L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto quattordicesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Nei molti assalti e nei crudel conflitti, ch’avuti avea con Francia, Africa e Spagna, morti erano infiniti, e derelitti al lupo, al corvo, all’aquila griffagna; 5e ben che i Franchi fossero più afflitti, che tutta avean perduta la campagna; più si doleano i Saracin, per molti principi e gran baron ch’eran lor tolti. | Nelle battaglie fra i Franchi e l'esercito di Agramante sono morti innumerevoli combattenti, abbandonati sul terreno agli animali rapaci. I cristiani hanno perso più territori, ma i Saraceni piangono soprattutto la morte di molti principi e grandi capitani. |
| Ottava 2 Ebbon vittorie così sanguinose, 10che lor poco avanzò di che allegrarsi. E se alle antique le moderne cose, invitto Alfonso, denno assimigliarsi; la gran vittoria, onde alle virtuose opere vostre può la gloria darsi, 15di ch’aver sempre lacrimose ciglia Ravenna debbe, a queste s’assimiglia: | Le vittorie sono costate tante vite da lasciare pochissimo spazio alla gioia. Ariosto le paragona alla recente battaglia di Ravenna, rivolgendosi ad Alfonso d'Este e ricordando che anche quel successo militare fu segnato dal lutto. |
| Ottava 3 quando cedendo Morini e Picardi, l’esercito normando e l’aquitano, voi nel mezzo assaliste gli stendardi 20del quasi vincitor nimico ispano, seguendo voi quei gioveni gagliardi, che meritar con valorosa mano quel dì da voi, per onorati doni, l’else indorate e gl’indorati sproni. | Il poeta celebra Alfonso, intervenuto contro gli Spagnoli quando i reparti francesi di varie regioni stavano ripiegando. I giovani combattenti che lo seguirono si distinsero a tal punto da meritare ricompense cavalleresche, come spade ornate e speroni dorati. |
| Ottava 4 25Con sì animosi petti che vi foro vicini o poco lungi al gran periglio, crollaste sì le ricche Giande d’oro, sì rompeste il baston giallo e vermiglio, ch’a voi si deve il trionfale alloro, 30che non fu guasto né sfiorato il Giglio. D’un’altra fronde v’orna anco la chioma l’aver serbato il suo Fabrizio a Roma. | Grazie ad Alfonso e ai suoi uomini venne spezzata la forza degli avversari, simboleggiati dalle insegne con ghiande e bastoni colorati; il giglio di Francia non fu abbattuto. Il duca merita inoltre lode per aver risparmiato Fabrizio Colonna. |
| Ottava 5 La gran Colonna del nome romano, che voi prendeste, e che servaste intera, 35vi dà più onor che se di vostra mano fosse caduta la milizia fiera, quanta n’ingrassa il campo ravegnano, e quanta se n’andò senza bandiera d’Aragon, di Castiglia e di Navarra, 40veduto non giovar spiedi né carra. | La cattura di Fabrizio Colonna e il trattamento onorevole riservatogli accrescono la gloria di Alfonso più della strage di nemici che coprì il campo di Ravenna e della fuga disordinata delle truppe spagnole. |
| Ottava 6 Quella vittoria fu più di conforto, che d’allegrezza; perché troppo pesa contra la gioia nostra il veder morto il capitan di Francia e de l’impresa; 45e seco avere una procella absorto tanti principi illustri, ch’a difesa dei regni lor, dei lor confederati, di qua da le fredd’Alpi eran passati. | Quella vittoria portò sollievo più che felicità: il comandante francese dell'impresa morì e con lui caddero molti principi venuti attraverso le Alpi per difendere i propri stati e quelli degli alleati. |
| Ottava 7 Nostra salute, nostra vita in questa 50vittoria suscitata si conosce, che difende che ’l verno e la tempesta di Giove irato sopra noi non crosce: ma né goder potiam, né farne festa, sentendo i gran ramarichi e l’angosce, 55ch’in veste bruna e lacrimosa guancia le vedovelle fan per tutta Francia. | La vittoria salvò i vincitori da un pericolo ancora maggiore, ma il dolore delle famiglie impedisce di festeggiare. In Francia le vedove piangono i mariti perduti e trasformano il trionfo in un lutto collettivo. |
| Ottava 8 Bisogna che proveggia il re Luigi di nuovi capitani alle sue squadre, che per onor de l’aurea Fiordaligi 60castighino le man rapaci e ladre, che suore, e frati e bianchi e neri e bigi violato hanno, e sposa e figlia e madre; gittato in terra Cristo in sacramento, per torgli un tabernaculo d’argento. | Il re Luigi deve nominare nuovi comandanti capaci di punire le violenze commesse dalle truppe: saccheggi, aggressioni a religiosi e donne, profanazioni sacrileghe, perfino il furto di un tabernacolo dopo aver gettato a terra l'Eucaristia. |
| Ottava 9 65O misera Ravenna, t’era meglio ch’al vincitor non fêssi resistenza; far ch’a te fosse inanzi Brescia speglio, che tu lo fossi a Arimino e a Faenza. Manda, Luigi, il buon Traulcio veglio, 70ch’insegni a questi tuoi più continenza, e conti lor quanti per simil torti stati ne sian per tutta Italia morti. | Ariosto si rivolge a Ravenna: sarebbe stato meglio non resistere al vincitore e imparare dall'esempio di Brescia. Invita Luigi a mandare un comandante esperto e severo, che faccia comprendere ai soldati le conseguenze dei loro crimini. |
| Ottava 10 Come di capitani bisogna ora che ’l re di Francia al campo suo proveggia, 75così Marsilio ed Agramante allora, per dar buon reggimento alla sua greggia, dai lochi dove il verno fe’ dimora, vuol ch’in campagna all’ordine si veggia; perché vedendo ove bisogno sia, 80guida e governo ad ogni schiera dia. | Come Luigi deve riorganizzare i francesi, così Marsilio e Agramante radunano i Saraceni dopo la pausa invernale. Vogliono passare in rassegna ogni reparto, verificare le perdite e assegnare le guide necessarie. |
| Ottava 11 Marsilio prima, e poi fece Agramante passar la gente sua schiera per schiera. I Catalani a tutti gli altri inante di Dorifebo van con la bandiera. 85Dopo vien, senza il suo re Folvirante, che per man di Rinaldo già morto era, la gente di Navarra; e lo re ispano halle dato Isolier per capitano. | Le truppe sfilano davanti ai sovrani: prima i Catalani guidati da Dorifebo; poi i Navarresi, privati del loro re Folvirante, ucciso da Rinaldo, e affidati da Marsilio a Isoliero. |
| Ottava 12 Balugante del popul di Leone, 90Grandonio cura degli Algarbi piglia; il fratel di Marsilio, Falsirone, ha seco armata la minor Castiglia. Seguon di Madarasso il gonfalone quei che lasciato han Malaga e Siviglia, 95dal mar di Gade a Cordova feconda le verdi ripe ovunque il Beti inonda. | A seguire compaiono gli uomini di León con Balugante, quelli dell'Algarve con Grandonio, la Castiglia minore con Falsirone e i combattenti di Malaga, Siviglia e della valle del Guadalquivir sotto Madarasso. |
| Ottava 13 Stordilano e Tesira e Baricondo, l’un dopo l’altro, mostra la sua gente: Granata al primo, Ulisbona al secondo, 100e Maiorica al terzo è ubidiente. Fu d’Ulisbona re (tolto dal mondo Larbin) Tesira, di Larbin parente. Poi vien Galizia, che sua guida, in vece di Maricoldo, Serpentino fece. | Sfilano quindi i soldati di Granada, Lisbona e Maiorca, guidati rispettivamente da Stordilano, Tesira e Baricondo. Tesira è succeduto al suo parente Larbino; la Galizia, dopo la perdita di Maricoldo, obbedisce a Serpentino. |
| Ottava 14 105Quei di Tolledo e quei di Calatrava, di ch’ebbe Sinagon già la bandiera, con tutta quella gente che si lava in Guadiana e bee de la riviera, l’audace Matalista governava; 110Bianzardin quei d’Asturga in una schiera con quei di Salamanca e di Piagenza, d’Avila, di Zamora e di Palenza. | Matalista conduce i reparti di Toledo, Calatrava e del territorio del fiume Guadiana. Bianzardino comanda quelli provenienti da Astorga e da diverse città castigliane, tra cui Salamanca, Ávila e Zamora. |
| Ottava 15 Di quei di Saragosa e de la corte del re Marsilio ha Ferraù il governo: 115tutta la gente è ben armata e forte. In questi è Malgarino, Balinverno, Malzarise e Morgante, ch’una sorte avea fatto abitar paese esterno; che, poi che i regni lor lor furon tolti, 120gli avea Marsilio in corte sua raccolti. | Ferraù guida i soldati di Saragozza e della corte di Marsilio. Fra loro sono presenti re che hanno perduto i propri domini e che Marsilio ha accolto presso di sé: Malgarino, Balinverno, Malzarise e Morgante. |
| Ottava 16 In questa è di Marsilio il gran bastardo, Follicon d’Almeria, con Doriconte, Bavarte e Largalifa ed Analardo, ed Archidante il sagontino conte, 125e Lamirante e Langhiran gagliardo, e Malagur ch’avea l’astuzie pronte, ed altri ed altri, di quai penso, dove tempo sarà, di far veder le pruove. | Nella stessa schiera militano molti altri guerrieri, fra cui Follicone d'Almería, figlio naturale di Marsilio, e diversi nobili e combattenti rinomati. Ariosto ne elenca i nomi rinviando a un altro momento il racconto delle loro imprese. |
| Ottava 17 Poi che passò l’esercito di Spagna 130con bella mostra inanzi al re Agramante, con la sua squadra apparve alla campagna il re d’Oran, che quasi era gigante. L’altra che vien, per Martasin si lagna, il qual morto le fu da Bradamante; 135e si duol ch’una femina si vanti d’aver ucciso il re de’ Garamanti. | Dopo gli Spagnoli passano le truppe africane: compare il re di Orano, dalla statura gigantesca. La schiera dei Garamanti è in lutto per Martasino, ucciso da Bradamante, e si vergogna che una donna abbia sconfitto il proprio re. |
| Ottava 18 Segue la terza schiera di Marmonda, ch’Argosto morto abbandonò in Guascogna: a questa un capo, come alla seconda 140e come anco alla quarta, dar bisogna. Quantunque il re Agramante non abonda di capitani, pur ne finge e sogna: dunque Buraldo, Ormida, Arganio elesse, e dove uopo ne fu, guida li messe. | Anche la formazione di Marmonda ha perso il suo capo Argosto; diverse unità africane sono rimaste senza comandanti. Agramante assegna loro nuovi capi, fra cui Buraldo, Ormida e Arganio. |
| Ottava 19 145Diede ad Arganio quei di Libicana, che piangean morto il negro Dudrinasso. Guida Brunello i suoi di Tingitana, con viso nubiloso e ciglio basso; che, poi che ne la selva non lontana 150dal castel ch’ebbe Atlante in cima al sasso, gli fu tolto l’annel da Bradamante, caduto era in disgrazia al re Agramante: | Arganio riceve gli uomini della Libia, che rimpiangono Dudrinasso. Brunello guida i guerrieri di Tingitana, ma si presenta abbattuto: è caduto in disgrazia perché Bradamante gli ha sottratto l'anello presso il castello di Atlante. |
| Ottava 20 e se ’l fratel di Ferraù, Isoliero, ch’a l’arbore legato ritrovollo, 155non facea fede inanzi al re del vero, avrebbe dato in su le forche un crollo. Mutò, a’ prieghi di molti, il re pensiero, già avendo fatto porgli il laccio al collo: gli lo fece levar, ma riserbarlo 160pel primo error; che poi giurò impiccarlo: | Brunello sarebbe stato impiccato se Isoliero, fratello di Ferraù, non avesse testimoniato come erano andate le cose. Agramante, pregato da molti, gli ha risparmiato la vita, ma lo ha minacciato di morte alla prossima colpa. |
| Ottava 21 sì ch’avea causa di venir Brunello col viso mesto e con la testa china. Seguia poi Farurante, e dietro a quello eran cavalli e fanti di Maurina. 165Venìa Libanio appresso, il re novello: la gente era con lui di Constantina; però che la corona e il baston d’oro gli ha dato il re, che fu di Pinadoro. | Per questo Brunello sfila a capo chino. Dopo di lui passano Farurante con i soldati della Mauritania e Libanio, nuovo re di Costantina, al quale Agramante ha attribuito il titolo e le insegne del predecessore Pinadoro. |
| Ottava 22 Con la gente d’Esperia Soridano, 170e Dorilon ne vien con quei di Setta; ne vien coi Nasamoni Puliano. Quelli d’Amonia il re Agricalte affretta; Malabuferso quelli di Fizano. Da Finadurro è l’altra squadra retta, 175che di Canaria viene e di Marocco; Balastro ha quei che fur del re Tardocco. | Proseguono le schiere di Esperia, Ceuta, dei Nasamoni, di Amonia, di Fezzan, delle Canarie e del Marocco, ciascuna sotto il proprio comandante. Balastro guida la formazione che prima apparteneva a Tardocco. |
| Ottava 23 Due squadre, una di Mulga, una d’Arzilla, seguono: e questa ha ’l suo signore antico; quella n’è priva; e però il re sortilla, 180e diella a Corineo suo fido amico. E così de la gente d’Almansilla, ch’ebbe Tanfirion, fe’ re Caico; diè quella di Getulia a Rimedonte. Poi vien con quei di Cosca Balinfronte. | Si presentano i contingenti di Mulga e Arzilla: uno conserva il proprio sovrano, l'altro riceve come capo Corineo. Agramante assegna anche nuove guide ai guerrieri di Almansilla e Getulia, poi passa la schiera di Cosca. |
| Ottava 24 185Quell’altra schiera è la gente di Bolga: suo re è Clarindo, e già fu Mirabaldo. Vien Baliverzo, il qual vuò che tu tolga di tutto il gregge pel maggior ribaldo. Non credo in tutto il campo si disciolga 190bandiera ch’abbia esercito più saldo de l’altra, con che segue il re Sobrino, né più di lui prudente Saracino. | Clarindo comanda i soldati di Bolga. Ariosto menziona inoltre Baliverzo, giudicato un grande furfante, e soprattutto l'esercito di Sobrino, composto da uomini solidi e disciplinati sotto un capo saraceno molto prudente. |
| Ottava 25 Quei di Bellamarina, che Gualciotto solea guidare, or guida il re d’Algieri 195Rodomonte, e di Sarza, che condotto di nuovo avea pedoni e cavallieri; che mentre il sol fu nubiloso sotto il gran centauro e i corni orridi e fieri, fu in Africa mandato da Agramante, 200onde venuto era tre giorni inante. | Rodomonte, re di Algeri e di Sarza, guida i suoi veterani e nuovi rinforzi di cavalleria e fanteria. Agramante lo aveva mandato in Africa durante l'inverno; egli è rientrato appena tre giorni prima della rassegna. |
| Ottava 26 Non avea il campo d’Africa più forte, né Saracin più audace di costui: e più temean le parigine porte, ed avean più cagion di temer lui, 205che Marsilio, Agramante e la gran corte ch’avea seguito in Francia questi dui: e più d’ogni altro che facesse mostra, era nimico de la fede nostra. | Rodomonte è il combattente più audace e temibile dell'esercito africano. Per i cristiani rappresenta una minaccia persino maggiore di Agramante e Marsilio, perché alla forza straordinaria unisce un odio feroce per la loro fede. |
| Ottava 27 Vien Prusione, il re de l’Alvaracchie; 210poi quel de la Zumara, Dardinello. Non so s’abbiano o nottole o cornacchie, o altro manco ed importuno augello, il qual dai tetti e da le fronde gracchie futuro mal, predetto a questo e a quello, 215che fissa in ciel nel dì seguente è l’ora che l’uno e l’altro in quella pugna muora. | Sfilano poi Prusione, re di Alvaracchie, e Dardinello, sovrano della Zumara. Il narratore si domanda se qualche uccello di malaugurio abbia annunciato loro che moriranno entrambi nella battaglia del giorno seguente. |
| Ottava 28 In campo non aveano altri a venire, che quei di Tremisenne e di Norizia; né si vedea alla mostra comparire 220il segno lor, né dar di sé notizia. Non sapendo Agramante che si dire, né che pensar di questa lor pigrizia, uno scudiero al fin gli fu condutto del re di Tremisen, che narrò il tutto. | Mancano ancora i reparti di Tremisen e Norizia: nessuno sa perché non siano arrivati. Agramante è incerto e irritato, finché uno scudiero del re di Tremisen viene condotto davanti a lui per spiegare l'accaduto. |
| Ottava 29 225E gli narrò ch’Alzirdo e Manilardo con molti altri de’ suoi giaceano al campo. – Signor (diss’egli), il cavallier gagliardo ch’ucciso ha i nostri, ucciso avria il tuo campo, se fosse stato a torsi via più tardo 230di me, ch’a pena ancor così ne scampo. Fa quel de’ cavallieri e de’ pedoni, che ’l lupo fa di capre e di montoni. – | Lo scudiero racconta che Alzirdo, Manilardo e molti soldati sono stati uccisi da un solo cavaliere potentissimo. Per salvarsi è dovuto fuggire immediatamente: quel guerriero ha massacrato gli uomini come un lupo fra capre e montoni. |
| Ottava 30 Era venuto pochi giorni avante nel campo del re d’Africa un signore; 235né in Ponente era, né in tutto Levante, di più forza di lui, né di più core. Gli facea grande onore il re Agramante, per esser costui figlio e successore in Tartaria del re Agrican gagliardo: 240suo nome era il feroce Mandricardo. | Nel campo si trova Mandricardo, principe tartaro, figlio del valoroso re Agricane e suo erede. La sua forza eccezionale gli ha procurato grandi onori da parte di Agramante. |
| Ottava 31 Per molti chiari gesti era famoso, e di sua fama tutto il mondo empìa; ma lo facea più d’altro glorioso, ch’al castel de la fata di Soria 245l’usbergo avea acquistato luminoso ch’Ettor troian portò mille anni pria, per strana e formidabile aventura, che ’l ragionarne pur mette paura. | Mandricardo è già famoso per numerose imprese, ma va particolarmente fiero di aver conquistato un'antica corazza appartenuta all'eroe troiano Ettore, custodita in un castello fatato in Siria. |
| Ottava 32 Trovandosi costui dunque presente 250a quel parlar, alzò l’ardita faccia; e si dispose andare immantinente, per trovar quel guerrier, dietro alla traccia. Ritenne occulto il suo pensiero in mente, o sia perché d’alcun stima non faccia, 255o perché tema, se ’l pensier palesa, ch’un altro inanzi a lui pigli l’impresa. | Sentendo parlare del cavaliere che ha distrutto i reparti saraceni, Mandricardo decide di andarlo a cercare e sfidare. Non confida a nessuno il suo progetto, forse per disprezzo degli altri o per timore che qualcuno lo preceda. |
| Ottava 33 Allo scudier fe’ dimandar come era la sopravesta di quel cavalliero. Colui rispose: – Quella è tutta nera, 260lo scudo nero, e non ha alcun cimiero. – E fu, Signor, la sua risposta vera, perché lasciato Orlando avea il quartiero; che come dentro l’animo era in doglia, così imbrunir di fuor volse la spoglia. | Domanda allo scudiero come sia vestito il combattente. Questi risponde che indossa armi completamente nere, senza insegne. Si tratta di Orlando, che ha rinunciato al proprio stemma per rendere visibile all'esterno la tristezza che porta nel cuore. |
| Ottava 34 265Marsilio a Mandricardo avea donato un destrier baio a scorza di castagna, con gambe e chiome nere; ed era nato di frisa madre e d’un villan di Spagna. Sopra vi salta Mandricardo armato, 270e galoppando va per la campagna; e giura non tornare a quelle schiere se non truova il campion da l’arme nere. | Mandricardo sale sul cavallo baio donatogli da Marsilio e parte a tutta velocità, giurando di non tornare dall'esercito senza aver trovato il cavaliere dalle armi nere. |
| Ottava 35 Molta incontrò de la paurosa gente che da le man d’Orlando era fuggita, 275chi del figliuol, chi del fratel dolente, ch’inanzi agli occhi suoi perdè la vita. Ancora la codarda e trista mente ne la pallida faccia era sculpita; ancor, per la paura che avuta hanno, 280pallidi, muti ed insensati vanno. | Lungo la strada incontra i superstiti della strage, ancora atterriti e addolorati per i parenti e compagni morti. La paura è così forte che camminano pallidi, muti e quasi incapaci di pensare. |
| Ottava 36 Non fe’ lungo camin, che venne dove crudel spettaculo ebbe ed inumano, ma testimonio alle mirabil pruove che fur raconte inanzi al re africano. 285Or mira questi, or quelli morti, e muove, e vuol le piaghe misurar con mano, mosso da strana invidia ch’egli porta al cavallier ch’avea la gente morta. | Mandricardo arriva presto sul luogo del combattimento e osserva con attenzione corpi e ferite, cercando di misurare la forza di chi li ha inflitti. Invece di inorridirsi, prova una profonda invidia per l'impresa compiuta da Orlando. |
| Ottava 37 Come lupo o mastin ch’ultimo giugne 290al bue lasciato morto da’ villani, che truova sol le corna, l’ossa e l’ugne, del resto son sfamati augelli e cani; riguarda invano il teschio che non ugne: così fa il crudel barbaro in que’ piani. 295Per duol bestemmia, e mostra invidia immensa, che venne tardi e così ricca mensa. | Il poeta lo paragona a un lupo o a un mastino arrivato troppo tardi alla carcassa di un bue: ne rimangono soltanto le ossa. Mandricardo si adira perché non ha potuto partecipare alla strage e conquistare gloria personale. |
| Ottava 38 Quel giorno e mezzo l’altro segue incerto il cavallier dal negro, e ne domanda. Ecco vede un pratel d’ombre coperto, 300che sì d’un alto fiume si ghirlanda, che lascia a pena un breve spazio aperto, dove l’acqua si torce ad altra banda. Un simil luogo con girevol onda sotto Ocricoli il Tevere circonda. | Per un giorno e mezzo segue senza certezza le tracce del cavaliere nero. Giunge infine presso un prato ombroso, circondato in parte da una curva di un fiume limpido, simile a un'ansa del Tevere presso Otricoli. |
| Ottava 39 305Dove entrar si potea, con l’arme indosso stavano molti cavallieri armati. Chiede il pagan, chi gli avea in stuol sì grosso, ed a che effetto insieme ivi adunati. Gli fe’ risposta il capitano, mosso 310dal signoril sembiante e da’ fregiati d’oro e di gemme arnesi di gran pregio, che lo mostravan cavalliero egregio. | All'ingresso del prato si trovano numerosi cavalieri armati. Mandricardo chiede perché siano riuniti lì; un comandante, colpito dall'aspetto nobile e dai preziosi ornamenti dello sconosciuto, si dispone a rispondergli. |
| Ottava 40 – Dal nostro re siàn (disse) di Granata chiamati in compagnia de la figliuola, 315la quale al re di Sarza ha maritata, ben che di ciò la fama ancor non vola. Come appresso la sera racchetata la cicaletta sia, ch’or s’ode sola, avanti al padre fra l’ispane torme 320la condurremo: intanto ella si dorme. – | Il cavaliere spiega che la loro missione è scortare Doralice, figlia del re di Granada e promessa sposa a Rodomonte, re di Sarza. La ragazza sta riposando; quando arriverà sera la condurranno dal padre e poi verso le nozze. |
| Ottava 41 Colui, che tutto il mondo vilipende, disegna di veder tosto la pruova, se quella gente o bene o mal difende la donna, alla cui guardia si ritruova. 325Disse: – Costei, per quanto se n’intende, è bella; e di saperlo ora mi giova. A lei mi mena, o falla qui venire; ch’altrove mi convien subito gire. – | Mandricardo, incurante di ogni autorità, vuole vedere immediatamente la giovane di cui ha sentito elogiare la bellezza. Ordina quindi alle guardie di condurlo da lei oppure di farla venire fuori, perché dice di avere fretta. |
| Ottava 42 – Esser per certo dei pazzo solenne, – 330rispose il Granatin, né più gli disse. Ma il Tartaro a ferir tosto lo venne con l’asta bassa, e il petto gli trafisse; che la corazza il colpo non sostenne, e forza fu che morto in terra gisse. 335L’asta ricovra il figlio d’Agricane, perché altro da ferir non gli rimane. | Il comandante gli risponde che dev'essere pazzo. Mandricardo, senza discutere, lo assale con la lancia e gli trapassa il petto nonostante la corazza, uccidendolo all'istante. |
| Ottava 43 Non porta spada né baston; che quando l’arme acquistò, che fu d’Ettor troiano, perché trovò che lor mancava il brando, 340gli convenne giurar (né giurò invano) che fin che non togliea quella d’Orlando, mai non porrebbe ad altra spada mano: Durindana ch’Almonte ebbe in gran stima, e Orlando or porta, Ettor portava prima. | Mandricardo non porta la spada: quando conquistò le armi di Ettore, scoprì che mancava proprio quella. Giurò allora di non usarne un'altra finché non avesse strappato a Orlando Durindana, che un tempo era appartenuta all'eroe troiano. |
| Ottava 44 345Grande è l’ardir del Tartaro, che vada con disvantaggio tal contra coloro, gridando: – Chi mi vuol vietar la strada? – E con la lancia si cacciò tra loro. Chi l’asta abbassa, e chi tra’ fuor la spada; 350e d’ogn’intorno subito gli foro. Egli ne fece morir una frotta, prima che quella lancia fosse rotta. | Nonostante questo svantaggio, il Tartaro sfida l'intera scorta e si getta tra i cavalieri con la lancia. Molti tentano di colpirlo, ma egli ne uccide numerosi prima che l'arma si spezzi. |
| Ottava 45 Rotta che se la vede, il gran troncone che resta intero, ad ambe mani afferra; 355e fa morir con quel tante persone, che non fu vista mai più crudel guerra. Come tra’ Filistei l’ebreo Sansone con la mascella che levò di terra, scudi spezza, elmi schiaccia, e un colpo spesso 360spenge i cavalli ai cavallieri appresso. | Rimasto con il troncone della lancia, Mandricardo lo impugna a due mani e continua a fare strage. Ariosto lo paragona a Sansone che abbatté i Filistei usando la mascella di un asino. |
| Ottava 46 Correno a morte que’ miseri a gara, né perché cada l’un, l’altro andar cessa; che la maniera del morire, amara lor par più assai che non è morte istessa. 365Patir non ponno che la vita cara tolta lor sia da un pezzo d’asta fessa, e sieno sotto alle picchiate strane a morir giunti, come biscie o rane. | Le guardie continuano ad affrontarlo pur vedendo cadere i compagni. Si vergognano soprattutto di essere uccise con un semplice pezzo di legno, come animali colpiti senza onore. |
| Ottava 47 Ma poi ch’a spese lor si furo accorti 370che male in ogni guisa era morire, sendo già presso alli duo terzi morti, tutto l’avanzo cominciò a fuggire. Come del proprio aver via se gli porti, il Saracin crudel non può patire 375ch’alcun di quella turba sbigottita da lui partir si debba con la vita. | Quando comprendono che il coraggio non può salvarle, e quasi due terzi sono già morti, le guardie si danno alla fuga. Mandricardo però non vuole permettere a nessuno di sfuggire alla sua furia. |
| Ottava 48 Come in palude asciutta dura poco stridula canna, o in campo àrrida stoppia contra il soffio di borea e contra il fuoco 380che ’l cauto agricultore insieme accoppia, quando la vaga fiamma occupa il loco, e scorre per li solchi, e stride e scoppia; così costor contra la furia accesa di Mandricardo fan poca difesa. | I difensori hanno contro di lui la stessa debolezza delle stoppie secche quando un vento forte alimenta l'incendio acceso nei campi: ogni resistenza viene travolta rapidamente. |
| Ottava 49 385Poscia ch’egli restar vede l’entrata, che mal guardata fu, senza custode; per la via che di nuovo era segnata ne l’erba, e al suono dei ramarchi ch’ode, viene a veder la donna di Granata, 390se di bellezze è pari alle sue lode: passa tra i corpi de la gente morta, dove gli dà, torcendo, il fiume porta. | Rimasta senza custodi l'entrata del prato, Mandricardo passa fra i cadaveri e segue le grida finché raggiunge Doralice, deciso a constatare di persona se sia bella come dicono. |
| Ottava 50 E Doralice in mezzo il prato vede (che così nome la donzella avea), 395la qual, suffolta da l’antico piede d’un frassino silvestre, si dolea. Il pianto, come un rivo che succede di viva vena, nel bel sen cadea; e nel bel viso si vedea che insieme 400de l’altrui mal si duole, e del suo teme. | La principessa piange appoggiata a un vecchio frassino. Le lacrime le scendono sul petto senza sosta: soffre per le vittime appena uccise e teme per ciò che potrebbe accadere a lei. |
| Ottava 51 Crebbe il timor, come venir lo vide di sangue brutto e con faccia empia e oscura, e’l grido sin al ciel l’aria divide, di sé e de la sua gente per paura; 405che, oltre i cavallier, v’erano guide, che de la bella infante aveano cura, maturi vecchi, e assai donne e donzelle del regno di Granata, e le più belle. | Vedendo arrivare Mandricardo coperto di sangue, Doralice grida spaventata. Con lei ci sono anziani accompagnatori, donne e damigelle di Granada, anch'essi terrorizzati dall'uomo che ha distrutto la scorta. |
| Ottava 52 Come il Tartaro vede quel bel viso 410che non ha paragone in tutta Spagna, e c’ha nel pianto (or ch’esser de’ nel riso?) tesa d’Amor l’inestricabil ragna; non sa se vive in terra o in paradiso: né de la sua vittoria altro guadagna, 415se non che in man de la sua prigioniera si dà prigione, e non sa in qual maniera. | Mandricardo resta abbagliato dalla sua bellezza, ancora più intensa nel pianto. La vittoria lo trasforma paradossalmente in un prigioniero: conquistata Doralice con la forza, si ritrova lui stesso dominato dall'amore. |
| Ottava 53 A lei però non si concede tanto, che del travaglio suo le doni il frutto; ben che piangendo ella dimostri, quanto 420possa donna mostrar, dolore e lutto. Egli, sperando volgerle quel pianto in sommo gaudio, era disposto al tutto menarla seco; e sopra un bianco ubino montar la fece, e tornò al suo camino. | Doralice non ottiene di essere lasciata libera. Mandricardo spera di mutare le sue lacrime in gioia e la fa salire su un cavallo bianco, portandola via con sé. |
| Ottava 54 425Donne e donzelle e vecchi ed altra gente, ch’eran con lei venuti di Granata, tutti licenziò benignamente, dicendo: – Assai da me fia accompagnata; io mastro, io balia, io le sarò sergente 430in tutti i suoi bisogni: a Dio brigata. – Così, non gli possendo far riparo, piangendo e sospirando se n’andaro; | Il Tartaro congeda gli anziani, le dame e gli altri accompagnatori, dicendo che d'ora in poi provvederà personalmente a ogni necessità di Doralice. Essi se ne vanno impotenti, fra pianti e sospiri. |
| Ottava 55 tra lor dicendo: – Quanto doloroso ne sarà il padre, come il caso intenda! 435quanta ira, quanto duol ne avrà il suo sposo! oh come ne farà vendetta orrenda! Deh, perché a tempo tanto bisognoso non è qui presso a far che costui renda il sangue illustre del re Stordilano, 440prima che se lo porti più lontano? – | Gli accompagnatori immaginano il dolore del padre Stordilano e l'ira di Rodomonte quando apprenderanno il rapimento. Si augurano che il promesso sposo possa intervenire subito a vendicare l'offesa. |
| Ottava 56 De la gran preda il Tartaro contento, che fortuna e valor gli ha posta inanzi, di trovar quel dal negro vestimento non par ch’abbia la fretta ch’avea dianzi. 445Correva dianzi: or viene adagio e lento; e pensa tuttavia dove si stanzi, dove ritruovi alcun commodo loco, per esalar tanto amoroso foco. | Felice di aver ottenuto la giovane, Mandricardo perde quasi ogni interesse per la ricerca del cavaliere nero. Cavalca lentamente e pensa soprattutto a trovare un luogo appartato in cui dichiarare e soddisfare il proprio desiderio amoroso. |
| Ottava 57 Tuttavolta conforta Doralice, 450ch’avea di pianto e gli occhi e ’l viso molle: compone e finge molte cose, e dice che per fama gran tempo ben le volle; e che la patria, e il suo regno felice che ’l nome di grandezza agli altri tolle, 455lasciò, non per vedere o Spagna o Francia, ma sol per contemplar sua bella guancia. | Per consolare Doralice inventa discorsi galanti: sostiene di averla amata da tempo, di aver abbandonato patria e regno soltanto per poterla vedere e di desiderare più di ogni altra cosa il suo volto. |
| Ottava 58 – Se per amar, l’uom debbe essere amato, merito il vostro amor; che v’ho amat’io: se per stirpe, di me chi è meglio nato? 460che’l possente Agrican fu il padre mio: se per ricchezza, chi ha di me più stato? che di dominio io cedo solo a Dio: se per valor, credo oggi aver esperto ch’esser amato per valore io merto. – | Mandricardo elenca i motivi per cui meriterebbe il suo amore: la ama intensamente, è figlio del potente Agricane, possiede un vastissimo regno e ha mostrato sul campo un valore fuori dal comune. |
| Ottava 59 465Queste parole ed altre assai, ch’Amore a Mandricardo di sua bocca ditta, van dolcemente a consolar il core de la donzella di paura afflitta. Il timor cessa, e poi cessa il dolore 470che le avea quasi l’anima trafitta. Ella comincia con più pazienza a dar più grata al nuovo amante udienza; | Le parole del guerriero, suggeritegli dall'amore, cominciano a placare la paura della principessa. Il suo dolore diminuisce e Doralice ascolta con crescente pazienza e favore le dichiarazioni del rapitore. |
| Ottava 60 poi con risposte più benigne molto a mostrarsegli affabile e cortese, 475e non negargli di fermar nel volto talor le luci di pietade accese: onde il pagan, che da lo stral fu colto altre volte d’Amor, certezza prese, non che speranza, che la donna bella 480non saria a’ suo’ desir sempre ribella. | Doralice risponde con maggiore gentilezza e talvolta gli rivolge sguardi affettuosi. Mandricardo ne ricava non solo speranza, ma quasi la certezza che lei finirà per accoglierne l'amore. |
| Ottava 61 Con questa compagnia lieto e gioioso, che sì gli satisfà, sì gli diletta, essendo presso all’ora ch’a riposo la fredda notte ogni animale alletta, 485vedendo il sol già basso e mezzo ascoso, comminciò a cavalcar con maggior fretta; tanto ch’udì sonar zuffoli e canne, e vide poi fumar ville e capanne. | Avvicinandosi la sera, Mandricardo cerca in fretta un posto per passare la notte insieme alla principessa. Giunge infine in una zona di capanne pastorali, da cui provengono suoni di flauti e fumo dei focolari. |
| Ottava 62 Erano pastorali alloggiamenti, 490miglior stanza e più commoda, che bella. Quivi il guardian cortese degli armenti onorò il cavalliero e la donzella, tanto che si chiamar da lui contenti; che non pur per cittadi e per castella, 495ma per tuguri ancora e per fenili spesso si trovan gli uomini gentili. | I due sono accolti generosamente in un modesto alloggio di pastori. Ariosto osserva che la vera cortesia non si trova soltanto nei palazzi e nelle città: anche nelle capanne più povere possono vivere persone nobili d'animo. |
| Ottava 63 Quel che fosse dipoi fatto all’oscuro tra Doralice e il figlio d’Agricane, a punto racontar non m’assicuro; 500sì ch’al giudicio di ciascun rimane. Creder si può che ben d’accordo furo; che si levar più allegri la dimane, e Doralice ringraziò il pastore, che nel suo albergo le avea fatto onore. | Il narratore non descrive quello che avviene durante la notte fra Mandricardo e Doralice, lasciandolo immaginare al lettore. Suggerisce però che si siano accordati, perché al mattino appaiono entrambi più sereni e la giovane ringrazia il padrone di casa. |
| Ottava 64 505Indi d’uno in un altro luogo errando, si ritrovaro al fin sopra un bel fiume che con silenzio al mar va declinando, e se vada o se stia, mal si prosume; limpido e chiaro sì, ch’in lui mirando, 510senza contesa al fondo porta il lume. In ripa a quello, a una fresca ombra e bella, trovar dui cavallieri e una donzella. | Proseguendo il viaggio, i due raggiungono un fiume così calmo e trasparente che se ne vede il fondo. Sulla riva, sotto un albero ombroso, incontrano due cavalieri e una giovane donna. |
| Ottava 65 Or l’alta fantasia, ch’un sentier solo non vuol ch’i’segua ognor, quindi mi guida, 515e mi ritorna ove il moresco stuolo assorda di rumor Francia e di grida, d’intorno il padiglione ove il figliuolo del re Troiano il santo Impero sfida, e Rodomonte audace se gli vanta 520arder Parigi e spianar Roma santa. | Prima di raccontare l'incontro, Ariosto interrompe la vicenda e ritorna all'esercito saraceno che assedia la Francia. Presso il campo di Agramante, Rodomonte si vanta di poter bruciare Parigi e distruggere perfino Roma. |
| Ottava 66 Venuto ad Agramante era all’orecchio, che già l’Inglesi avean passato il mare: però Marsilio e il re del Garbo vecchio e gli altri capitan fece chiamare. 525Consiglian tutti a far grande apparecchio, sì che Parigi possino espugnare. Ponno esser certi che più non s’espugna, se nol fan prima che l’aiuto giugna. | Agramante ha saputo che gli aiuti inglesi sono sbarcati in Francia. Convoca Marsilio, Sobrino e gli altri capi per organizzare un attacco immediato a Parigi: se non prenderanno la città prima dell'arrivo dei rinforzi, l'impresa diventerà molto più difficile. |
| Ottava 67 Già scale innumerabili per questo 530da’ luoghi intorno avea fatto raccorre, ed asse e travi, e vimine contesto, che lo poteano a diversi usi porre; e navi e ponti: e più facea che ’l resto, il primo e il secondo ordine disporre 535a dar l’assalto; ed egli vuol venire tra quei che la città denno assalire. | Per l'assalto Agramante ha fatto raccogliere scale, travi, assi, fascine, ponti e imbarcazioni. Divide l'esercito in reparti ordinati e decide di partecipare personalmente all'attacco. |
| Ottava 68 L’imperatore il dì che ’l dì precesse de la battaglia, fe’ dentro a Parigi per tutto celebrare uffici e messe 540a preti, a frati bianchi, neri e bigi; e le gente che dianzi eran confesse, e di man tolte agl’inimici stigi, tutti communicar, non altramente ch’avessino a morir il dì seguente. | Carlo Magno, alla vigilia della battaglia, ordina che in tutta Parigi si celebrino messe e funzioni religiose. I soldati si confessano e ricevono la comunione come se si preparassero alla morte il giorno seguente. |
| Ottava 69 545Ed egli tra baroni e paladini, principi ed oratori, al maggior tempio con molta religione a quei divini atti intervenne, e ne diè agli altri esempio. Con le man giunte e gli occhi al ciel supini, 550disse: – Signor, ben ch’io sia iniquo ed empio, non voglia tua bontà, pel mio fallire, che ’l tuo popul fedele abbia a patire. | L'imperatore partecipa solennemente alla preghiera nella chiesa principale con nobili e paladini. A mani giunte riconosce le proprie colpe e chiede a Dio di non far soffrire il popolo cristiano per gli errori del sovrano. |
| Ottava 70 E se gli è tuo voler ch’egli patisca, e ch’abbia il nostro error degni supplici, 555almeno la punizion si differisca sì, che per man non sia de’ tuoi nemici; che quando lor d’uccider noi sortisca, che nome avemo pur d’esser tuo’ amici, i pagani diran che nulla puoi, 560che perir lasci i partigiani tuoi. | Carlo supplica che, se una punizione è necessaria, essa non avvenga per mano degli infedeli: i nemici potrebbero vantarsi che il Dio dei cristiani non è capace di proteggere chi gli è fedele. |
| Ottava 71 E per un che ti sia fatto ribelle, cento ti si faran per tutto il mondo; tal che la legge falsa di Babelle caccerà la tua fede e porrà al fondo. 565Difendi queste genti, che son quelle che ’l tuo sepulcro hanno purgato e mondo da’ brutti cani, e la tua santa Chiesa con li vicari suoi spesso difesa. | Se i pagani prevalessero, molti abbandonerebbero la fede cristiana per seguire la loro religione. Carlo ricorda a Dio che i suoi uomini hanno difeso la Chiesa e liberato il Santo Sepolcro, e invoca protezione per loro. |
| Ottava 72 So che i meriti nostri atti non sono 570a satisfare al debito d’un’oncia; né devemo sperar da te perdono, se riguardiamo a nostra vita sconcia: ma se vi aggiugni di tua grazia il dono, nostra ragion fia ragguagliata e concia; 575né del tuo aiuto disperar possiamo, qualor di tua pietà ci ricordiamo. – | L'imperatore ammette che i cristiani non meritano la salvezza per le proprie azioni, perché sono colpevoli di molti peccati. Confida tuttavia nella grazia e nella misericordia divina, che possono colmare ciò che manca ai meriti umani. |
| Ottava 73 Così dicea l’imperator devoto, con umiltade e contrizion di core. Giunse altri prieghi e convenevol voto 580al gran bisogno e all’alto suo splendore. Non fu il caldo pregar d’effetto voto; però che ’l genio suo, l’angel migliore, i prieghi tolse e spiegò al ciel le penne, ed a narrare al Salvator li venne. | Carlo aggiunge altre suppliche e promesse. La sua preghiera sincera non resta inascoltata: l'angelo incaricato di vegliare su di lui la raccoglie, spiega le ali e la porta davanti a Cristo. |
| Ottava 74 585E furo altri infiniti in quello instante da tali messagger portati a Dio; che come gli ascoltar l’anime sante, dipinte di pietade il viso pio, tutte miraro il sempiterno Amante, 590e gli mostraro il commun lor disio, che la giusta orazion fosse esaudita del populo cristian che chiede aita. | Nello stesso momento in cielo giungono moltissime altre preghiere dei cristiani. I beati guardano verso Dio e partecipano con compassione alla richiesta di aiuto, desiderando che sia esaudita. |
| Ottava 75 E la Bontà ineffabile, ch’invano non fu pregata mai da cor fedele, 595leva gli occhi pietosi, e fa con mano cenno che venga a sé l’angel Michele. – Va (gli disse) all’esercito cristiano che dianzi in Picardia calò le vele, e al muro di Parigi l’appresenta 600sì, che ’l campo nimico non lo senta. | Dio volge uno sguardo benevolo ai fedeli e chiama l'arcangelo Michele. Gli ordina di andare presso l'esercito cristiano sbarcato in Piccardia e di condurlo vicino a Parigi senza che i Saraceni se ne accorgano. |
| Ottava 76 Truova prima il Silenzio, e da mia parte gli di’ che teco a questa impresa venga; ch’egli ben proveder con ottima arte saprà di quanto proveder convenga. 605Fornito questo, subito va in parte dove il suo seggio la Discordia tenga: dille che l’esca e il fucil seco prenda, e nel campo de’ Mori il fuoco accenda; | Prima di tutto Michele deve trovare il Silenzio, perché accompagni l'esercito e ne nasconda l'avanzata. Poi dovrà raggiungere la Discordia e mandarla nel campo dei Mori, affinché vi accenda rivalità e conflitti. |
| Ottava 77 e tra quei che vi son detti più forti 610sparga tante zizzanie e tante liti, che combattano insieme; ed altri morti, altri ne sieno presi, altri feriti, e fuor del campo altri lo sdegno porti sì che il lor re poco di lor s’aiti. – 615Non replica a tal detto altra parola il benedetto augel, ma dal ciel vola. | La Discordia dovrà far litigare i migliori guerrieri saraceni, provocando morti, feriti, prigionieri e diserzioni. In questo modo Agramante non potrà contare su di loro per assalire Parigi. Michele esegue subito l'ordine divino. |
| Ottava 78 Dovunque drizza Michel angel l’ale, fuggon le nubi, e torna il ciel sereno. Gli gira intorno un aureo cerchio, quale 620veggiàn di notte lampeggiar baleno. Seco pensa tra via, dove si cale il celeste corrier per fallir meno a trovar quel nimico di parole, a cui la prima commission far vuole. | Quando l'arcangelo vola, le nubi si aprono e il cielo risplende. Circondato da un'aureola luminosa, Michele riflette su dove cercare il Silenzio, che deve essere il primo suo alleato. |
| Ottava 79 625Vien scorrendo ov’egli abiti, ov’egli usi; e se accordaro infin tutti i pensieri, che de frati e de monachi rinchiusi lo può trovare in chiese e in monasteri, dove sono i parlari in modo esclusi, 630che ’l Silenzio, ove cantano i salteri, ove dormeno, ove hanno la piatanza, e finalmente è scritto in ogni stanza. | Michele pensa che il Silenzio viva fra monaci e religiosi, perché nei conventi è spesso prescritto di tacere durante la preghiera, il riposo e i pasti. Si dirige quindi verso un monastero. |
| Ottava 80 Credendo quivi ritrovarlo, mosse con maggior fretta le dorate penne; 635e di veder ch’ancor Pace vi fosse, Quiete e Carità, sicuro tenne. Ma da la opinion sua ritrovosse tosto ingannato, che nel chiostro venne: non è Silenzio quivi; e gli fu ditto 640che non v’abita più, fuor che in iscritto. | L'angelo si aspetta di trovare nel chiostro anche Pace, Quiete e Carità, ma si accorge subito del proprio errore. Gli viene detto che il Silenzio abita lì ormai soltanto nelle regole scritte. |
| Ottava 81 Né Pietà, né Quiete, né Umiltade, né quivi Amor, né quivi Pace mira. Ben vi fur già, ma ne l’antiqua etade; che le cacciar Gola, Avarizia ed Ira, 645Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade. Di tanta novità l’angel si ammira: andò guardando quella brutta schiera, e vide ch’anco la Discordia v’era. | Nel monastero non si vedono più Pietà, Umiltà, Pace e Amore: al loro posto dominano gola, avidità, ira, superbia, invidia, pigrizia e crudeltà. Michele si meraviglia e scopre fra loro anche la Discordia. |
| Ottava 82 Quella che gli avea detto il Padre eterno, 650dopo il Silenzio, che trovar dovesse. Pensato avea di far la via d’Averno, che si credea che tra’ dannati stesse; e ritrovolla in questo nuovo inferno (ch’il crederia?) tra santi uffici e messe. 655Par di strano a Michel ch’ella vi sia, che per trovar credea di far gran via. | La Discordia, che Dio gli aveva chiesto di trovare dopo il Silenzio, è dunque proprio in convento. Michele pensava di doverla cercare all'Inferno, ma la trova, con grande sorpresa, in un luogo consacrato. |
| Ottava 83 La conobbe al vestir di color cento, fatto a liste inequali ed infinite, ch’or la cuoprono or no; che i passi e ’l vento 660le giano aprendo, ch’erano sdrucite. I crini avea qual d’oro e qual d’argento, e neri e bigi, e aver pareano lite; altri in treccia, altri in nastro eran raccolti, molti alle spalle, alcuni al petto sciolti. | La Discordia indossa un abito di innumerevoli colori, fatto di strisce disuguali e lacerate; anche i capelli, di colori diversi e disposti senza ordine, sembrano litigare fra loro. Tutto nel suo aspetto esprime disunione. |
| Ottava 84 665Di citatorie piene e di libelli, d’esamine e di carte di procure avea le mani e il seno, e gran fastelli di chiose, di consigli e di letture; per cui le facultà de’ poverelli 670non sono mai ne le città sicure. Aveva dietro e dinanzi e d’ambi i lati, notai, procuratori ed avocati. | Porta con sé citazioni giudiziarie, ricorsi, procure, commenti legali e altri documenti che possono prosciugare i patrimoni dei poveri. È seguita da una folla di notai, procuratori e avvocati: Ariosto ironizza sui litigi alimentati dalle cause giudiziarie. |
| Ottava 85 La chiama a sé Michele, e le commanda che tra i più forti Saracini scenda, 675e cagion truovi, che con memoranda ruina insieme a guerreggiar gli accenda. Poi del Silenzio nuova le domanda: facilmente esser può ch’essa n’intenda, sì come quella ch’accendendo fochi 680di qua e di là, va per diversi lochi. | Michele le comanda di raggiungere il campo saraceno e scatenare contrasti fra i comandanti più forti. Le chiede poi dove trovare il Silenzio, supponendo che una figura abituata a muoversi ovunque sia informata sulla sua dimora. |
| Ottava 86 Rispose la Discordia: – Io non ho a mente in alcun loco averlo mai veduto: udito l’ho ben nominar sovente, e molto commendarlo per astuto. 685Ma la Fraude, una qui di nostra gente, che compagnia talvolta gli ha tenuto, penso che dir te ne saprà novella; – e verso una alzò il dito, e disse: – È quella. – | La Discordia dice di aver sentito parlare del Silenzio, ma di non ricordare di averlo mai incontrato. Indica invece la Frode, che qualche volta gli ha fatto compagnia e potrebbe conoscere il suo nascondiglio. |
| Ottava 87 Avea piacevol viso, abito onesto, 690un umil volger d’occhi, un andar grave, un parlar sì benigno e sì modesto, che parea Gabriel che dicesse: Ave. Era brutta e deforme in tutto il resto: ma nascondea queste fattezze prave 695con lungo abito e largo; e sotto quello, attosicato avea sempre il coltello. | La Frode si presenta con volto gentile, abiti decorosi, occhi umili e parole dolci, quasi fosse una creatura angelica. Sotto le vesti ampie, però, nasconde un corpo deforme e un coltello avvelenato: il suo aspetto innocente è un inganno. |
| Ottava 88 Domanda a costei l’angelo, che via debba tener, sì che ’l Silenzio truove. Disse la Fraude: – Già costui solia 700fra virtudi abitare, e non altrove, con Benedetto e con quelli d’Elia ne le badie, quando erano ancor nuove: fe’ ne le scuole assai de la sua vita al tempo di Pitagora e d’Archita. | Interrogata da Michele, la Frode racconta che un tempo il Silenzio abitava tra le virtù e i sapienti, con san Benedetto, i seguaci di Elia e i filosofi dell'antichità, quando la disciplina religiosa e intellettuale era ancora rigorosa. |
| Ottava 89 705Mancati quei filosofi e quei santi che lo solean tener pel camin ritto, dagli onesti costumi ch’avea inanti, fece alle sceleraggini tragitto. Cominciò andar la notte con gli amanti, 710indi coi ladri, e fare ogni delitto. Molto col Tradimento egli dimora: veduto l’ho con l’Omicidio ancora. | Dopo la scomparsa di quelle guide il Silenzio ha cambiato compagnie: frequenta amanti clandestini, ladri, traditori, assassini e altri criminali che hanno bisogno di agire senza essere scoperti. |
| Ottava 90 Con quei che falsan le monete ha usanza di ripararsi in qualche buca scura. 715Così spesso compagni muta e stanza, che ’l ritrovarlo ti saria ventura; ma pur ho d’insegnartelo speranza: se d’arrivare a mezza notte hai cura alla casa del Sonno, senza fallo 720potrai (che quivi dorme) ritrovallo. – | Il Silenzio si nasconde anche con falsari di monete e cambia spesso rifugio. La Frode suggerisce all'angelo di recarsi a mezzanotte nella casa del Sonno, dove dovrebbe riuscire a trovarlo addormentato. |
| Ottava 91 Ben che soglia la Fraude esser bugiarda, pur è tanto il suo dir simile al vero, che l’angelo le crede; indi non tarda a volarsene fuor del monastero. 725Tempra il batter de l’ale, e studia e guarda giungere in tempo al fin del suo sentiero, ch’alla casa del Sonno, che ben dove era sapea, questo Silenzio truove. | Sebbene sappia che la Frode mente per natura, Michele ritiene plausibile il racconto e lascia il monastero. Regola il proprio volo per arrivare al momento giusto alla dimora del Sonno, di cui conosce l'ubicazione. |
| Ottava 92 Giace in Arabia una valletta amena, 730lontana da cittadi e da villaggi, ch’all’ombra di duo monti è tutta piena d’antiqui abeti e di robusti faggi. Il sole indarno il chiaro dì vi mena; che non vi può mai penetrar coi raggi, 735sì gli è la via da folti rami tronca: e quivi entra sotterra una spelonca. | In Arabia si trova una valle isolata, lontana dalle abitazioni, racchiusa fra monti e coperta da una foresta di alberi così fitti da impedire ai raggi del sole di penetrare. Una grotta si apre sotto quella selva sempre buia. |
| Ottava 93 Sotto la negra selva una capace e spaziosa grotta entra nel sasso, di cui la fronte l’edera seguace 740tutta aggirando va con storto passo. In questo albergo il grave Sonno giace; l’Ozio da un canto corpulento e grasso, da l’altro la Pigrizia in terra siede, che non può andare, e mal reggersi in piede. | La grotta, ornata da edera, è la casa del Sonno. Accanto a lui stanno l'Ozio, grasso e pesante, e la Pigrizia, così debole da non riuscire quasi ad alzarsi: tutte figure che incarnano l'inattività. |
| Ottava 94 745Lo smemorato Oblio sta su la porta: non lascia entrar, né riconosce alcuno; non ascolta imbasciata, né riporta; e parimente tien cacciato ognuno. Il Silenzio va intorno, e fa la scorta: 750ha le scarpe di feltro, e ’l mantel bruno; ed a quanti n’incontra, di lontano, che non debban venir, cenna con mano. | Alla porta sta l'Oblio, incapace di ricordare chi arriva o di riferire messaggi. Il Silenzio gira intorno alla grotta con scarpe di feltro e mantello scuro, facendo cenni perché i visitatori non si avvicinino. |
| Ottava 95 Se gli accosta all’orecchio e pianamente l’angel gli dice: – Dio vuol che tu guidi 755a Parigi Rinaldo con la gente che per dar, mena, al suo signor sussidi: ma che lo facci tanto chetamente, ch’alcun de’ Saracin non oda i gridi; sì che più tosto che ritruovi il calle 760la Fama d’avisar, gli abbia alle spalle. – | Michele si accosta al Silenzio e gli comunica sottovoce l'ordine di Dio: deve accompagnare Rinaldo e i rinforzi inglesi fino a Parigi senza essere percepito dai Saraceni, così che i cristiani compaiano alle loro spalle prima che la notizia si diffonda. |
| Ottava 96 Altrimente il Silenzio non rispose, che col capo accennando che faria; e dietro ubidiente se gli pose; e furo al primo volo in Picardia. 765Michel mosse le squadre coraggiose, e fe’ lor breve un gran tratto di via; sì che in un dì a Parigi le condusse, né alcun s’avide che miracol fusse. | Il Silenzio accetta con un semplice cenno del capo e segue l'angelo. I due raggiungono rapidamente la Piccardia, dove Michele mette in marcia l'esercito e lo conduce a Parigi in un solo giorno, con una rapidità miracolosa. |
| Ottava 97 Discorreva il Silenzio, e tuttavolta, 770e dinanzi alle squadre e d’ogn’intorno facea girare un’alta nebbia in volta, ed avea chiaro ogn’altra parte il giorno; e non lasciava questa nebbia folta, che s’udisse di fuor tromba né corno: 775poi n’andò tra’ pagani, e menò seco un non so che, ch’ognun fe’ sordo e cieco. | Il Silenzio circonda i soldati di una nebbia che li nasconde e impedisce al suono di trombe e corni di diffondersi. Nel campo saraceno provoca inoltre una sorta di sordità e cecità, perché i nemici non si accorgano dell'avvicinamento. |
| Ottava 98 Mentre Rinaldo in tal fretta venìa, che ben parea da l’angelo condotto, e con silenzio tal, che non s’udia 780nel campo saracin farsene motto; il re Agramante avea la fanteria messo ne’ borghi di Parigi, e sotto le minacciate mura in su la fossa, per far quel dì l’estremo di sua possa. | Mentre Rinaldo arriva così in segreto, Agramante ha già portato la fanteria nei sobborghi di Parigi, fino ai fossati sotto le mura. Si prepara a dare il massimo sforzo nell'assalto decisivo alla città. |
| Ottava 99 785Chi può contar l’esercito che mosso questo dì contro Carlo ha ’l re Agramante, conterà ancora in su l’ombroso dosso del silvoso Apennin tutte le piante; dirà quante onde, quando è il mar più grosso, 790bagnano i piedi al mauritano Atlante; e per quanti occhi il ciel le furtive opre degli amatori a mezza notte scuopre. | L'esercito saraceno è tanto sterminato che contarne i soldati sarebbe impossibile come enumerare gli alberi degli Appennini, le onde dell'oceano o le stelle che osservano in segreto gli amanti durante la notte. |
| Ottava 100 Le campane si sentono a martello di spessi colpi e spaventosi tocche; 795si vede molto, in questo tempio e in quello, alzar di mano e dimenar di bocche. Se ’l tesoro paresse a Dio sì bello, come alle nostre openioni sciocche, questo era il dì che ’l santo consistoro 800fatto avria in terra ogni sua statua d’oro. | A Parigi le campane suonano a martello e i cittadini pregano in ogni chiesa. Ariosto osserva ironicamente che, se Dio apprezzasse l'oro quanto gli uomini, quel giorno le statue preziose offrirebbero un magnifico tributo per ottenere la sua protezione. |
| Ottava 101 S’odon ramaricare i vecchi giusti, che s’erano serbati in quelli affanni, e nominar felici i sacri busti composti in terra già molti e molt’anni. 805Ma gli animosi gioveni robusti che miran poco i lor propinqui danni, sprezzando le ragion de’ più maturi, di qua di là vanno correndo a’ muri. | I vecchi lamentano di essere sopravvissuti abbastanza da assistere a un simile pericolo e invidiano chi è già morto. I giovani, più coraggiosi e meno prudenti, ignorano i consigli degli anziani e corrono verso le mura. |
| Ottava 102 Quivi erano baroni e paladini, 810re, duci, cavallier, marchesi e conti, soldati forestieri e cittadini, per Cristo e pel suo onore a morir pronti; che per uscire adosso ai Saracini, pregan l’imperator ch’abbassi i ponti. 815Gode egli di veder l’animo audace, ma di lasciarli uscir non li compiace. | Nobili, cavalieri e soldati di ogni origine sono pronti a difendere Cristo e la città. Chiedono a Carlo di aprire i ponti levatoi per attaccare i Saraceni; l'imperatore apprezza il loro coraggio, ma non permette una sortita rischiosa. |
| Ottava 103 E li dispone in oportuni lochi, per impedire ai barbari la via: là si contenta che ne vadan pochi, 820qua non basta una grossa compagnia; alcuni han cura maneggiare i fuochi, le machine altri, ove bisogno sia. Carlo di qua di là non sta mai fermo: va soccorrendo, e fa per tutto schermo. | Carlo distribuisce invece i difensori nei punti strategici: alcuni maneggiano macchine da guerra, altri preparano il fuoco, altri presidiano i passaggi. L'imperatore percorre continuamente le fortificazioni per sostenere ogni settore minacciato. |
| Ottava 104 825Siede Parigi in una gran pianura, ne l’ombilico a Francia, anzi nel core; gli passa la riviera entro le mura, e corre, ed esce in altra parte fuore. Ma fa un’isola prima, e v’assicura 830de la città una parte, e la migliore; l’altre due (ch’in tre parti è la gran terra) di fuor la fossa, e dentro il fiume serra. | Parigi sorge nel cuore di una grande pianura francese. La Senna la attraversa, formando un'isola che contiene una parte importante della città; le altre due zone sono protette dal fiume e dai fossati. |
| Ottava 105 Alla città, che molte miglia gira, da molte parti si può dar battaglia: 835ma perché sol da un canto assalir mira, né volentier l’esercito sbarraglia, oltre il fiume Agramante si ritira verso ponente, acciò che quindi assaglia; però che né cittade né campagna 840ha dietro, se non sua, fin alla Spagna. | Le mura possono essere assalite da molti lati, ma Agramante vuole concentrare le forze su un solo settore. Si dispone a occidente, oltre il fiume, anche perché alle spalle ha territori controllati dagli alleati fino alla Spagna. |
| Ottava 106 Dovunque intorno il gran muro circonda, gran munizioni avea già Carlo fatte, fortificando d’argine ogni sponda con scannafossi dentro e case matte; 845onde entra ne la terra, onde esce l’onda, grossissime catene aveva tratte; ma fece, più ch’altrove, provedere là dove avea più causa di temere. | Carlo ha fortificato ogni lato della città con argini, fossati, opere difensive e grandi catene tese attraverso i passaggi della Senna. Ha predisposto le difese più robuste proprio nel punto che ritiene più esposto all'attacco. |
| Ottava 107 Con occhi d’Argo il figlio di Pipino 850previde ove assalir dovea Agramante; e non fece disegno il Saracino, a cui non fosse riparato inante. Con Ferraù, Isoliero, Serpentino, Grandonio, Falsirone e Balugante, 855e con ciò che di Spagna avea menato, restò Marsilio alla campagna armato. | L'imperatore, attento come il mitologico Argo dai cento occhi, ha previsto le mosse di Agramante e preparato le contromisure. Marsilio resta nella zona prescelta con Ferraù, Isoliero, Serpentino e molti altri comandanti spagnoli. |
| Ottava 108 Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna, con Pulian, con Dardinel d’Almonte, col re d’Oran, ch’esser gigante accenna, 860lungo sei braccia dai piedi alla fronte. Deh perché a muover men son io la penna, che quelle genti a muover l’arme pronte? che ’l re di Sarza, pien d’ira e di sdegno, grida e bestemmia e non può star più a segno. | Sul fianco sinistro, presso la Senna, Sobrino schiera i propri uomini insieme a Puliano, Dardinello e al gigantesco re di Orano. Il poeta accelera il racconto perché Rodomonte, impaziente e furioso, è già pronto a combattere. |
| Ottava 109 865Come assalire o vasi pastorali, o le dolci reliquie de’ convivi soglion con rauco suon di stridule ali le impronte mosche a’ caldi giorni estivi; come li storni a rosseggianti pali 870vanno de mature uve: così quivi, empiendo il ciel di grida e di rumori, veniano a dare il fiero assalto i Mori. | I Mori si riversano all'assalto facendo un rumore assordante, come sciami di mosche attratti dai resti di cibo in estate o stormi di uccelli che piombano sui grappoli d'uva matura. |
| Ottava 110 L’esercito cristian sopra le mura con lance, spade e scure e pietre e fuoco 875difende la città senza paura, e il barbarico orgoglio estima poco; e dove Morte uno ed un altro fura, non è chi per viltà ricusi il loco. Tornano i Saracin giù ne le fosse 880a furia di ferite e di percosse. | I cristiani difendono le mura con lance, spade, scuri, pietre e fuoco. Nonostante le perdite, nessuno abbandona il proprio posto per codardia; gli assalitori vengono ricacciati nei fossati tra colpi e ferite. |
| Ottava 111 Non ferro solamente vi s’adopra, ma grossi massi, e merli integri e saldi, e muri dispiccati con molt’opra, tetti di torri, e gran pezzi di spaldi. 885L’acque bollenti che vengon di sopra, portano a’ Mori insupportabil caldi; e male a questa pioggia si resiste, ch’entra per gli elmi, e fa acciecar le viste. | Dall'alto i difensori lanciano enormi pietre, parti dei merli e delle fortificazioni, oltre a getti d'acqua bollente. L'acqua penetra negli elmi dei Saraceni, provocando ustioni terribili e accecandoli. |
| Ottava 112 E questa più nocea che ’l ferro quasi: 890or che de’ far la nebbia di calcine? or che doveano far li ardenti vasi con olio e zolfo e peci e trementine? I cerchi in munizion non son rimasi, che d’ogn’intorno hanno di fiamma il crine: 895questi, scagliati per diverse bande, mettono a’ Saracini aspre ghirlande. | Ancora peggiori sono la calce, l'olio bollente, lo zolfo, la pece e le sostanze incendiarie lanciate dalle mura. Anche cerchi avvolti dalle fiamme diventano armi capaci di bruciare gli assalitori. |
| Ottava 113 Intanto il re di Sarza avea cacciato sotto le mura la schiera seconda, da Buraldo, da Ormida accompagnato, 900quel Garamante, e questo di Marmonda. Clarindo e Soridan gli sono allato, né par che ’l re di Setta si nasconda; segue il re di Marocco e quel di Cosca, ciascun perché il valor suo si conosca. | Rodomonte conduce contro le mura un nuovo reparto con Buraldo e Ormida. Lo affiancano Clarindo, Soridano e altri re africani, desiderosi di dare prova del proprio valore davanti all'esercito. |
| Ottava 114 905Ne la bandiera, ch’è tutta vermiglia, Rodomonte di Sarza il leon spiega, che la feroce bocca ad una briglia che gli pon la sua donna, aprir non niega. Al leon sé medesimo assimiglia; 910e per la donna che lo frena e lega, la bella Doralice ha figurata, figlia di Stordilan re di Granata: | La bandiera rossa di Rodomonte raffigura un leone domato da una briglia. Il guerriero paragona sé stesso al leone e identifica con la donna capace di frenarlo la bella Doralice, figlia del re di Granada. |
| Ottava 115 quella che tolto avea, come io narrava, re Mandricardo, e dissi dove e a cui. 915Era costei che Rodomonte amava più che’l suo regno e più che gli occhi sui; e cortesia e valor per lei mostrava, non già sapendo ch’era in forza altrui: se saputo l’avesse, allora allora 920fatto avria quel che fe’ quel giorno ancora. | Doralice è proprio la donna rapita poco prima da Mandricardo. Rodomonte, che la ama più del proprio regno e della propria vita, ignora ancora il rapimento; se lo sapesse, la sua furia sarebbe ancora maggiore. |
| Ottava 116 Sono appoggiate a un tempo mille scale, che non han men di dua per ogni grado. Spinge il secondo quel ch’inanzi sale; che ’l terzo lui montar fa suo mal grado. 925Chi per virtù, chi per paura vale: convien ch’ognun per forza entri nel guado; che qualunche s’adagia, il re d’Algiere, Rodomonte crudele, uccide o fere. | Contemporaneamente vengono appoggiate alle mura innumerevoli scale. I Saraceni si spingono l'un l'altro verso l'alto, per coraggio o per paura: Rodomonte colpisce chiunque esiti o tenti di arretrare. |
| Ottava 117 Ognun dunque si sforza di salire 930tra il fuoco e le ruine in su le mura. Ma tutti gli altri guardano, se aprire veggiano passo ove sia poca cura: sol Rodomonte sprezza di venire, se non dove la via meno è sicura. 935Dove nel caso disperato e rio gli altri fan voti, egli bestemmia Dio. | Mentre molti attaccanti cercano il punto meno difeso, Rodomonte sceglie deliberatamente quello più pericoloso. Dove i compagni invocano l'aiuto di Dio, egli bestemmia e affronta il rischio con rabbia sprezzante. |
| Ottava 118 Armato era d’un forte duro usbergo, che fu di drago una scagliosa pelle. Di questo già si cinse il petto e ’l tergo 940quello avol suo ch’edificò Babelle, e si pensò cacciar de l’aureo albergo, e torre a Dio il governo de le stelle: l’elmo e lo scudo fece far perfetto, e il brando insieme; e solo a questo effetto. | Rodomonte indossa una corazza ricavata dalla pelle di un drago, appartenuta in passato al suo antenato Nembrotte, il leggendario costruttore della torre di Babele che aveva osato sfidare il cielo. |
| Ottava 119 945Rodomonte non già men di Nembrotte indomito, superbo e furibondo, che d’ire al ciel non tarderebbe a notte, quando la strada si trovasse al mondo, quivi non sta a mirar s’intere o rotte 950sieno le mura, o s’abbia l’acqua fondo: passa la fossa, anzi la corre e vola, ne l’acqua e nel pantan fin alla gola. | Il re di Sarza è superbo e violento non meno di Nembrotte. Senza preoccuparsi delle difese né della profondità del fossato, si getta nell'acqua e nel fango fino alla gola per raggiungere le mura. |
| Ottava 120 Di fango brutto, e molle d’acqua vanne tra il foco e i sassi e gli archi e le balestre, 955come andar suol tra le palustri canne de la nostra Mallea porco silvestre, che col petto, col grifo e con le zanne fa, dovunque si volge, ample finestre. Con lo scudo alto il Saracin sicuro 960ne vien sprezzando il ciel, non che quel muro. | Sporco di fango, Rodomonte avanza tra pietre, frecce e fiamme come un cinghiale che apre un varco fra le canne. Tiene alto lo scudo e disprezza tanto le mura quanto ogni pericolo umano o divino. |
| Ottava 121 Non sì tosto all’asciutto è Rodomonte, che giunto si sentì su le bertresche, che dentro alla muraglia facean ponte capace e largo alle squadre francesche. 965Or si vede spezzar più d’una fronte, far chieriche maggior de le fratesche, braccia e capi volare; e ne la fossa cader da’ muri una fiumana rossa. | Appena raggiunge le piattaforme difensive delle mura, scatena un massacro: spezza teste, tronca membra e getta i corpi nel fossato, che si riempie del sangue dei difensori. |
| Ottava 122 Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende 970la crudel spada, e giunge il duca Arnolfo. Costui venìa di là dove discende l’acqua del Reno nel salato golfo. Quel miser contra lui non si difende meglio che faccia contra il fuoco il zolfo; 975e cade in terra, e dà l’ultimo crollo, dal capo fesso un palmo sotto il collo. | Rodomonte abbandona lo scudo e impugna la spada a due mani. Il primo a cadere è il duca Arnolfo, proveniente dalla regione in cui il Reno sfocia nel mare: il colpo lo uccide con una terribile ferita alla testa e al collo. |
| Ottava 123 Uccide di rovescio in una volta Anselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando: il luogo stretto e la gran turba folta 980fece girar sì pienamente il brando. Fu la prima metade a Fiandra tolta, l’altra scemata al populo normando. Divise appresso da la fronte al petto, ed indi al ventre, il maganzese Orghetto. | Con un solo movimento della spada uccide altri quattro guerrieri, approfittando della calca. Abbatte poi Orghetto di Maganza con un fendente che gli attraversa il corpo dall'alto verso il basso. |
| Ottava 124 985Getta da’ merli Andropono e Moschino giù ne la fossa: il primo è sacerdote; non adora il secondo altro che ’l vino, e le bigonce a un sorso n’ha già vuote. Come veneno e sangue viperino 990l’acque fuggia quanto fuggir si puote: or quivi muore; e quel che più l’annoia, è ’l sentir che nell’acqua se ne muoia. | Scaraventa nel fossato Andropono, un sacerdote, e Moschino, un uomo che preferisce il vino all'acqua. Moschino, che aveva sempre evitato l'acqua, trova una morte ironica proprio annegandovi. |
| Ottava 125 Tagliò in due parti il provenzal Luigi, e passò il petto al tolosano Arnaldo. 995Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi mandar lo spirto fuor col sangue caldo; e presso a questi, quattro da Parigi, Gualtiero, Satallone, Odo ed Ambaldo, ed altri molti: ed io non saprei come 1000di tutti nominar la patria e il nome. | Rodomonte continua a uccidere cavalieri provenienti da Provenza, Tolosa, Tours e Parigi. Ariosto ne elenca alcuni, ma osserva che i nomi e le patrie delle vittime sono così numerosi da non poter essere ricordati tutti. |
| Ottava 126 La turba dietro a Rodomonte presta le scale appoggia, e monta in più d’un loco. Quivi non fanno i Parigin più testa; che la prima difesa lor val poco. 1005San ben ch’agli nemici assai più resta dentro da fare, e non l’avran da gioco; perché tra il muro e l’argine secondo discende il fosso orribile e profondo. | Gli uomini di Rodomonte approfittano della breccia e salgono con le scale in più punti. I difensori abbandonano la prima linea, ma sanno che i nemici dovranno superare ancora un secondo argine separato dal primo da un fossato profondo. |
| Ottava 127 Oltra che i nostri facciano difesa 1010dal basso all’alto, e mostrino valore; nuova gente succede alla contesa sopra l’erta pendice interiore, che fa con lance e con saette offesa alla gran moltitudine di fuore, 1015che credo ben, che saria stata meno, se non v’era il figliuol del re Ulieno. | I cristiani combattono anche dal basso verso l'alto e nuovi reparti intervengono sul pendio interno, colpendo gli attaccanti con lance e frecce. La strage dei Saraceni sarebbe ancora maggiore senza l'impulso brutale di Rodomonte. |
| Ottava 128 Egli questi conforta, e quei riprende, e lor mal grado inanzi se gli caccia: ad altri il petto, ad altri il capo fende, 1020che per fuggir veggia voltar la faccia. Molti ne spinge ed urta; alcuni prende pei capelli, pel collo e per le braccia: e sozzopra là giù tanti ne getta, che quella fossa a capir tutti è stretta. | Rodomonte incita i suoi e ne punisce la paura, ferendo chi cerca di ritirarsi. Afferra altri soldati per capelli e braccia e li getta nel fossato, che non sembra più capace di contenerli tutti. |
| Ottava 129 1025Mentre lo stuol de’ barbari si cala, anzi trabocca al periglioso fondo, ed indi cerca per diversa scala di salir sopra l’argine secondo; il re di Sarza (come avesse un’ala 1030per ciascun de’ suoi membri) levò il pondo di sì gran corpo e con tant’arme indosso, e netto si lanciò di là dal fosso. | Mentre gli attaccanti scendono nel secondo fossato e cercano scale per risalire dall'altra parte, Rodomonte compie un salto straordinario e supera da solo l'ostacolo con tutte le armi addosso. |
| Ottava 130 Poco era men di trenta piedi, o tanto, ed egli il passò destro come un veltro, 1035e fece nel cader strepito, quanto avesse avuto sotto i piedi il feltro: ed a questo ed a quello affrappa il manto, come sien l’arme di tenero peltro, e non di ferro, anzi pur sien di scorza: 1040tal la sua spada, e tanta è la sua forza! | Il fossato è largo quasi trenta piedi, eppure Rodomonte lo attraversa con l'agilità di un cane da caccia. Appena atterra ricomincia a colpire: sotto la sua spada le armature sembrano morbide come corteccia o cuoio sottile. |
| Ottava 131 In questo tempo i nostri, da chi tese l’insidie son ne la cava profonda, che v’han scope e fascine in copia stese, intorno a quai di molta pece abonda 1045(né però alcuna si vede palese, ben che n’è piena l’una e l’altra sponda dal fondo cupo insino all’orlo quasi), e senza fin v’hanno appiattati vasi, | I cristiani hanno predisposto una trappola nel profondo fossato, riempiendolo di fascine, scope e materiali spalmati di pece. Le sostanze incendiarie sono nascoste lungo le pareti e in numerosi recipienti. |
| Ottava 132 qual con salnitro, qual con oglio, quale 1050con zolfo, qual con altra simil esca; i nostri in questo tempo, perché male ai Saracini il folle ardir riesca, ch’eran nel fosso, e per diverse scale credean montar su l’ultima bertresca; 1055udito il segno da oportuni lochi, di qua e di là fenno avampare i fochi. | Nei recipienti ci sono salnitro, olio, zolfo e altri combustibili. Quando molti Saraceni si trovano nel fossato tentando di salire alla seconda difesa, i cristiani ricevono il segnale e accendono il fuoco da più punti. |
| Ottava 133 Tornò la fiamma sparsa tutta in una, che tra una ripa e l’altra ha ’l tutto pieno; e tanto ascende in alto, ch’alla luna 1060può d’appresso asciugar l’umido seno. Sopra si volve oscura nebbia e bruna, che ’l sole adombra, e spegne ogni sereno. Sentesi un scoppio in un perpetuo suono, simile a un grande e spaventoso tuono. | Le fiamme si uniscono in un immenso incendio che riempie il fossato e sale altissimo. Il fumo oscura il sole e il fragore continuo somiglia a un tuono spaventoso. |
| Ottava 134 1065Aspro concento, orribile armonia d’alte querele, d’ululi e di strida de la misera gente che peria nel fondo per cagion de la sua guida, istranamente concordar s’udia 1070col fiero suon de la fiamma omicida. Non più, Signor, non più di questo canto; ch’io son già rauco e vo’ posarmi alquanto. | Le grida, i lamenti e gli urli dei Saraceni intrappolati nel rogo si confondono con il rumore del fuoco. Ariosto conclude il canto dicendo di essere ormai senza voce e di voler interrompere il racconto per riposarsi. |