L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto undicesimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Quantunque debil freno a mezzo il corso animoso destrier spesso raccolga, raro è però che di ragione il morso libidinosa furia a dietro volga, 5quando il piacere ha in pronto; a guisa d’orso che dal mel non sì tosto si distolga, poi che gli n’è venuto odore al naso, o qualche stilla ne gustò sul vaso. | Quando il desiderio è fortissimo, la ragione fatica a frenarlo, così come un cavallo in corsa resiste al morso. |
| Ottava 2 Qual ragion fia che ’l buon Ruggier raffrene, 10sì che non voglia ora pigliar diletto d’Angelica gentil che nuda tiene nel solitario e commodo boschetto? Di Bradamante più non gli soviene, che tanto aver solea fissa nel petto: 15e se gli ne sovien pur come prima, pazzo è se questa ancor non prezza e stima; | Ruggiero vuole approfittare della solitudine con Angelica, dimenticando persino Bradamante e gli impegni d'amore assunti verso di lei. |
| Ottava 3 con la qual non saria stato quel crudo Zenocrate di lui più continente. Gittato avea Ruggier l’asta e lo scudo, 20e si traea l’altre arme impaziente; quando abbassando pel bel corpo ignudo la donna gli occhi vergognosamente, si vide in dito il prezioso annello che già le tolse ad Albracca Brunello. | Mentre si toglie frettolosamente l'armatura, Angelica abbassa lo sguardo per vergogna e nota al proprio dito l'anello magico. |
| Ottava 4 25Questo è l’annel ch’ella portò già in Francia la prima volta che fe’ quel camino col fratel suo, che v’arrecò la lancia, la qual fu poi d’Astolfo paladino. Con questo fe’ gl’incanti uscire in ciancia 30di Malagigi al petron di Merlino; con questo Orlando ed altri una matina tolse di servitù di Dragontina; | È l'anello che un tempo usò in Francia per sconfiggere gli incantesimi di Malagigi e liberare Orlando da Dragontina. |
| Ottava 5 con questo uscì invisibil de la torre dove l’avea richiusa un vecchio rio. 35A che voglio io tutte sue prove accorre, se le sapete voi così come io? Brunel sin nel giron lel venne a torre; ch’Agramante d’averlo ebbe disio. Da indi in qua sempre Fortuna a sdegno 40ebbe costei, fin che le tolse il regno. | L'anello l'aveva aiutata altre volte a rendersi invisibile, prima che Brunello glielo sottraesse per conto di Agramante. |
| Ottava 6 Or che sel vede, come ho detto, in mano, sì di stupore e d’allegrezza è piena, che quasi dubbia di sognarsi invano, agli occhi, alla man sua dà fede a pena. 45Del dito se lo leva, e a mano a mano sel chiude in bocca: e in men che non balena, così dagli occhi di Ruggier si cela, come fa il sol quando la nube il vela. | Angelica, sorpresa e felice di averlo recuperato, lo toglie dal dito e se lo mette in bocca, scomparendo immediatamente alla vista di Ruggiero. |
| Ottava 7 Ruggier pur d’ogn’intorno riguardava, 50e s’aggirava a cerco come un matto; ma poi che de l’annel si ricordava, scornato vi rimase e stupefatto: e la sua inavvertenza bestemiava, e la donna accusava di quello atto 55ingrato e discortese, che renduto in ricompensa gli era del suo aiuto. | Il cavaliere la cerca invano, poi ricorda il potere dell'anello e si vergogna della propria imprudenza, accusandola di ingratitudine. |
| Ottava 8 – Ingrata damigella, è questo quello guiderdone (dicea), che tu mi rendi? che più tosto involar vogli l’annello, 60ch’averlo in don? Perché da me nol prendi? Non pur quel, ma lo scudo e il destrier snello e me ti dono, e come vuoi mi spendi; sol che ’l bel viso tuo non mi nascondi. Io so, crudel, che m’odi, e non rispondi. – | Ruggiero le grida che le avrebbe regalato volentieri l'anello, le armi, il cavallo e perfino se stesso, purché lei non si nascondesse. |
| Ottava 9 65Così dicendo, intorno alla fontana brancolando n’andava come cieco. Oh quante volte abbracciò l’aria vana, sperando la donzella abbracciar seco! Quella, che s’era già fatta lontana, 70mai non cessò d’andar, che giunse a un speco che sotto un monte era capace e grande, dove al bisogno suo trovò vivande. | Cerca Angelica a tentoni attorno alla fontana, ma la giovane è già fuggita e ha raggiunto una grotta dove trova cibo. |
| Ottava 10 Quivi un vecchio pastor, che di cavalle un grande armento avea, facea soggiorno. 75Le iumente pascean giù per la valle le tenere erbe ai freschi rivi intorno. Di qua di là da l’antro erano stalle, dove fuggìano il sol del mezzo giorno. Angelica quel dì lunga dimora 80là dentro fece, e non fu vista ancora. | Nella caverna vive un vecchio allevatore di cavalle; Angelica vi rimane nascosta per tutto il giorno. |
| Ottava 11 E circa il vespro, poi che rifrescossi, e le fu aviso esser posata assai, in certi drappi rozzi aviluppossi, dissimil troppo ai portamenti gai, 85che verdi, gialli, persi, azzurri e rossi ebbe, e di quante fogge furon mai. Non le può tor però tanto umil gonna, che bella non rassembri e nobil donna. | Verso sera si veste con indumenti poveri e rozzi, ma neppure quelli riescono a nascondere la sua bellezza nobile. |
| Ottava 12 Taccia chi loda Fillide, o Neera, 90o Amarilli, o Galatea fugace; che d’esse alcuna sì bella non era, Titiro e Melibeo, con vostra pace. La bella donna tra’ fuor de la schiera de le iumente una che più le piace. 95Allora allora se le fece inante un pensier di tornarsene in Levante. | Il poeta la ritiene più bella delle famose pastorelle della poesia antica. Angelica sceglie una cavalla e decide di tornare in Oriente. |
| Ottava 13 Ruggiero intanto, poi ch’ebbe gran pezzo indarno atteso s’ella si scopriva, e che s’avide del suo error da sezzo, 100che non era vicina e non l’udiva; dove lasciato avea il cavallo, avezzo in cielo e in terra, a rimontar veniva: e ritrovò che s’avea tratto il morso, e salia in aria a più libero corso. | Ruggiero, dopo averla cercata a lungo, torna dall'ippogrifo ma scopre che, liberatosi dal morso, è volato via. |
| Ottava 14 105Fu grave e mala aggiunta all’altro danno vedersi anco restar senza l’augello. Questo, non men che ’l feminile inganno, gli preme al cor; ma più che questo e quello, gli preme e fa sentir noioso affanno 110l’aver perduto il prezioso annello; per le virtù non tanto ch’in lui sono, quanto che fu de la sua donna dono. | Alla perdita di Angelica e dell'animale si aggiunge il dolore per l'anello perduto, tanto più prezioso perché dono di Bradamante. |
| Ottava 15 Oltremodo dolente si ripose indosso l’arme, e lo scudo alle spalle; 115dal mar slungossi, e per le piaggie erbose prese il camin verso una larga valle, dove per mezzo all’alte selve ombrose vide il più largo e ’l più segnato calle. Non molto va, ch’a destra, ove più folta 120è quella selva, un gran strepito ascolta. | Ruggiero indossa nuovamente le armi e si allontana dalla costa, entrando in una valle boscosa dove sente un violento fragore. |
| Ottava 16 Strepito ascolta e spaventevol suono d’arme percosse insieme; onde s’affretta tra pianta e pianta, e trova dui, che sono a gran battaglia in poca piazza e stretta. 125Non s’hanno alcun riguardo né perdono, per far, non so di che, dura vendetta. L’uno è gigante, alla sembianza fiero; ardito l’altro e franco cavalliero. | Tra gli alberi vede un gigante combattere contro un cavaliere in uno spazio ristretto, senza tregua né pietà. |
| Ottava 17 E questo con lo scudo e con la spada, 130di qua di là saltando, si difende, perché la mazza sopra non gli cada, con che il gigante a due man sempre offende. Giace morto il cavallo in su la strada. Ruggier si ferma, e alla battaglia attende; 135e tosto inchina l’animo, e disia che vincitore il cavallier ne sia. | Il gigante tenta di colpire con una mazza; il cavaliere si difende con lo scudo e la spada, mentre il suo cavallo giace morto. |
| Ottava 18 Non che per questo gli dia alcun aiuto; ma si tira da parte, e sta a vedere. Ecco col baston grave il più membruto 140sopra l’elmo a due man del minor fere. De la percossa è il cavallier caduto: l’altro, che ’l vide attonito giacere, per dargli morte l’elmo gli dislaccia; e fa sì che Ruggier lo vede in faccia. | Il gigante abbatte l'avversario e gli slaccia l'elmo per ucciderlo; in quel momento Ruggiero ne vede il volto. |
| Ottava 19 145Vede Ruggier de la sua dolce e bella e carissima donna Bradamante scoperto il viso; e lei vede esser quella a cui dar morte vuol l’empio gigante: sì che a battaglia subito l’appella, 150e con la spada nuda si fa inante: na quel, che nuova pugna non attende, la donna tramortita in braccio prende; | Ruggiero riconosce Bradamante e sfida subito il gigante, che però afferra la donna svenuta e scappa. |
| Ottava 20 e se l’arreca in spalla, e via la porta, come lupo talor piccolo agnello, 155o l’aquila portar ne l’ugna torta suole o colombo o simile altro augello. Vede Ruggier quanto il suo aiuto importa, e vien correndo a più poter; ma quello con tanta fretta i lunghi passi mena, 160che con gli occhi Ruggier lo segue a pena. | Il gigante porta via Bradamante sulle spalle con tale velocità che Ruggiero fatica perfino a seguirlo con lo sguardo. |
| Ottava 21 Così correndo l’uno, e seguitando l’altro, per un sentiero ombroso e fosco, che sempre si venìa più dilatando, in un gran prato uscir fuor di quel bosco. 165Non più di questo; ch’io ritorno a Orlando, che ’l fulgur che portò già il re Cimosco, avea gittato in mar nel maggior fondo, acciò mai più non si trovasse al mondo. | L'inseguimento continua lungo un sentiero fino a una grande prateria; il poeta sospende la scena e torna a Orlando. |
| Ottava 22 Ma poco ci giovò: che ’l nimico empio 170de l’umana natura, il qual del telo fu l’inventor, ch’ebbe da quel l’esempio, ch’apre le nubi e in terra vien dal cielo; con quasi non minor di quello scempio che ci diè quando Eva ingannò col melo, 175lo fece ritrovar da un negromante, al tempo de’ nostri avi, o poco inante. | Nonostante Orlando avesse gettato in mare il fucile di Cimosco, il narratore afferma che il demonio fece riscoprire l'arma molti anni dopo. |
| Ottava 23 La machina infernal, di più di cento passi d’acqua ove stè ascosa molt’anni, al sommo tratta per incantamento, 180prima portata fu tra gli Alamanni; li quali uno ed un altro esperimento facendone, e il demonio a’ nostri danni assuttigliando lor via più la mente, ne ritrovaro l’uso finalmente. | Un negromante recuperò il congegno dalle profondità del mare; i Tedeschi lo perfezionarono, guidati dalla malizia del demonio. |
| Ottava 24 185Italia e Francia e tutte l’altre bande del mondo han poi la crudele arte appresa. Alcuno il bronzo in cave forme spande, che liquefatto ha la fornace accesa; bùgia altri il ferro; e chi picciol, chi grande 190il vaso forma, che più e meno pesa: e qual bombarda e qual nomina scoppio, qual semplice cannon, qual cannon doppio; | La tecnica delle armi da fuoco si diffuse poi in Italia, Francia e nel resto del mondo, con cannoni di bronzo e armi di ferro. |
| Ottava 25 qual sagra, qual falcon, qual colubrina sento nomar, come al suo autor più agrada; 195che ’l ferro spezza, e i marmi apre e ruina, e ovunque passa si fa dar la strada. Rendi, miser soldato, alla fucina per tutte l’arme c’hai, fin alla spada; e in spalla un scoppio o un arcobugio prendi; 200che senza, io so, non toccherai stipendi. | Le armi assunsero nomi e dimensioni diversi, come bombarde, falconetti e colubrine, rendendo poco utili corazze e spade tradizionali. |
| Ottava 26 Come trovasti, o scelerata e brutta invenzion, mai loco in uman core? Per te la militar gloria è distrutta, per te il mestier de l’arme è senza onore; 205per te è il valore e la virtù ridutta, che spesso par del buono il rio migliore: non più la gagliardia, non più l’ardire per te può in campo al paragon venire. | Il poeta maledice l'invenzione perché distrugge la gloria cavalleresca e permette ai codardi di sopraffare i coraggiosi. |
| Ottava 27 Per te son giti ed anderan sotterra 210tanti signori e cavallieri tanti, prima che sia finita questa guerra, che ’l mondo, ma più Italia ha messo in pianti; che s’io v’ho detto, il detto mio non erra, che ben fu il più crudele e il più di quanti 215mai furo al mondo ingegni empi e maligni, ch’imaginò sì abominosi ordigni. | Accusa i nuovi strumenti di aver causato e di causare innumerevoli morti, soprattutto nelle guerre che devastano l'Italia. |
| Ottava 28 E crederò che Dio, perché vendetta ne sia in eterno, nel profondo chiuda del cieco abisso quella maladetta 220anima, appresso al maladetto Giuda. Ma seguitiamo il cavallier ch’in fretta brama trovarsi all’isola d’Ebuda, dove le belle donne e delicate son per vivanda a un marin mostro date. | Augura all'inventore una condanna eterna accanto a Giuda, poi riprende il racconto di Orlando diretto a Ebuda. |
| Ottava 29 225Ma quanto avea più fretta il paladino, tanto parea che men l’avesse il vento. Spiri o dal lato destro o dal mancino, o ne le poppe, sempre è così lento, che si può far con lui poco camino; 230e rimanea talvolta in tutto spento: soffia talor sì averso, che gli è forza o di tornare, o d’ir girando all’orza. | La nave di Orlando avanza lentissima per venti deboli o contrari e spesso deve cambiare rotta. |
| Ottava 30 Fu volontà di Dio che non venisse prima che ’l re d’Ibernia in quella parte, 235acciò con più facilità seguisse quel ch’udir vi farò fra poche carte. Sopra l’isola sorti, Orlando disse al suo nochiero: – Or qui potrai fermarte, e ’l battel darmi; che portar mi voglio 240senz’altra compagnia sopra lo scoglio. | Il ritardo permette al re d'Irlanda di giungere sull'isola. Orlando, arrivato al largo, chiede una piccola barca per affrontare il mostro da solo. |
| Ottava 31 E voglio la maggior gomona meco, e l’ancora maggior ch’abbi sul legno: io ti farò veder perché l’arreco, se con quel mostro ad affrontar mi vegno. – 245Gittar fe’ in mare il palischermo seco, con tutto quel ch’era atto al suo disegno. Tutte l’arme lasciò, fuor che la spada; e vêr lo scoglio, sol, prese la strada. | Prende la corda e l'ancora più grandi della nave, lascia l'armatura e tiene con sé soltanto Durindana. |
| Ottava 32 Si tira i remi al petto, e tien le spalle 250volte alla parte ove discender vuole; a guisa che del mare o de la valle uscendo al lito, il salso granchio suole. Era ne l’ora che le chiome gialle la bella Aurora avea spiegate al Sole, 255mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso, non senza sdegno di Titon geloso. | All'alba rema verso lo scoglio, avanzando con la schiena rivolta alla direzione di marcia. |
| Ottava 33 Fattosi appresso al nudo scoglio, quanto potria gagliarda man gittare un sasso, gli pare udire e non udire un pianto; 260sì all’orecchie gli vien debole e lasso. Tutto si volta sul sinistro canto; e posto gli occhi appresso all’onde al basso, vede una donna, nuda come nacque, legata a un tronco; e i piè le bagnan l’acque. | Vicino alla roccia sente un debole pianto e vede una donna nuda, legata, con i piedi sfiorati dall'acqua. |
| Ottava 34 265Perché gli è ancor lontana, e perché china la faccia tien, non ben chi sia discerne. Tira in fretta ambi i remi, e s’avicina con gran disio di plù notizia averne. Ma muggiar sente in questo la marina, 270e rimbombar le selve e le caverne: gonfiansi l’onde; ed ecco il mostro appare, che sotto il petto ha quasi ascoso il mare. | Non ne riconosce il volto, ma si avvicina; all'improvviso il mare si agita e compare il mostro gigantesco. |
| Ottava 35 Come d’oscura valle umida ascende nube di pioggia e di tempesta pregna, 275che più che cieca notte si distende per tutto ’l mondo, e par che ’l giorno spegna; così nuota la fera, e del mar prende tanto, che si può dir che tutto il tegna: fremono l’onde. Orlando in sé raccolto, 280la mira altier, né cangia cor né volto. | L'orca avanza oscurando le acque come una nube di tempesta, ma Orlando resta calmo e deciso. |
| Ottava 36 E come quel ch’avea il pensier ben fermo di quanto volea far, si mosse ratto; e perché alla donzella essere schermo, e la fera assalir potesse a un tratto, 285entrò fra l’orca e lei col palischermo, nel fodero lasciando il brando piatto: l’ancora con la gomona in man prese; poi con gran cor l’orribil mostro attese. | Conduce la barca fra il mostro e la ragazza e prepara l'ancora con la corda, deciso ad attaccare. |
| Ottava 37 Tosto che l’orca s’accostò, e scoperse 290nel schifo Orlando con poco intervallo, per ingiottirlo tanta bocca aperse, ch’entrato un uomo vi saria a cavallo. Si spinse Orlando inanzi, e se gl’immerse con quella ancora in gola, e s’io non fallo, 295col battello anco; e l’ancora attaccolle e nel palato e ne la lingua molle: | Quando l'orca apre la bocca per inghiottirlo, Orlando la spinge fra le fauci e conficca l'ancora tra lingua e palato. |
| Ottava 38 sì che né più si puon calar di sopra, né alzar di sotto le mascelle orrende. Così chi ne le mine il ferro adopra, 300la terra, ovunque si fa via, suspende, che subita ruina non lo cuopra, mentre malcauto al suo lavoro intende. Da un amo all’altro l’ancora è tanto alta, che non v’arriva Orlando, se non salta. | L'ancora tiene aperta l'enorme bocca, come un sostegno che impedisce a una galleria sotterranea di crollare. |
| Ottava 39 305Messo il puntello, e fattosi sicuro che ’l mostro più serrar non può la bocca, stringe la spada, e per quel antro oscuro di qua e di là con tagli e punte tocca. Come si può, poi che son dentro al muro 310giunti i nimici, ben difender rocca; così difender l’orca si potea dal paladin che ne la gola avea. | Orlando entra nelle fauci e colpisce l'animale con la spada, approfittando del fatto che non può richiudere le mascelle. |
| Ottava 40 Dal dolor vinta, or sopra il mar si lancia, e mostra i fianchi e le scagliose schene; 315or dentro vi s’attuffa, e con la pancia muove dal fondo e fa salir l’arene. Sentendo l’acqua il cavallier di Francia, che troppo abonda, a nuoto fuor ne viene: lascia l’ancora fitta, e in mano prende 320la fune che da l’ancora depende. | L'orca si dibatte, si tuffa e solleva il fondo marino; Orlando nuota fuori e prende la corda fissata all'ancora. |
| Ottava 41 E con quella ne vien nuotando in fretta verso lo scoglio; ove fermato il piede, tira l’ancora a sé, ch’in bocca stretta con le due punte il brutto mostro fiede. 325L’orca a seguire il canape è costretta da quella forza ch’ogni forza eccede, da quella forza che più in una scossa tira, ch’in dieci un argano far possa. | Raggiunge lo scoglio e tira con forza sovrumana la corda, trascinando il mostro verso la riva. |
| Ottava 42 Come toro selvatico ch’al corno 330gittar si senta un improvviso laccio, salta di qua di là, s’aggira intorno, si colca e lieva, e non può uscir d’impaccio; così fuor del suo antico almo soggiorno l’orca tratta per forza di quel braccio, 335con mille guizzi e mille strane ruote segue la fune, e scior non se ne puote. | L'orca si agita come un toro preso al laccio, ma non riesce a liberarsi dall'ancora che la ferisce. |
| Ottava 43 Di bocca il sangue in tanta copia fonde, che questo oggi il mar Rosso si può dire, dove in tal guisa ella percuote l’onde, 340ch’insino al fondo le vedreste aprire; ed or ne bagna il cielo, e il lume asconde del chiaro sol: tanto le fa salire. Rimbombano al rumor ch’intorno s’ode, le selve, i monti e le lontane prode. | Perde così tanto sangue e solleva onde tanto alte da tingere il mare di rosso e coprire il sole con gli spruzzi. |
| Ottava 44 345Fuor de la grotta il vecchio Proteo, quando ode tanto rumor, sopra il mare esce; e visto entrare e uscir de l’orca Orlando, e al lito trar sì smisurato pesce, fugge per l’alto oceano, obliando 350lo sparso gregge: e sì il tumulto cresce, che fatto al carro i suoi delfini porre, quel dì Nettuno in Etiopia corre. | Proteo stesso fugge terrorizzato alla vista del mostro trascinato a riva; perfino Nettuno e le divinità marine si allontanano. |
| Ottava 45 Con Melicerta in collo Ino piangendo, e le Nereide coi capelli sparsi, 355Glauci e Tritoni, e gli altri, non sappiendo dove, chi qua chi là van per salvarsi. Orlando al lito trasse il pesce orrendo, col qual non bisognò più affaticarsi; che pel travaglio e per l’avuta pena, 360prima morì, che fosse in su l’arena. | Anche le altre creature del mare fuggono; l'orca muore per le ferite e lo sforzo prima ancora di toccare la spiaggia. |
| Ottava 46 De l’isola non pochi erano corsi a riguardar quella battaglia strana; i quai da vana religion rimorsi, così sant’opra riputar profana: 365e dicean che sarebbe un nuovo torsi Proteo nimico, e attizzar l’ira insana, da farli porre il marin gregge in terra, e tutta rinovar l’antica guerra; | Gli abitanti di Ebuda, prigionieri delle loro superstizioni, considerano sacrilego aver ucciso il mostro e temono una nuova vendetta di Proteo. |
| Ottava 47 e che meglio sarà di chieder pace 370prima all’offeso dio, che peggio accada; e questo si farà, quando l’audace gittato in mare a placar Proteo vada. Come dà fuoco l’una a l’altra face, e tosto alluma tutta una contrada, 375così d’un cor ne l’altro si difonde l’ira ch’Orlando vuol gittar ne l’onde. | Decidono di placare il dio gettando Orlando in mare e l'odio si diffonde rapidamente tra la popolazione. |
| Ottava 48 Chi d’una fromba e chi d’un arco armato, chi d’asta, chi di spada, al lito scende; e dinanzi e di dietro e d’ogni lato, 380lontano e appresso, a più poter l’offende. Di sì bestiale insulto e troppo ingrato gran meraviglia il paladin si prende: pel mostro ucciso ingiuria far si vede, dove aver ne sperò gloria e mercede. | Gli isolani attaccano il paladino con frecce, sassi e armi, sorprendendolo per l'ingratitudine dopo la liberazione dal mostro. |
| Ottava 49 385Ma come l’orso suol, che per le fiere menato sia da Rusci o da Lituani, passando per la via, poco temere l’importuno abbaiar di picciol cani, che pur non se li degna di vedere; 390così poco temea di quei villani il paladin, che con un soffio solo ne potrà fracassar tutto lo stuolo. | Orlando li disprezza come un orso disprezzerebbe l'abbaiare di piccoli cani: sa che non possono metterlo in pericolo. |
| Ottava 50 E ben si fece far subito piazza che lor si volse, e Durindana prese. 395S’avea creduto quella gente pazza che le dovesse far poche contese, quando né indosso gli vedea corazza, né scudo in braccio, né alcun altro arnese; ma non sapea che dal capo alle piante 400dura la pelle avea più che diamante. | Quando sguaina Durindana, gli aggressori scoprono che la sua pelle è più dura del diamante, anche senza armatura. |
| Ottava 51 Quel che d’Orlando agli altri far non lece, di far degli altri a lui già non è tolto. Trenta n’uccise, e furo in tutto diece botte, o se più, non le passò di molto. 405Tosto intorno sgombrar l’arena fece; e per slegar la donna era già volto, quando nuovo tumulto e nuovo grido fe’ risuonar da un’altra parte il lido. | Con pochi colpi ne uccide trenta e sgombra la riva; sta per liberare la giovane quando sente nuovi rumori di battaglia. |
| Ottava 52 Mentre avea il paladin da questa banda 410così tenuto i barbari impediti, eran senza contrasto quei d’Irlanda da più parte ne l’isola saliti; e spenta ogni pietà, strage nefanda di quel popul facean per tutti i liti: 415fosse iustizia, o fosse crudeltade, né sesso riguardavano né etade. | Nel frattempo i soldati irlandesi sono sbarcati da ogni parte dell'isola e massacrano indiscriminatamente gli abitanti. |
| Ottava 53 Nessun ripar fan gl’isolani, o poco; parte, ch’accolti son troppo improviso, parte, che poca gente ha il picciol loco, 420e quella poca è di nessun aviso. L’aver fu messo a sacco; messo fuoco fu ne le case: il populo fu ucciso: le mura fur tutte adeguate al suolo: non fu lasciato vivo un capo solo. | Colti di sorpresa e male organizzati, gli isolani non resistono: città, case e fortificazioni vengono distrutte. |
| Ottava 54 425Orlando, come gli appertenga nulla l’alto rumor, le strida e la ruina, viene a colei che su la pietra brulla avea da divorar l’orca marina. Guarda, e gli par conoscer la fanciulla; 430e più gli pare, e più che s’avicina: gli pare Olimpia: ed era Olimpia certo, che di sua fede ebbe sì iniquo merto. | Orlando si avvicina alla prigioniera e la riconosce: è Olimpia, che ha subito un'altra sventura dopo il tradimento di Bireno. |
| Ottava 55 Misera Olimpia! a cui dopo lo scorno che gli fe’ Amore, anco Fortuna cruda 435mandò i corsari (e fu il medesmo giorno), che la portaro all’isola d’Ebuda. Riconosce ella Orlando nel ritorno che fa allo scoglio: ma perch’ella è nuda, tien basso il capo; e non che non gli parli, 440ma gli occhi non ardisce al viso alzarli. | I pirati l'avevano rapita sulla spiaggia deserta il giorno stesso dell'abbandono; Olimpia riconosce Orlando ma abbassa lo sguardo per vergogna. |
| Ottava 56 Orlando domandò ch’iniqua sorte l’avesse fatta all’isola venire di là dove lasciata col consorte lieta l’avea, quanto si può più dire. 445– Non so (disse ella) s’io v’ho, che la morte voi mi schivaste, grazie a riferire, o da dolermi che per voi non sia oggi finita la miseria mia. | Orlando chiede come sia finita a Ebuda. Olimpia risponde che non sa se ringraziarlo della salvezza, perché desiderava comunque morire. |
| Ottava 57 Io v’ho da ringraziar ch’una maniera 450di morir mi schivaste troppo enorme; che troppo saria enorme, se la fera nel brutto ventre avesse avuto a porme. Ma già non vi ringrazio ch’io non pera; che morte sol può di miseria torme: 455ben vi ringrazierò, se da voi darmi quella vedrò, che d’ogni duol può trarmi. – | Ringrazia di non essere finita nel ventre del mostro, ma afferma che soltanto la morte potrebbe ormai liberarla dalla sofferenza. |
| Ottava 58 Poi con gran pianto seguitò, dicendo come lo sposo suo l’avea tradita; che la lasciò su l’isola dormendo, 460donde ella poi fu dai corsar rapita. E mentre ella parlava, rivolgendo s’andava in quella guisa che scolpita o dipinta è Diana ne la fonte, che getta l’acqua ad Ateone in fronte; | Piangendo racconta di essere stata abbandonata da Bireno mentre dormiva e poi rapita dai corsari; cerca intanto di nascondere il corpo. |
| Ottava 59 465che, quanto può, nasconde il petto e ’l ventre, più liberal dei fianchi e de le rene. Brama Orlando ch’in porto il suo legno entre; che lei, che sciolta avea da le catene, vorria coprir d’alcuna veste. Or mentre 470ch’a questo è intento, Oberto sopraviene, Oberto il re d’Ibernia, ch’avea inteso che ’l marin mostro era sul lito steso; | Orlando vorrebbe trovare vestiti per coprirla. Intanto arriva Oberto, re d'Irlanda, incuriosito dalla notizia del mostro ucciso. |
| Ottava 60 E che nuotando un cavallier era ito a porgli in gola un’ancora assai grave; 475e che l’avea così tirato al lito, come si suol tirar contr’acqua nave. Oberto, per veder se riferito colui da chi l’ha inteso, il vero gli have, se ne vien quivi; e la sua gente intanto 480arde e distrugge Ebuda in ogni canto. | Oberto ha saputo che un guerriero ha conficcato un'ancora nella bocca dell'orca e l'ha trascinata a riva; vuole conoscere l'eroe. |
| Ottava 61 Il re d’Ibernia, ancor che fosse Orlando, di sangue tinto, e d’acqua molle e brutto, brutto del sangue che si trasse quando uscì de l’orca in ch’era entrato tutto, 485pel conte l’andò pur raffigurando; tanto più che ne l’animo avea indutto, tosto che del valor sentì la nuova, ch’altri ch’Orlando non faria tal pruova. | Nonostante Orlando sia bagnato e sporco di sangue, Oberto lo riconosce, perché soltanto lui può aver compiuto un'impresa simile. |
| Ottava 62 Lo conoscea, perch’era stato infante 490d’onore in Francia, e se n’era partito per pigliar la corona, l’anno inante, del padre suo ch’era di vita uscito. Tante volte veduto, e tante e tante gli avea parlato, ch’era in infinito. 495Lo corse ad abbracciare e a fargli festa, trattasi la celata ch’avea in testa. | Oberto aveva conosciuto Orlando alla corte francese, prima di succedere al padre sul trono irlandese; lo abbraccia con gioia. |
| Ottava 63 Non meno Orlando di veder contento si mostrò il re, che ’l re di veder lui. Poi che furo a iterar l’abbracciamento 500una o due volte tornati amendui, narrò ad Oberto Orlando il tradimento che fu fatto alla giovane, e da cui fatto le fu; dal perfido Bireno, che via d’ogn’altro lo dovea far meno. | Orlando è felice di rivederlo e gli racconta il tradimento compiuto da Bireno ai danni di Olimpia. |
| Ottava 64 505Le prove gli narrò, che tante volte ella d’amarlo dimostrato avea: come i parenti e le sustanze tolte le furo, e al fin per lui morir volea; e ch’esso testimonio era di molte, 510e renderne buon conto ne potea. Mentre parlava, i begli occhi sereni de la donna di lagrime eran pieni. | Spiega quante prove d'amore e sacrifici Olimpia abbia sopportato per il marito, parlando mentre la donna piange. |
| Ottava 65 Era il bel viso suo, quale esser suole da primavera alcuna volta il cielo, 515quando la pioggia cade, e a un tempo il sole si sgombra intorno il nubiloso velo. E come il rosignuol dolci carole mena nei rami alor del verde stelo, così alle belle lagrime le piume 520si bagna Amore, e gode al chiaro lume. | Le lacrime fanno brillare il volto di Olimpia come un cielo primaverile dove sole e pioggia si alternano. |
| Ottava 66 E ne la face de’ begli occhi accende l’aurato strale, e nel ruscello amorza, che tra vermigli e bianchi fiori scende: e temprato che l’ha, tira di forza 525contra il garzon, che né scudo difende, né maglia doppia, né ferrigna scorza; che mentre sta a mirar gli occhi e le chiome, si sente il cor ferito, e non sa come. | Oberto, colpito dalla bellezza della giovane, se ne innamora profondamente senza che armature o prudenza possano difenderlo. |
| Ottava 67 Le bellezze d’Olimpia eran di quelle 530che son più rare: e non la fronte sola, gli occhi e le guance e le chiome avea belle, la bocca, il naso, gli omeri e la gola; ma discendendo giù da le mammelle, le parti che solea coprir la stola, 535fur di tanta eccellenza, ch’anteporse a quante n’avea il mondo potean forse. | Il narratore celebra la bellezza eccezionale di Olimpia, non solo nel volto ma in tutta la figura. |
| Ottava 68 Vinceano di candor le nievi intatte, ed eran più ch’avorio a toccar molli: le poppe ritondette parean latte 540che fuor dei giunchi allora allora tolli. Spazio fra lor tal discendea, qual fatte esser veggiàn fra picciolini colli l’ombrose valli, in sua stagione amene, che ’l verno abbia di nieve allora piene. | Descrive la pelle chiarissima e la delicatezza del corpo attraverso paragoni con neve, avorio e latte. |
| Ottava 69 545I rilevati fianchi e le belle anche, e netto più che specchio il ventre piano, pareano fatti, e quelle coscie bianche, da Fidia a torno, o da più dotta mano. Di quelle parti debbovi dir anche, 550che pur celare ella bramava invano? Dirò insomma, ch’in lei dal capo al piede, quant’esser può beltà, tutta si vede. | Le sue forme sono così armoniose da sembrare scolpite dal più grande artista; il poeta ne loda la bellezza complessiva. |
| Ottava 70 Se fosse stata ne le valli Idee vista dal Pastor frigio, io non so quanto 555Vener, sebben vincea quell’altre dee, portato avesse di bellezza il vanto: né forso ito saria ne le Amiclee contrade esso a violar l’ospizio santo; ma detto avria: – Con Menelao ti resta, 560Elena pur; ch’altra io non vo’ che questa. – | Se Paride l'avesse vista, avrebbe forse preferito Olimpia a Elena, cambiando il destino della guerra di Troia. |
| Ottava 71 E se fosse costei stata a Crotone, quando Zeusi l’imagine far volse, che por dovea nel tempio di Iunone, e tante belle nude insieme accolse; 565e che, per una farne in perfezione, da chi una parte e da chi un’altra tolse: non avea da torre altra che costei; che tutte le bellezze erano in lei. | Se il pittore Zeusi avesse conosciuto Olimpia, non avrebbe dovuto scegliere fra diverse modelle per rappresentare la bellezza perfetta. |
| Ottava 72 Io non credo che mai Bireno, nudo 570vedesse quel bel corpo; ch’io son certo che stato non saria mai così crudo, che l’avesse lasciata in quel deserto. Ch’Oberto se n’accende, io vi concludo, tanto che ’l fuoco non può star coperto. 575Si studia consolarla, e darle speme ch’uscirà in bene il mal ch’ora la preme: | Il poeta suppone che Bireno non ne avesse compreso la bellezza, altrimenti non l'avrebbe abbandonata; Oberto ne è invece subito innamorato. |
| Ottava 73 e le promette andar seco in Olanda; né fin che ne lo stato la rimetta, e ch’abbia fatto iusta e memoranda 580di quel periuro e traditor vendetta, non cesserà con ciò che possa Irlanda, e lo farà quanto potrà più in fretta. Cercare intanto in quelle case e in queste facea di gonne e di feminee veste. | Oberto promette a Olimpia di riportarla in Olanda, restaurarne il trono e vendicarsi del traditore Bireno. |
| Ottava 74 585Bisogno non sarà, per trovar gonne, ch’a cercar fuor de l’isola si mande; ch’ogni dì se n’avea da quelle donne che de l’avido mostro eran vivande. Non fe’ molto cercar, che ritrovonne 590di varie fogge Oberto copia grande; e fe’ vestir Olimpia, e ben gl’increbbe non la poter vestir come vorrebbe. | Fa cercare vestiti per la giovane nelle case dell'isola, dove gli isolani custodivano abiti delle precedenti vittime. |
| Ottava 75 Ma né sì bella seta o sì fin’oro mai Fiorentini industri tesser fenno; 595né chi ricama fece mai lavoro, postovi tempo, diligenza e senno, che potesse a costui parer decoro, se lo fêsse Minerva o il dio di Lenno, e degno di coprir sì belle membre, 600che forza è ad or ad or se ne rimembre. | I vestiti trovati non sembrano a Oberto abbastanza belli da rendere giustizia alla straordinaria bellezza di Olimpia. |
| Ottava 76 Per più rispetti il paladino molto si dimostrò di questo amor contento: ch’oltre che ’l re non lascerebbe asciolto Bireno andar di tanto tradimento, 605sarebbe anch’esso per tal mezzo tolto di grave e di noioso impedimento, quivi non per Olimpia, ma venuto per dar, se v’era, alla sua donna aiuto. | Orlando è contento dell'amore di Oberto: così Bireno non resterà impunito e lui potrà riprendere la ricerca di Angelica. |
| Ottava 77 Ch’ella non v’era si chiarì di corto, 610ma già non si chiarì se v’era stata; perché ogn’uomo ne l’isola era morto, né un sol rimaso di sì gran brigata. Il dì seguente si partir del porto, e tutti insieme andaro in una armata. 615Con loro andò in Irlanda il paladino; che fu per gire in Francia il suo camino. | Comprende che Angelica non è a Ebuda, ma non può sapere se vi fosse stata prima, perché la popolazione è stata annientata. Tutti ripartono. |
| Ottava 78 A pena un giorno si fermò in Irlanda; non valser preghi a far che più vi stesse: Amor, che dietro alla sua donna il manda, 620di fermarvisi più non gli concesse. Quindi si parte; e prima raccomanda Olimpia al re, che servi le promesse: ben che non bisognasse; che gli attenne molto più, che di far non si convenne. | Orlando si ferma in Irlanda soltanto un giorno, poi raccomanda Olimpia a Oberto e riprende il viaggio; il re manterrà le promesse oltre il dovuto. |
| Ottava 79 625Così fra pochi dì gente raccolse; e fatto lega col re d’Inghilterra e con l’altro di Scozia, gli ritolse Olanda, e in Frisa non gli lasciò terra; ed a ribellione anco gli volse 630la sua Selandia: e non finì la guerra, che gli diè morte; né però fu tale la pena, ch’al delitto andasse eguale. | Con alleati inglesi e scozzesi, Oberto riconquista l'Olanda, sottomette la Frisia e punisce Bireno con la morte. |
| Ottava 80 Olimpia Oberto si pigliò per moglie, e di contessa la fe’ gran regina. 635Ma ritorniamo al paladin che scioglie nel mar le vele, e notte e dì camina; poi nel medesmo porto le raccoglie, donde pria le spiegò ne la marina: e sul suo Brigliadoro armato salse, 640e lasciò dietro i venti e l’onde salse. | Oberto sposa Olimpia e la fa diventare regina; Orlando torna in Francia, recupera il cavallo Brigliadoro e prosegue la ricerca. |
| Ottava 81 Credo che ’l resto di quel verno cose facesse degne di tenerne conto; ma fur sin a quel tempo sì nascose, che non è colpa mia s’or non le conto; 645perché Orlando a far l’opre virtuose, più che a narrarle poi, sempre era pronto: né mai fu alcun de li suoi fatti espresso, se non quando ebbe i testimoni appresso. | Il narratore suppone che Orlando abbia compiuto altre nobili imprese durante l'inverno, ma non le racconta perché mancano testimoni. |
| Ottava 82 Passò il resto del verno così cheto, 650che di lui non si seppe cosa vera: ma poi che ’l sol ne l’animal discreto che portò Friso, illuminò la sfera, e Zefiro tornò soave e lieto a rimenar la dolce primavera; 655d’Orlando usciron le mirabil pruove coi vaghi fiori e con l’erbette nuove. | Trascorre così una stagione di cui non si conoscono le sue gesta; con il ritorno della primavera ricominciano gli avvenimenti degni di memoria. |
| Ottava 83 Di piano in monte, e di campagna in lido, pien di travaglio e di dolor ne gìa; quando all’entrar d’un bosco, un lungo grido, 660un alto duol l’orecchie gli ferìa. Spinge il cavallo, e piglia il brando fido, e donde viene il suon, ratto s’invia: ma diferisco un’altra volta a dire quel che seguì, se mi vorrete udire. | Mentre Orlando cavalca addolorato fra monti e campagne, sente grida provenire da un bosco e vi si precipita con la spada; il seguito è rinviato. |