sopravvissuto, come se fosse impossibile ucciderlo.
Ottava 66
Per veder se può far rompere il filo
alla Parca di lui, sì che non viva,
Astolfo viene a ritrovare Orrilo
(così avea nome), e a Damiata arriva;
525ed indi passa ove entra in mare il Nilo,
e vede la gran torre in su la riva,
dove s’alberga l’anima incantata
che d’un folletto nacque e d’una fata.
Astolfo vuole provare a interrompere la vita di quel brigante, sfidando il destino che sembra proteggerlo. L’uomo si chiama Orrilo. Il duca raggiunge Damietta e vede la torre in cui vive il mostro, nato dall’unione soprannaturale di un folletto e di una fata.
Ottava 67
Quivi ritruova che crudel battaglia
530era tra Orrilo e dui guerrieri accesa.
Orrilo è solo; e sì que’ dui travaglia,
ch’a gran fatica gli puon far difesa:
e quando in arme l’uno e l’altro vaglia,
a tutto il mondo la fama palesa.
535Questi erano i dui figli d’Oliviero,
Grifone il bianco ed Aquilante il nero.
Davanti alla torre si combatte già una battaglia feroce. Orrilo affronta da solo due guerrieri di valore straordinario, che riescono a fatica a difendersi dai suoi assalti. Sono Grifone il Bianco e Aquilante il Nero, i due figli del paladino Oliviero.
Ottava 68
Gli è ver che ’l negromante venuto era
alla battaglia con vantaggio grande;
che seco tratto in campo avea una fera,
540la qual si truova solo in quelle bande:
vive sul lito e dentro alla rivera;
e i corpi umani son le sue vivande,
de le persone misere ed incaute
de viandanti e d’infelici naute.
Orrilo era giunto allo scontro con un vantaggio: aveva portato con sé una bestia mostruosa che vive fra l’acqua e la sabbia e si nutre della carne dei viaggiatori e dei marinai incauti. I due fratelli avevano dovuto affrontare anche quella creatura.
Ottava 69
545La bestia ne l’arena appresso al porto
per man dei duo fratei morta giacea;
e per questo ad Orril non si fa torto,
s’a un tempo l’uno e l’altro gli nocea.
Più volte l’han smembrato e non mai morto,
550né, per smembrarlo, uccider si potea;
che se tagliato o mano o gamba gli era,
la rapiccava, che parea di cera.
La bestia è ormai morta presso la riva, uccisa dai fratelli. Per questo i due possono attaccare insieme Orrilo. L’hanno già mutilato più volte, ma non riescono a ucciderlo: ogni volta che gli staccano una mano o una gamba, lui la riattacca al corpo come fosse di cera.
Ottava 70
Or fin a’ denti il capo gli divide
Grifone, or Aquilante fin al petto.
555Egli dei colpi lor sempre si ride:
s’adiran essi, che non hanno effetto.
Chi mai d’alto cader l’argento vide,
che gli alchimisti hanno mercurio detto,
e sparger e raccor tutti i suo’ membri,
560sentendo di costui, se ne rimembri.
Grifone e Aquilante arrivano a spaccare il corpo di Orrilo dalla testa al petto, ma lui ride dei loro colpi, mentre i fratelli si irritano sempre di più. Ariosto paragona il suo ricomporsi alle gocce di mercurio che, una volta sparse, tornano ad aggregarsi.
Ottava 71
Se gli spiccano il capo, Orrilo scende,
né cessa brancolar fin che lo truovi;
ed or pel crine ed or pel naso il prende,
lo salda al collo, e non so con che chiovi.
565Piglial talor Grifone, e ’l braccio stende,
nel fiume il getta, e non par ch’anco giovi;
che nuota Orrilo al fondo come un pesce,
e col suo capo salvo alla ripa esce.
Se gli tagliano la testa, Orrilo continua a cercarla a tentoni, la raccoglie e la rimette sul collo. Talvolta Grifone la getta perfino nel fiume, ma il mostro nuota fino al fondo e riemerge dopo averla recuperata, perfettamente ricomposto.
Ottava 72
Due belle donne onestamente ornate,
570l’una vestita a bianco e l’altra a nero,
che de la pugna causa erano state,
stavano a riguardar l’assalto fiero.
Queste eran quelle due benigne fate
ch’avean notriti i figli d’Oliviero,
575poi che li trasson teneri citelli
dai curvi artigli di duo grandi augelli,
Due donne elegantemente vestite, una di bianco e una di nero, osservano il combattimento. Sono le fate che avevano allevato Grifone e Aquilante da bambini, dopo averli salvati dagli artigli di due grandi uccelli che li avevano rapiti alla madre Gismonda.
Ottava 73
che rapiti gli avevano a Gismonda,
e portati lontan dal suo paese.
Ma non bisogna in ciò ch’io mi diffonda,
580ch’a tutto il mondo è l’istoria palese;
ben che l’autor nel padre si confonda,
ch’un per un altro (io non so come) prese.
Or la battaglia i duo gioveni fanno,
che le due donne ambi pregati n’hanno.
Ariosto ricorda brevemente che la storia del rapimento dei due bambini è già nota, anche se qualche autore si è confuso nel riferirne i particolari familiari. Le due fate sono anche la causa dello scontro attuale, perché hanno chiesto ai giovani cavalieri di affrontare Orrilo.
Ottava 74
585Era in quel clima già sparito il giorno,
all’isole ancor alto di Fortuna;
l’ombre avean tolto ogni vedere a torno
sotto l’incerta e mal compresa luna;
quando alla rocca Orril fece ritorno,
590poi ch’alla bianca e alla sorella bruna
piacque di differir l’aspra battaglia
fin che ’l sol nuovo all’orizzonte saglia.
Scende la notte, e la luce incerta della luna non basta più a distinguere bene i combattenti. Le due fate decidono di sospendere il duello fino all’alba. Orrilo si ritira quindi nella propria fortezza, mentre i fratelli interrompono l’assalto.
Ottava 75
Astolfo, che Grifone ed Aquilante,
ed all’insegne e più al ferir gagliardo,
595riconosciuto avea gran pezzo inante,
lor non fu altiero a salutar né tardo.
Essi vedendo che quel che ’l gigante
traea legato, era il baron dal pardo
(che così in corte era quel duca detto),
600raccolser lui con non minore affetto.
Astolfo aveva riconosciuto Grifone e Aquilante sia dalle insegne sia dal loro modo di combattere e li saluta con affetto. Anche loro lo riconoscono: è il duca chiamato alla corte di Carlo il “barone dal pardo”. I tre si incontrano con grande gioia.
Ottava 76
Le donne a riposare i cavallieri
menaro a un lor palagio indi vicino.
Donzelle incontra vennero e scudieri
con torchi accesi, a mezzo del camino.
605Diero a chi n’ebbe cura i lor destrieri,
trassonsi l’arme; e dentro un bel giardino
trovar ch’apparechiata era la cena
ad una fonte limpida ed amena.
Le fate conducono i cavalieri in un palazzo vicino. Servitori e fanciulle escono incontro a loro con torce accese; gli ospiti affidano i cavalli agli stallieri, si tolgono le armi e si accomodano per la cena, preparata in un giardino accanto a una limpida fontana.
Ottava 77
Fan legare il gigante alla verdura
610Con un’altra catena molto grossa
ad una quercia di molt’anni dura,
che non si romperà per una scossa;
e da dieci sergenti averne cura,
che la notte discior non se ne possa,
615ed assalirli, e forse far lor danno,
mentre sicuri e senza guardia stanno.
Per precauzione fanno legare Caligorante a una quercia robustissima con una seconda catena molto pesante. Dieci guardie hanno il compito di sorvegliarlo tutta la notte, perché non possa liberarsi e attaccarli mentre dormono tranquillamente.
Ottava 78
All’abondante e sontuosa mensa,
dove il manco piacer fur le vivande,
del ragionar gran parte si dispensa
620sopra d’Orrilo e del miracol grande,
che quasi par un sogno a chi vi pensa,
ch’or capo or braccio a terra se gli mande,
ed egli lo raccolga e lo raggiugna,
e più feroce ognor torni alla pugna.
Durante la ricca cena i presenti parlano soprattutto dell’incredibile capacità di Orrilo di ricomporre il proprio corpo. Il fenomeno sembra quasi un sogno: ogni volta che gli viene mozzata una parte, la riprende, la riattacca e torna a combattere con ancora maggiore furia.
Ottava 79
625Astolfo nel suo libro avea già letto
(quel ch’agl’incanti riparare insegna)
ch’ad Orril non trarrà l’alma del petto
fin ch’un crine fatal nel capo tegna;
ma, se lo svelle o tronca, fia costretto
630che suo mal grado fuor l’alma ne vegna.
Questo ne dice il libro; ma non come
conosca il crine in così folte chiome.
Astolfo ricorda di aver letto nel libro magico di Logistilla il segreto dell’immortalità di Orrilo: finché sul capo del mostro rimarrà un particolare capello fatale, egli non potrà morire. Se quel capello sarà tagliato o strappato, la sua anima lascerà il corpo. Il libro però non spiega come riconoscerlo fra tutti gli altri.
Ottava 80
Non men de la vittoria si godea,
che se n’avesse Astolfo già la palma;
635come chi speme in pochi colpi avea
svellere il crine al negromante e l’alma.
Però di quella impresa promettea
tor su gli omeri suoi tutta la salma:
Orril farà morir, quando non spiaccia
640ai duo fratei, ch’egli la pugna faccia.
Anche senza conoscere quale sia il capello, Astolfo è convinto di poter vincere e si rallegra in anticipo. Pensa che basteranno pochi colpi per trovare il modo di strapparlo al mostro. Chiede quindi ai due fratelli di lasciargli affrontare Orrilo da solo e promette di ucciderlo.
Ottava 81
Ma quei gli danno volentier l’impresa,
certi che debbia affaticarsi invano.
Era già l’altra aurora in cielo ascesa,
quando calò dai muri Orrilo al piano.
645Tra il duca e lui fu la battaglia accesa:
la mazza l’un, l’altro ha la spada in mano.
Di mille attende Astolfo un colpo trarne,
che lo spirto gli sciolga da la carne.
Grifone e Aquilante gli cedono volentieri il combattimento, certi che fallirà come loro. All’alba Orrilo scende nuovamente dalla fortezza e affronta Astolfo. Il mostro brandisce una mazza, mentre il duca combatte con la spada, cercando di infliggergli un colpo decisivo.
Ottava 82
Or cader gli fa il pugno con la mazza,
650or l’uno or l’altro braccio con la mano;
quando taglia a traverso la corazza,
e quando il va troncando a brano a brano:
ma ricogliendo sempre de la piazza
va le sue membra Orrilo, e si fa sano.
655S’in cento pezzi ben l’avesse fatto,
redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto.
Astolfo taglia a Orrilo mani e braccia, gli apre l’armatura e lo fa a pezzi più volte, ma il nemico recupera sempre le parti cadute e torna intero. Il duca capisce così che una vittoria ottenuta semplicemente con la forza è impossibile.
Ottava 83
Al fin di mille colpi un gli ne colse
sopra le spalle ai termini del mento:
la testa e l’elmo dal capo gli tolse,
660né fu d’Orrilo a dismontar più lento.
La sanguinosa chioma in man s’avolse,
e risalse a cavallo in un momento;
e la portò correndo incontra ’l Nilo,
che riaver non la potesse Orrilo.
Alla fine Astolfo riesce a colpirlo precisamente fra il collo e le spalle, separandogli di netto la testa, ancora coperta dall’elmo. Senza perdere tempo scende da cavallo, afferra la testa per i capelli, risale in sella e corre verso il Nilo, deciso a impedirgli di recuperarla.
Ottava 84
665Quel sciocco, che del fatto non s’accorse,
per la polve cercando iva la testa:
ma come intese il corridor via torse,
portare il capo suo per la foresta;
immantinente al suo destrier ricorse,
670sopra vi sale, e di seguir non resta.
Volea gridare: – Aspetta, volta, volta! –
ma gli avea il duca già la bocca tolta.
Orrilo non si accorge subito di essere stato decapitato e cerca invano la propria testa nella polvere. Quando comprende che Astolfo la sta portando via, sale rapidamente a cavallo e lo insegue. Vorrebbe urlargli di fermarsi, ma non può parlare perché la bocca è rimasta nella testa rubata.
Ottava 85
Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna
si riconforta, e segue a tutta briglia.
675Dietro il lascia gran spazio di campagna
quel Rabican che corre a maraviglia.
Astolfo intanto per la cuticagna
va da la nuca fin sopra le ciglia
cercando in fretta, se ’l crine fatale
680conoscer può, ch’Orril tiene immortale.
Il mostro continua comunque l’inseguimento, fiducioso almeno nelle proprie gambe. Ma Rabicano è tanto veloce da distanziarlo facilmente. Mentre galoppa, Astolfo esamina in fretta i capelli della testa mozzata, cercando quello incantato che rende Orrilo immortale.
Ottava 86
Fra tanti e innumerabili capelli,
un più de l’altro non si stende o torce:
qual dunque Astolfo sceglierà di quelli,
che per dar morte al rio ladron raccorce?
685– Meglio è (disse) che tutti io tagli o svelli: –
né si trovando aver rasoi né force,
ricorse immantinente alla sua spada,
che taglia sì, che si può dir che rada.
Tutti i capelli del mostro sembrano uguali, e Astolfo non riesce a capire quale sia quello fatale. Decide allora che la soluzione più semplice è eliminarli tutti. Non avendo forbici né rasoio, usa la spada, affilata quanto basta per radere la testa.
Ottava 87
E tenendo quel capo per lo naso,
690dietro e dinanzi lo dischioma tutto.
Trovò fra gli altri quel fatale a caso:
si fece il viso allor pallido e brutto,
travolse gli occhi, e dimostrò all’occaso,
per manifesti segni, esser condutto;
695e ’l busto che seguia troncato al collo,
di sella cadde, e diè l’ultimo crollo.
Tenendo Orrilo per il naso, Astolfo gli taglia tutti i capelli dalla nuca alla fronte. Per caso recide anche quello fatale: il volto del mostro diventa pallido e contratto, gli occhi si rovesciano e appare evidente che sta morendo. Contemporaneamente il corpo senza testa che inseguiva il duca cade da cavallo, privo di vita.
Ottava 88
Astolfo, ove le donne e i cavallieri
lasciato avea, tornò col capo in mano,
che tutti avea di morte i segni veri,
700e mostrò il tronco ove giacea lontano.
Non so ben se lo vider volentieri,
ancor che gli mostrasser viso umano;
che la intercetta lor vittoria forse
d’invidia ai duo germani il petto morse.
Astolfo torna dalle fate e dai due fratelli portando la testa di Orrilo, ormai davvero morta, e indica il luogo in cui è caduto il corpo. Gli altri mostrano esteriormente soddisfazione, ma il poeta sospetta che i fratelli siano un poco invidiosi perché Astolfo ha ottenuto la vittoria che loro non erano riusciti a conquistare.
Ottava 89
705Né che tal fin quella battuglia avesse,
credo più fosse alle due donne grato.
Queste, perché più in lungo si traesse
de’ duo fratelli il doloroso fato
ch’in Francia par ch’in breve esser dovesse,
710con loro Orrilo avean quivi azzuffato,
con speme di tenerli tanto a bada,
che la trista influenza se ne vada.
Nemmeno le due fate sembrano completamente contente. Avevano infatti provocato e prolungato la battaglia con Orrilo per trattenere lontani dalla Francia i due fratelli: temevano che, tornando subito in patria, sarebbero andati incontro al destino doloroso previsto dagli astri.
Ottava 90
Tosto che ’l castellan di Damiata
certificossi ch’era morto Orrilo,
715la columba lasciò, ch’avea legata
sotto l’ala la lettera col filo.
Quella andò al Cairo; ed indi fu lasciata
un’altra altrove, come quivi è stilo:
sì che in pochissime ore andò l’aviso
720per tutto Egitto, ch’era Orrilo ucciso.
Quando il castellano di Damietta è certo della morte di Orrilo, libera una colomba con una lettera legata sotto l’ala. Il messaggio arriva al Cairo e viene poi inoltrato da altri messaggeri e uccelli, secondo l’uso locale, cosicché in pochissimo tempo la notizia si diffonde in tutto l’Egitto.
Ottava 91
Il duca, come al fin trasse l’impresa,
confortò molto i nobili garzoni,
ben che da sé v’avean la voglia intesa,
né bisognavan stimuli né sproni,
725che per difender de la santa Chiesa
e del romano Imperio le ragioni,
lasciasser le battaglie d’Oriente,
e cercassino onor ne la lor gente.
Dopo la vittoria Astolfo invita Grifone e Aquilante a lasciare le imprese d’Oriente e a tornare in Occidente per difendere la Chiesa e l’Impero cristiano. I due giovani sono già desiderosi di farlo, perciò non occorre insistere molto a convincerli.
Ottava 92
Così Grifone ed Aquilante tolse
730ciascuno da la sua donna licenza;
le quali, ancor che lor ne ’ncrebbe e dolse,
non vi seppon però far resistenza.
Con essi Astolfo a man destra si volse;
che si deliberar far riverenza
735ai santi luoghi ove Dio in carne visse,
prima che verso Francia si venisse.
I fratelli chiedono congedo alle rispettive fate, che ne sono addolorate ma non riescono a impedirne la partenza. I tre cavalieri si mettono in viaggio insieme e decidono di visitare prima i luoghi santi della vita di Cristo in Palestina, per poi dirigersi verso la Francia.
Ottava 93
Potuto avrian pigliar la via mancina,
ch’era più dilettevole e più piana,
e mai non si scostar da la marina;
740ma per la destra andaro orrida e strana,
perché l’alta città di Palestina
per questa sei giornate è men lontana.
Acqua si truova ed erba in questa via:
di tutti gli altri ben v’è carestia.
Avrebbero potuto scegliere una strada costiera più facile e piacevole, ma prendono la via interna, aspra e poco frequentata, perché permette di raggiungere Gerusalemme con sei giorni di viaggio in meno. Lungo il percorso si trovano acqua ed erba, ma scarseggiano tutti gli altri beni necessari.
Ottava 94
745Sì che prima ch’entrassero in viaggio,
ciò che lor bisognò, fecion raccorre,
e carcar sul gigante il carriaggio,
ch’avria portato in collo anco una torre.
Al finir del camino aspro e selvaggio,
750da l’alto monte alla lor vista occorre
la santa terra, ove il superno Amore
lavò col proprio sangue il nostro errore.
Per questo, prima di partire, accumulano molte provviste e le caricano su Caligorante, tanto forte da poter trasportare quasi un’intera torre. Dopo il viaggio attraverso luoghi selvaggi, dall’alto di un monte vedono la Terra Santa, dove, secondo la fede cristiana, Cristo versò il sangue per redimere l’umanità.
Ottava 95
Trovano in su l’entrar de la cittade
un giovene gentil, lor conoscente,
755Sansonetto da Meca, oltre l’etade,
ch’era nel primo fior, molto prudente;
d’alta cavalleria, d’alta bontade
famoso, e riverito fra la gente.
Orlando lo converse a nostra fede,
760e di sua man battesmo anco gli diede.
Alle porte di Gerusalemme i cavalieri incontrano un giovane nobile che conoscono: Sansonetto della Mecca, prudente e valoroso nonostante l’età. Orlando lo aveva convertito al cristianesimo e battezzato di persona; ora è molto rispettato per le sue qualità cavalleresche.
Ottava 96
Quivi lo trovan che disegna a fronte
del calife d’Egitto una fortezza;
e circondar vuole il Calvario monte
di muro di duo miglia di lunghezza.
765Da lui raccolti fur con quella fronte
che può d’interno amor dar più chiarezza,
e dentro accompagnati, e con grande agio
fatti alloggiar nel suo real palagio.
Sansonetto sta progettando una fortezza per proteggere la città dal califfo d’Egitto e vuole circondare il Calvario con una lunga cinta muraria. Accoglie i viaggiatori con grande affetto, li accompagna all’interno della città e li ospita comodamente nel proprio palazzo.
Ottava 97
Avea in governo egli la terra, e in vece
770di Carlo vi reggea l’imperio giusto.
Il duca Astolfo a costui dono fece
di quel sì grande e smisurato busto,
ch’a portar pesi gli varrà per diece
bestie da soma, tanto era robusto.
775Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso
la rete ch’in sua forza l’avea messo.
Sansonetto governa Gerusalemme per conto di Carlo Magno. Astolfo gli regala Caligorante, il gigante prigioniero, che potrà essere utilissimo nel trasporto di carichi pesanti, e insieme gli consegna la rete magica con la quale era riuscito a catturarlo.
Ottava 98
Sansonetto all’incontro al duca diede
per la spada una cinta ricca e bella;
e diede spron per l’uno e l’altro piede,
780che d’oro avean la fibbia e la girella;
ch’esser del cavallier stati si crede,
che liberò dal drago la donzella:
al Zaffo avuti con molt’altro arnese
Sansonetto gli avea, quando lo prese.
Per ricambiare, Sansonetto dona ad Astolfo una preziosa cintura per la spada e due speroni dorati. Si crede che un tempo siano appartenuti al cavaliere che salvò una fanciulla da un drago. Sansonetto li aveva ottenuti insieme ad altri oggetti durante la conquista di Giaffa.
Ottava 99
785Purgati de lor colpe a un monasterio
che dava di sé odor di buoni esempi,
de la passion di Cristo ogni misterio
contemplando n’andar per tutti i tempi
ch’or con eterno obbrobrio e vituperio
790agli cristiani usurpano i Mori empi.
L’Europa è in arme, e di far guerra agogna
in ogni parte, fuor ch’ove bisogna.
I tre cavalieri si confessano e si purificano dai peccati in un monastero, quindi visitano con devozione i luoghi legati alla Passione di Cristo. Ariosto critica i cristiani europei perché combattono in ogni regione, mentre non riconquistano i luoghi santi che considerano ingiustamente occupati dai musulmani.
Ottava 100
Mentre avean quivi l’animo divoto,
a perdonanze e a cerimonie intenti,
795un peregrin di Grecia, a Grifon noto,
novelle gli arrecò gravi e pungenti,
dal suo primo disegno e lungo voto
troppo diverse e troppo differenti;
e quelle il petto gl’infiammaron tanto,
800che gli scacciar l’orazion da canto.
Mentre i cavalieri pregano e partecipano ai riti religiosi, un pellegrino greco conosciuto da Grifone gli porta una notizia dolorosa e sconvolgente. Ciò che riferisce è così diverso dalle speranze del giovane da fargli abbandonare ogni pensiero di preghiera.
Ottava 101
Amava il cavallier, per sua sciagura,
una donna ch’avea nome Orrigille:
di più bel volto e di miglior statura
non se ne sceglierebbe una fra mille;
805ma disleale e di sì rea natura,
che potresti cercar cittadi e ville,
la terra ferma e l’isole del mare,
né credo ch’una le trovassi pare.
Grifone, per sua sfortuna, ama una donna chiamata Orrigille, bellissima nel volto e nel corpo, ma, secondo il racconto, profondamente sleale. Il poeta afferma che sarebbe difficile trovarne un’altra altrettanto ingannatrice, pur cercando per città, campagne e isole.
Ottava 102
Ne la città di Costantin lasciata
810grave l’avea di febbre acuta e fiera.
Or quando rivederla alla tornata
più che mai bella, e di goderla spera,
ode il meschin, ch’in Antiochia andata
dietro un suo nuovo amante ella se n’era,
815non le parendo ormai di più patire
ch’abbia in sì fresca età sola a dormire.
Grifone aveva lasciato Orrigille a Costantinopoli perché gravemente ammalata di febbre e sperava di ritrovarla, al ritorno, guarita e più bella che mai. Apprende invece che è partita per Antiochia seguendo un nuovo amante, non volendo trascorrere la propria giovinezza da sola.
Ottava 103
Da indi in qua ch’ebbe la trista nuova,
sospirava Grifon notte e dì sempre.
Ogni piacer ch’agli altri aggrada e giova,
820par ch’a costui più l’animo distempre:
pensilo ognun, ne li cui danni pruova
Amor, se li suoi strali han buone tempre.
Ed era grave sopra ogni martire,
che ’l mal ch’avea si vergognava a dire.
Da quando ha ricevuto la notizia Grifone sospira giorno e notte: tutto ciò che di solito procura gioia agli altri ora gli provoca sofferenza. Chi ha provato un amore infelice può comprendere il suo dolore, aggravato dal fatto che egli si vergogna di confessarne agli altri la causa.
Ottava 104
825Questo, perché mille fiate inante
già ripreso l’avea di quello amore,
di lui più saggio, il fratello Aquilante,
e cercato colei trargli del core,
colei ch’al suo giudicio era di quante
830femine rie si trovin la peggiore.
Grifon l’escusa, se ’l fratel la danna;
e le più volte il parer proprio inganna.
Grifone tace soprattutto perché suo fratello Aquilante lo aveva già rimproverato molte volte per l’amore verso Orrigille, ritenendola una donna indegna e cercando inutilmente di allontanarla dal suo cuore. Ogni volta Grifone aveva trovato scuse per difenderla e non ascoltare i consigli più saggi.
Ottava 105
Però fece pensier, senza parlarne
con Aquilante, girsene soletto
835sin dentro d’Antiochia, e quindi trarne
colei che tratto il cor gli avea del petto;
trovar colui che gli l’ha tolta, e farne
vendetta tal, che ne sia sempre detto.
Dirò, come ad effetto il pensier messe,
840nell’altro canto, e ciò che ne successe.
Senza dire nulla ad Aquilante, Grifone decide quindi di recarsi da solo ad Antiochia per riprendersi Orrigille e vendicarsi dell’uomo che gliel’ha portata via. Ariosto interrompe qui il canto e promette di raccontare nel successivo come il cavaliere attuerà il suo proposito e che cosa gli accadrà.