L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto
Canto decimo
Testo originale e parafrasi
Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.
| Testo originale | Parafrasi |
|---|---|
| Ottava 1 1Fra quanti amor, fra quante fede al mondo mai si trovar, fra quanti cor constanti, fra quante, o per dolente o per iocondo stato, fer prove mai famosi amanti; 5più tosto il primo loco ch’il secondo darò ad Olimpia: e se pur non va inanti, ben voglio dir che fra gli antiqui e nuovi maggior de l’amor suo non si ritruovi; | Il narratore celebra Olimpia come esempio insuperabile di fedeltà amorosa fra gli amanti antichi e moderni. |
| Ottava 2 e che con tante e con sì chiare note 10di questo ha fatto il suo Bireno certo, che donna più far certo uomo non puote, quando anco il petto e ’l cor mostrasse aperto. E s’anime sì fide e sì devote d’un reciproco amor denno aver merto, 15dico ch’Olimpia è degna che non meno, anzi più che sé ancor, l’ami Bireno: | Olimpia ha dimostrato a Bireno il proprio amore più chiaramente di quanto potrebbe fare una donna mostrando il suo stesso cuore; merita perciò un amore altrettanto forte. |
| Ottava 3 e che non pur l’abandoni mai per altra donna, se ben fosse quella ch’Europa ed Asia messe in tanti guai, 20o s’altra ha maggior titolo di bella; ma più tosto che lei, lasci coi rai del sol l’udita e il gusto e la favella e la vita e la fama, e s’altra cosa dire o pensar si può più preciosa. | Bireno dovrebbe preferirla a qualsiasi altra donna, perfino alla più bella del mondo, e rinunciare alla vita prima di abbandonarla. |
| Ottava 4 25Se Bireno amò lei come ella amato Bireno avea, se fu sì a lei fedele come ella a lui, se mai non ha voltato ad altra via, che a seguir lei, le vele; o pur s’a tanta servitù fu ingrato, 30a tanta fede e a tanto amor crudele, io vi vo’ dire, e far di maraviglia stringer le labra ed inarcar le ciglia. | Il narratore annuncia che mostrerà se Bireno abbia ricambiato tanta fedeltà oppure se abbia ripagato Olimpia con crudele ingratitudine. |
| Ottava 5 E poi che nota l’impietà vi fia, che di tanta bontà fu a lei mercede, 35donne, alcuna di voi mai più non sia, ch’a parole d’amante abbia a dar fede. L’amante, per aver quel che desia, senza guardar che Dio tutto ode e vede, aviluppa promesse e giuramenti, 40che tutti spargon poi per l’aria i venti. | Alle donne consiglia di diffidare delle parole degli innamorati, pronti a giurare qualsiasi cosa per ottenere ciò che desiderano. |
| Ottava 6 I giuramenti e le promesse vanno dai venti in aria disipate e sparse, tosto che tratta questi amanti s’hanno l’avida sete che gli accese ed arse. 45Siate a’ prieghi ed a’ pianti che vi fanno, per questo esempio, a credere più scarse. Bene è felice quel, donne mie care, ch’essere accorto all’altrui spese impare. | Quando il desiderio è appagato, molte promesse vengono dimenticate; è saggio imparare dagli errori altrui. |
| Ottava 7 Guardatevi da questi che sul fiore 50de’ lor begli anni il viso han sì polito; che presto nasce in loro e presto muore, quasi un foco di paglia, ogni appetito. Come segue la lepre il cacciatore al freddo, al caldo, alla montagna, al lito, 55né più l’estima poi che presa vede; e sol dietro a chi fugge affretta il piede: | Bisogna diffidare soprattutto dei giovani seduttori, che inseguono chi li respinge come cacciatori dietro la preda. |
| Ottava 8 così fan questi gioveni, che tanto che vi mostrate lor dure e proterve, v’amano e riveriscono con quanto 60studio de’ far chi fedelmente serve; ma non sì tosto si potran dar vanto de la vittoria, che, di donne, serve vi dorrete esser fatte; e da voi tolto vedrete il falso amore, e altrove volto. | Quando ottengono l'amore, questi uomini si stancano e cercano un'altra donna, lasciando soffrire quella conquistata. |
| Ottava 9 65Non vi vieto per questo (ch’avrei torto) che vi lasciate amar; che senza amante sareste come inculta vite in orto, che non ha palo ove s’appoggi o piante. Sol la prima lanugine vi esorto 70tutta a fuggir, volubile e incostante, e corre i frutti non acerbi e duri, ma che non sien però troppo maturi. | Il poeta non condanna l'amore, ma invita a scegliere compagni più maturi e costanti, evitando sia gli impulsivi sia chi è ormai troppo vecchio. |
| Ottava 10 Di sopra io vi dicea ch’una figliuola del re di Frisa quivi hanno trovata, 75che fia, per quanto n’han mosso parola, da Bireno al fratel per moglie data. Ma, a dire il vero, esso v’avea la gola; che vivanda era troppo delicata: e riputato avria cortesia sciocca, 80per darla altrui, levarsela di bocca. | Bireno aveva promesso la figlia di Cimosco al fratello, ma segretamente la desiderava per sé. |
| Ottava 11 La damigella non passava ancora quattordici anni, ed era bella e fresca, come rosa che spunti alora alora fuor de la buccia e col sol nuovo cresca. 85Non pur di lei Bireno s’innamora, ma fuoco mai così non accese esca, né se lo pongan l’invide e nimiche mani talor ne le mature spiche; | La ragazza aveva appena quattordici anni ed era di straordinaria bellezza; Bireno se ne infatuò immediatamente. |
| Ottava 12 come egli se n’accese immantinente, 90come egli n’arse fin ne le medolle, che sopra il padre morto lei dolente vide di pianto il bel viso far molle. E come suol, se l’acqua fredda sente, quella restar che prima al fuoco bolle; 95così l’ardor ch’accese Olimpia, vinto dal nuovo successore, in lui fu estinto. | Il dolore della giovane per la morte del padre lo commosse soltanto in apparenza; il nuovo desiderio cancellò l'amore che Bireno provava per Olimpia. |
| Ottava 13 Non pur sazio di lei, ma fastidito n’è già così, che può vederla a pena; e sì de l’altra acceso ha l’appetito, 100che ne morrà se troppo in lungo il mena: pur fin che giunga il dì c’ha statuito a dar fine al disio, tanto l’affrena, che par ch’adori Olimpia, non che l’ami, e quel che piace a lei, sol voglia e brami. | Ormai infastidito dalla compagna, Bireno desidera soltanto l'altra, ma continua a fingersi premuroso fino al momento stabilito per il tradimento. |
| Ottava 14 105E se accarezza l’altra (che non puote far che non l’accarezzi più del dritto), non è chi questo in mala parte note; anzi a pietade, anzi a bontà gli è ascritto: che rilevare un che Fortuna ruote 110talora al fondo, e consolar l’afflitto, mai non fu biasmo, ma gloria sovente; tanto più una fanciulla, una innocente. | Le attenzioni eccessive verso la prigioniera vengono interpretate come pietà e generosità, non come un segno della sua passione. |
| Ottava 15 Oh sommo Dio, come i giudìci umani spesso offuscati son da un nembo oscuro! 115i modi di Bireno empi e profani, pietosi e santi riputati furo. I marinari, già messo le mani ai remi, e sciolti dal lito sicuro, portavan lieti pei salati stagni 120verso Selandia il duca e i suoi compagni. | Il poeta osserva che gli uomini giudicano spesso male le intenzioni altrui. Intanto la nave parte per la Zelanda. |
| Ottava 16 Già dietro rimasi erano e perduti tutti di vista i termini d’Olanda (che per non toccar Frisa, più tenuti s’eran vêr Scozia alla sinistra banda), 125quando da un vento fur sopravenuti, ch’errando in alto mar tre dì li manda. Sursero il terzo, già presso alla sera, dove inculta e deserta un’isola era. | Dopo essersi allontanata dall'Olanda, una tempesta spinge la nave per tre giorni fino a un'isola deserta. |
| Ottava 17 Tratti che si fur dentro un picciol seno, 130Olimpia venne in terra; e con diletto in compagnia de l’infedel Bireno cenò contenta e fuor d’ogni sospetto: indi con lui, là dove in loco ameno teso era un padiglione, entrò nel letto. 135Tutti gli altri compagni ritornaro, e sopra i legni lor si riposaro. | Bireno e Olimpia scendono a terra, cenano insieme e si ritirano nella tenda; gli altri marinai tornano alle navi. |
| Ottava 18 Il travaglio del mare e la paura che tenuta alcun dì l’aveano desta, il ritrovarsi al lito ora sicura, 140lontana da rumor ne la foresta, e che nessun pensier, nessuna cura, poi che ’l suo amante ha seco, la molesta; fur cagion ch’ebbe Olimpia sì gran sonno, che gli orsi e i ghiri aver maggior nol ponno. | Stanca per il viaggio e fiduciosa perché accanto all'amato, Olimpia si addormenta profondamente. |
| Ottava 19 145Il falso amante che i pensati inganni veggiar facean, come dormir lei sente, pian piano esce del letto, e de’ suoi panni fatto un fastel, non si veste altrimente; e lascia il padiglione; e come i vanni 150nati gli sian, rivola alla sua gente, e li risveglia; e senza udirsi un grido, fa entrar ne l’alto e abandonare il lido. | Bireno, rimasto sveglio per preparare il tradimento, si alza in silenzio, raggiunge i marinai e ordina di partire senza Olimpia. |
| Ottava 20 Rimase a dietro il lido e la meschina Olimpia, che dormì senza destarse, 155fin che l’Aurora la gelata brina da le dorate ruote in terra sparse, e s’udir le Alcione alla marina de l’antico infortunio lamentarse. Né desta né dormendo, ella la mano 160per Bireno abbracciar stese, ma invano. | La donna dorme fino all'alba; al risveglio allunga la mano per abbracciare Bireno, ma non lo trova. |
| Ottava 21 Nessuno truova: a sé la man ritira: di nuovo tenta, e pur nessuno truova. Di qua l’un braccio, e di là l’altro gira, or l’una or l’altra gamba; e nulla giova. 165Caccia il sonno il timor: gli occhi apre, e mira: non vede alcuno. Or già non scalda e cova più le vedove piume, ma si getta del letto e fuor del padiglione in fretta: | Cerca l'amato su entrambi i lati del letto, poi apre gli occhi e capisce di essere rimasta sola; corre fuori dalla tenda. |
| Ottava 22 e corre al mar, graffiandosi le gote, 170presaga e certa ormai di sua fortuna. Si straccia i crini, e il petto si percuote, e va guardando (che splendea la luna) se veder cosa, fuor che ’l lito, puote; né fuor che ’l lito, vede cosa alcuna. 175Bireno chiama: e al nome di Bireno rispondean gli Antri che pietà n’avieno. | Raggiunge disperata la spiaggia, si graffia il volto, si strappa i capelli e chiama Bireno, ma le risponde soltanto l'eco. |
| Ottava 23 Quivi surgea nel lito estremo un sasso, ch’aveano l’onde, col picchiar frequente, cavo e ridutto a guisa d’arco al basso; 180e stava sopra il mar curvo e pendente. Olimpia in cima vi salì a gran passo (così la facea l’animo possente), e di lontano le gonfiate vele vide fuggir del suo signor crudele: | Sale su uno scoglio sporgente e scorge in lontananza le vele delle navi che si allontanano. |
| Ottava 24 185vide lontano, o le parve vedere; che l’aria chiara ancor non era molto. Tutta tremante si lasciò cadere, più bianca e più che nieve fredda in volto; ma poi che di levarsi ebbe potere, 190al camin de le navi il grido volto, chiamò, quanto potea chiamar più forte, più volte il nome del crudel consorte: | Cade per lo sconforto, poi si rialza e chiama a gran voce il marito che la sta abbandonando. |
| Ottava 25 e dove non potea la debil voce, supliva il pianto e ’l batter’ palma a palma. 195– Dove fuggi, crudel, così veloce? Non ha il tuo legno la debita salma. Fa che lievi me ancor: poco gli nuoce che porti il corpo, poi che porta l’alma. – E con le braccia e con le vesti segno 200fa tuttavia, perché ritorni il legno. | Agita le braccia e i vestiti e supplica la nave di tornare: Bireno ha portato con sé il suo cuore e potrebbe almeno riprendere il suo corpo. |
| Ottava 26 Ma i venti che portavano le vele per l’alto mar di quel giovene infido, portavano anco i prieghi e le querele de l’infelice Olimpia, e ’l pianto e ’l grido; 205la qual tre volte, a se stessa crudele, per affogarsi si spiccò dal lido: pur al fin si levò da mirar l’acque, e ritornò dove la notte giacque. | I venti disperdono le sue grida. Più volte Olimpia pensa di gettarsi in mare, ma infine torna alla tenda. |
| Ottava 27 E con la faccia in giù stesa sul letto, 210bagnandolo di pianto, dicea lui: – Iersera desti insieme a dui ricetto; perché insieme al levar non siamo dui? O perfido Bireno, o maladetto giorno ch’al mondo generata fui! 215Che debbo far? che poss’io far qui sola? chi mi dà aiuto? ohimè, chi mi consola? | Distesa sul letto e piangendo, rimprovera al marito di averla lasciata sola e si domanda chi potrà soccorrerla. |
| Ottava 28 Uomo non veggio qui, non ci veggio opra donde io possa stimar ch’uomo qui sia; nave non veggio, a cui salendo sopra, 220speri allo scampo mio ritrovar via. Di disagio morrò; né chi mi cuopra gli occhi sarà, né chi sepolcro dia, se forse in ventre lor non me lo dànno i lupi, ohimè, ch’in queste selve stanno. | Non vede né persone né navi; teme di morire di fame o di essere divorata dalle belve senza nemmeno ricevere sepoltura. |
| Ottava 29 225Io sto in sospetto, e già di veder parmi di questi boschi orsi o leoni uscire, o tigri o fiere tal, che natura armi d’aguzzi denti e d’ugne da ferire. Ma quai fere crudel potriano farmi, 230fera crudel, peggio di te morire? darmi una morte, so, lor parrà assai; e tu di mille, ohimè, morir mi fai. | Immagina orsi, leoni e tigri, ma osserva che nessuna bestia potrebbe farla soffrire quanto il crudele Bireno. |
| Ottava 30 Ma presupongo ancor ch’or ora arrivi nochier che per pietà di qui mi porti; 235e così lupi, orsi, leoni schivi, strazi, disagi ed altre orribil morti: mi porterà forse in Olanda, s’ivi per te si guardan le fortezze e i porti? mi porterà alla terra ove son nata, 240se tu con fraude già me l’hai levata? | Anche se una nave la salvasse, non saprebbe dove rifugiarsi: teme che Bireno si sia già impossessato del suo regno. |
| Ottava 31 Tu m’hai lo stato mio, sotto pretesto di parentado e d’amicizia, tolto. Ben fosti a porvi le tue genti presto, per avere il dominio a te rivolto. 245Tornerò in Fiandra? ove ho venduto il resto di che io vivea, ben che non fossi molto, per sovenirti e di prigione trarte. Mischina! dove andrò? non so in qual parte. | Olimpia sospetta che Bireno abbia occupato l'Olanda con il pretesto dell'amicizia; le Fiandre non possono darle sostegno perché ne ha venduto i possedimenti. |
| Ottava 32 Debbo forse ire in Frisa, ove io potei, 250e per te non vi volsi esser regina? il che del padre e dei fratelli miei e d’ogn’altro mio ben fu la ruina. Quel c’ho fatto per te, non ti vorrei, ingrato, improverar, né disciplina 255dartene; che non men di me lo sai: or ecco il guiderdon che me ne dai. | Non può nemmeno andare in Frisia, di cui aveva rifiutato il trono per fedeltà a Bireno, causando così le sventure familiari. |
| Ottava 33 Deh, pur che da color che vanno in corso io non sia presa, e poi venduta schiava! Prima che questo, il lupo, il leon, l’orso 260venga, e la tigre e ogn’altra fera brava, di cui l’ugna mi stracci, e franga il morso; e morta mi strascini alla sua cava. – Così dicendo, le mani si caccia ne’ capei d’oro, e a chiocca a chiocca straccia. | Teme infine di essere catturata dai pirati e venduta come schiava; preferirebbe essere uccisa dagli animali. |
| Ottava 34 265Corre di nuovo in su l’estrema sabbia, e ruota il capo e sparge all’aria il crine; e sembra forsennata, e ch’adosso abbia non un demonio sol, ma le decine; o, qual Ecuba, sia conversa in rabbia, 270vistosi morto Polidoro al fine. Or si ferma s’un sasso, e guarda il mare; né men d’un vero sasso, un sasso pare. | Corre ancora verso il mare e poi rimane immobile, simile a una statua, sopra uno scoglio: il dolore l'ha quasi privata della ragione. |
| Ottava 35 Ma lasciànla doler fin ch’io ritorno, per voler di Ruggier dirvi pur anco, 275che nel più intenso ardor del mezzo giorno cavalca il lito, affaticato e stanco. Percuote il sol nel colle e fa ritorno: di sotto bolle il sabbion trito e bianco. Mancava all’arme ch’avea indosso, poco 280ad esser, come già, tutte di fuoco. | Il narratore lascia Olimpia e torna a Ruggiero, che attraversa una spiaggia torrida, stremato dal caldo e dall'armatura. |
| Ottava 36 Mentre la sete, e de l’andar fatica per l’alta sabbia e la solinga via gli facean, lungo quella spiaggia aprica, noiosa e dispiacevol compagnia; 285trovò ch’all’ombra d’una torre antica che fuor de l’onde appresso il lito uscia, de la corte d’Alcina eran tre donne, che le conobbe ai gesti ed alle gonne. | Ai piedi di una vecchia torre incontra tre donne della corte di Alcina, riconoscibili dall'aspetto e dagli abiti. |
| Ottava 37 Corcate su tapeti allessandrini 290godeansi il fresco rezzo in gran diletto, fra molti vasi di diversi vini e d’ogni buona sorte di confetto. Presso alla spiaggia, coi flutti marini scherzando, le aspettava un lor legnetto 295fin che la vela empiesse agevol òra; ch’un fiato pur non ne spirava allora. | Le tre riposano all'ombra su tappeti preziosi, circondate da dolci e vini, mentre una barca le aspetta sulla spiaggia. |
| Ottava 38 Queste, ch’andar per la non ferma sabbia vider Ruggier al suo viaggio dritto, che sculta avea la sete in su le labbia, 300tutto pien di sudore il viso afflitto, gli cominciaro a dir che sì non abbia il cor voluntaroso al camin fitto, ch’alla fresca e dolce ombra non si pieghi, e ristorar lo stanco corpo nieghi. | Vedendo Ruggiero sfinito, lo invitano a fermarsi all'ombra e a riposare prima di continuare. |
| Ottava 39 305E di lor una s’accostò al cavallo per la staffa tener, che ne scendesse; l’altra con una coppa di cristallo di vin spumante, più sete gli messe: ma Ruggiero a quel suon non entrò in ballo; 310perché d’ogni tardar che fatto avesse, tempo di giunger dato avria ad Alcina, che venìa dietro ed era omai vicina. | Una gli offre aiuto per scendere, un'altra del vino fresco; Ruggiero rifiuta perché teme di essere raggiunto da Alcina. |
| Ottava 40 Non così fin salnitro e zolfo puro, tocco dal fuoco, subito s’avampa; 315né così freme il mar quando l’oscuro turbo discende e in mezzo se gli accampa: come, vedendo che Ruggier sicuro al suo dritto camin l’arena stampa, e che le sprezza (e pur si tenean belle), 320d’ira arse e di furor la terza d’elle. | Una delle tre, offesa dall'indifferenza del cavaliere, si infuria ancora più di quanto farebbe il mare durante una tempesta. |
| Ottava 41 – Tu non sei né gentil né cavalliero (dice gridando quanto può più forte), ed hai rubate l’arme; e quel destriero non saria tuo per veruna altra sorte: 325e così, come ben m’appongo al vero, ti vedessi punir di degna morte; che fossi fatto in quarti, arso o impiccato, brutto ladron, villan, superbo, ingrato. – | La donna lo insulta chiamandolo ladro, villano e falso cavaliere e gli augura una punizione feroce. |
| Ottava 42 Oltr’a queste e molt’altre ingiuriose 330parole che gli usò la donna altiera, ancor che mai Ruggier non le rispose, che di sì vil tenzon poco onor spera; con le sorelle tosto ella si pose sul legno in mar, che al lor servigio v’era: 335ed affrettando i remi, lo seguiva, vedendol tuttavia dietro alla riva. | Ruggiero non risponde agli insulti; le tre donne risalgono sulla barca e lo seguono dal mare continuando a minacciarlo. |
| Ottava 43 Minaccia sempre, maledice e incarca; che l’onte sa trovar per ogni punto. Intanto a quello stretto, onde si varca 340alla fata più bella, è Ruggier giunto; dove un vecchio nochiero una sua barca scioglier da l’altra ripa vede, a punto come, avisato e già provisto, quivi si stia aspettando che Ruggiero arrivi. | Giunto allo stretto che conduce alla terra di Logistilla, Ruggiero vede un vecchio barcaiolo pronto a traghettarlo. |
| Ottava 44 345Scioglie il nochier, come venir lo vede, di trasportarlo a miglior ripa lieto; che, se la faccia può del cor dar fede, tutto benigno e tutto era discreto. Pose Ruggier sopra il navilio il piede, 350Dio ringraziando; e per lo mar quieto ragionando venìa col galeotto, saggio e di lunga esperienza dotto. | Il marinaio lo accoglie benevolmente, lo fa salire e comincia a conversare con lui durante la traversata. |
| Ottava 45 Quel lodava Ruggier, che sì se avesse saputo a tempo tor da Alcina, e inanti 355che ’l calice incantato ella gli desse, ch’avea al fin dato a tutti gli altri amanti; e poi, che a Logistilla si traesse, dove veder potria costumi santi, bellezza eterna ed infinita grazia 360che ’l cor notrisce e pasce, e mai non sazia. | Il vecchio lo loda per essere fuggito in tempo da Alcina e lo invita a raggiungere Logistilla, dove incontrerà vera virtù e bellezza spirituale. |
| Ottava 46 – Costei (dicea) stupore e riverenza induce all’alma, ove si scuopre prima. Contempla meglio poi l’alta presenza: ogn’altro ben ti par di poca stima. 365Il suo amore ha dagli altri differenza: speme o timor negli altri il cor ti lima; in questo il desiderio più non chiede, e contento riman come la vede. | Spiega che la vista di Logistilla suscita rispetto e pace interiore: il suo amore, diversamente da quello terreno, non produce tormento. |
| Ottava 47 Ella t’insegnerà studi più grati, 370che suoni, danze, odori, bagni e cibi: ma come i pensier tuoi meglio formati poggin più ad alto, che per l’aria i nibi, e come de la gloria de’ beati nel mortal corpo parte si delibi. – 375Così parlando il marinar veniva, lontano ancora alla sicura riva; | Logistilla insegnerà a Ruggiero piaceri più elevati di banchetti, danze e profumi, rivolti alla conoscenza e alla felicità dell'anima. |
| Ottava 48 quando vide scoprire alla marina molti navili, e tutti alla sua volta. Con quei ne vien l’ingiuriata Alcina; 380e molta di sua gente have raccolta per por lo stato a se stessa in ruina, o racquistar la cara cosa tolta. E bene è amor di ciò cagion non lieve, ma l’ingiuria non men che ne riceve. | Mentre il barcaiolo parla, compaiono le navi di Alcina, che vuole recuperare Ruggiero e vendicare l'umiliazione subita. |
| Ottava 49 385Ella non ebbe sdegno, da che nacque, di questo il maggior mai, ch’ora la rode; onde fa i remi sì affrettar per l’acque, che la spuma ne sparge ambe le prode. Al gran rumor né mar né ripa tacque, 390ed Ecco risonar per tutto s’ode. – Scuopre, Ruggier, lo scudo, che bisogna; se non, sei morto, o preso con vergogna. – | La maga fa remare freneticamente i suoi uomini; il barcaiolo esorta Ruggiero a scoprire lo scudo incantato. |
| Ottava 50 Così disse il nocchier di Logistilla: ed oltre il detto, egli medesmo prese 395la tasca e da lo scudo dipartilla, e fe’ il lume di quel chiaro e palese. L’incantato splendor che ne sfavilla, gli occhi degli aversari così offese, che li fe’ restar ciechi allora allora, 400e cader chi da poppa e chi da prora. | Il vecchio toglie lui stesso il velo allo scudo: la luce abbaglia gli inseguitori, che cadono dalle navi privi di sensi. |
| Ottava 51 Un ch’era alla veletta in su la rocca, de l’armata d’Alcina si fu accorto; e la campana martellando tocca, onde il soccorso vien subito al porto. 405L’artegliaria, come tempesta, fiocca contra chi vuole al buon Ruggier far torto: sì che gli venne d’ogni parte aita, tal che salvò la libertà e la vita. | Dal castello di Logistilla viene dato l'allarme e l'artiglieria difende il porto, garantendo la salvezza di Ruggiero. |
| Ottava 52 Giunte son quattro donne in su la spiaggia, 410che subito ha mandate Logistilla: la valorosa Andronica e la saggia Fronesia e l’onestissima Dicilla e Sofrosina casta, che, come aggia quivi a far più che l’altre, arde e sfavilla. 415L’esercito ch’al mondo è senza pare, del castello esce, e si distende al mare. | Logistilla manda quattro donne virtuose, Andronica, Fronesia, Dicilla e Sofrosina, e mobilita un esercito potentissimo. |
| Ottava 53 Sotto il castel ne la tranquilla foce di molti e grossi legni era una armata, ad un botto di squilla, ad una voce 420giorno e notte a battaglia apparecchiata. E così fu la pugna aspra ed atroce, e per acqua e per terra, incominciata; per cui fu il regno sottosopra volto, ch’avea già Alcina alla sorella tolto. | Le truppe e le navi del castello attaccano quelle di Alcina, dando inizio a una dura battaglia sul mare e sulla terra. |
| Ottava 54 425Oh di quante battaglie il fin successe diverso a quel che si credette inante! Non sol ch’Alcina alor non riavesse, come stimossi, il fugitivo amante; ma dele navi che pur dianzi spesse 430fur sì, ch’a pena il mar ne capia tante, fuor de la fiamma che tutt’altre avampa, con un legnetto sol misera scampa. | Alcina non recupera Ruggiero e perde quasi tutta la flotta: riesce a fuggire con una sola imbarcazione. |
| Ottava 55 Fuggesi Alcina, e sua misera gente arsa e presa riman, rotta e sommersa. 435D’aver Ruggier perduto, ella si sente via più doler che d’altra cosa aversa: notte e dì per lui geme amaramente, e lacrime per lui dagli occhi versa; e per dar fine a tanto aspro martire, 440spesso si duol di non poter morire. | La maga vede bruciare, affondare o catturare i suoi uomini, ma soffre soprattutto per l'amore perduto e piange continuamente. |
| Ottava 56 Morir non puote alcuna fata mai, fin che ’l sol gira, o il ciel non muta stilo. Se ciò non fosse, era il dolore assai per muover Cloto ad inasparle il filo; 445o, qual Didon, finia col ferro i guai; o la regina splendida del Nilo avria imitata con mortifer sonno: ma le fate morir sempre non ponno. | Alcina desidera morire per il dolore, ma le fate sono immortali e non possono porre fine alla propria vita. |
| Ottava 57 Torniamo a quel di eterna gloria degno 450Ruggiero; e Alcina stia ne la sua pena. Dico di lui, che poi che fuor del legno si fu condutto in più sicura arena, Dio ringraziando che tutto il disegno gli era successo, al mar voltò la schiena; 455ed affrettando per l’asciutto il piede, alla rocca ne va che quivi siede. | Ruggiero sbarca al sicuro, ringrazia Dio e si dirige verso la straordinaria fortezza di Logistilla. |
| Ottava 58 Né la più forte ancor né la più bella mai vide occhio mortal prima né dopo. Son di più prezzo le mura di quella, 460che se diamante fossino o piropo. Di tai gemme qua giù non si favella: ed a chi vuol notizia averne, è d’uopo che vada quivi; che non credo altrove, se non forse su in ciel, se ne ritruove. | La rocca è più splendida di qualsiasi edificio terreno: le sue mura sono fatte di gemme di valore inimmaginabile. |
| Ottava 59 465Quel che più fa che lor si inchina e cede ogn’altra gemma, è che, mirando in esse, l’uom sin in mezzo all’anima si vede; vede suoi vizi e sue virtudi espresse, sì che a lusinghe poi di sé non crede, 470né a chi dar biasmo a torto gli volesse: fassi, mirando allo specchio lucente se stesso, conoscendosi, prudente. | Le pietre riflettono l'anima di chi le guarda, mostrandone difetti e qualità e insegnando a conoscersi senza illusioni. |
| Ottava 60 Il chiaro lume lor, ch’imita il sole, manda splendore in tanta copia intorno, 475che chi l’ha, ovunque sia, sempre che vuole, Febo, mal grado tuo, si può far giorno. Né mirabil vi son le pietre sole; ma la materia e l’artificio adorno contendon sì, che mal giudicar puossi 480qual de le due eccellenze maggior fossi. | Le gemme emanano luce simile al sole, e l'arte degli edifici è tanto perfetta quanto i materiali impiegati. |
| Ottava 61 Sopra gli altissimi archi, che puntelli parean che del ciel fossino a vederli, eran giardin sì spaziosi e belli, che saria al piano anco fatica averli. 485Verdeggiar gli odoriferi arbuscelli si puon veder fra i luminosi merli, ch’adorni son l’estate e il verno tutti di vaghi fiori e di maturi frutti. | Sopra altissimi archi vi sono giardini immensi, sempre verdi e pieni contemporaneamente di fiori e frutti. |
| Ottava 62 Di così nobili arbori non suole 490prodursi fuor di questi bei giardini, né di tai rose o di simil viole, di gigli, di amaranti o di gesmini. Altrove appar come a un medesmo sole e nasca e viva, e morto il capo inchini, 495e come lasci vedovo il suo stelo il fior suggetto al variar del cielo: | Nei giardini crescono piante e fiori meravigliosi; diversamente da quelli comuni, non appassiscono con il passare delle stagioni. |
| Ottava 63 ma quivi era perpetua la verdura, perpetua la beltà de’ fiori eterni: non che benignità de la Natura 500sì temperatamente li governi; ma LogistilIa con suo studio e cura, senza bisogno de’ moti superni (quel che agli altri impossibile parea), sua primavera ognor ferma tenea. | La primavera vi dura eternamente non per un miracolo naturale, ma grazie al sapere e al potere di Logistilla. |
| Ottava 64 505Logistilla mostrò molto aver grato ch’a lei venisse un sì gentil signore; e comandò che fosse accarezzato, e che studiasse ognun di fargli onore. Gran pezzo inanzi Astolfo era arrivato, 510che visto da Ruggier fu di buon core. Fra pochi giorni venner gli altri tutti, ch’a l’esser lor Melissa avea ridutti. | Logistilla accoglie Ruggiero con onore. Egli ritrova Astolfo e poi gli altri uomini che Melissa ha liberato dagli incantesimi. |
| Ottava 65 Poi che si fur posati un giorno e dui, venne Ruggiero alla fata prudente 515col duca Astolfo, che non men di lui avea desir di riveder Ponente. Melissa le parlò per amendui; e supplica la fata umilemente, che li consigli, favorisca e aiuti, 520sì che ritornin donde eran venuti. | Dopo qualche giorno Ruggiero e Astolfo chiedono alla fata di aiutarli a tornare in Occidente; Melissa presenta la loro richiesta. |
| Ottava 66 Disse la fata: – Io ci porrò il pensiero, e fra dui dì te li darò espediti. – Discorre poi tra sé, come Ruggiero, e dopo lui, come quel duca aiti: 525conchiude infin che ’l volator destriero ritorni il primo agli aquitani liti; ma prima vuol che se gli faccia un morso, con che lo volga, e gli raffreni il corso. | Logistilla promette di provvedere e decide che Ruggiero tornerà sull'ippogrifo, dopo avergli preparato un morso per controllarlo. |
| Ottava 67 Gli mostra come egli abbia a far, se vuole 530che poggi in alto, e come a far che cali; e come, se vorrà che in giro vole, o vada ratto, o che si stia su l’ali: e quali effetti il cavallier far suole di buon destriero in piana terra, tali 535facea Ruggier che mastro ne divenne, per l’aria, del destrier ch’avea le penne. | Insegna al cavaliere a far salire, scendere, fermare e cambiare direzione al cavallo alato, finché Ruggiero lo governa perfettamente. |
| Ottava 68 Poi che Ruggier fu d’ogni cosa in punto, da la fata gentil comiato prese, alla qual restò poi sempre congiunto 540di grande amore; e uscì di quel paese. Prima di lui che se n’andò in buon punto, e poi dirò come il guerriero inglese tornasse con più tempo e più fatica al magno Carlo ed alla corte amica. | Ruggiero saluta riconoscente la fata e riparte; Astolfo rientrerà invece in Francia con un percorso più lungo e difficile. |
| Ottava 69 545Quindi partì Ruggier, ma non rivenne per quella via che fe’ già suo mal grado, allor che sempre l’ippogrifo il tenne sopra il mare, e terren vide di rado: ma potendogli or far batter le penne 550di qua di là, dove più gli era a grado, volse al ritorno far nuovo sentiero, come, schivando Erode, i Magi fero. | Questa volta l'ippogrifo obbedisce ai comandi, così Ruggiero sceglie un percorso diverso da quello dell'andata. |
| Ottava 70 Al venir quivi, era, lasciando Spagna, venuto India a trovar per dritta riga, 555là dove il mare oriental la bagna; dove una fata avea con l’altra briga. Or veder si dispose altra campagna, che quella dove i venti Eolo istiga, e finir tutto il cominciato tondo, 560per aver, come il sol, girato il mondo. | Decide di completare il giro del mondo, evitando il tragitto percorso quando era stato trasportato involontariamente fino all'India. |
| Ottava 71 Quinci il Cataio, e quindi Mangiana sopra il gran Quinsaì vide passando: volò sopra l’Imavo, e Sericana lasciò a man destra; e sempre declinando 565da l’iperborei Sciti a l’onda ircana, giunse alle parti di Sarmazia: e quando fu dove Asia da Europa si divide, Russi e Pruteni e la Pomeria vide. | Vola sopra molte regioni dell'Asia e del nord, oltrepassando la Cina, le steppe e i territori vicini alla Russia. |
| Ottava 72 Ben che di Ruggier fosse ogni desire 570di ritornare a Bradamante presto; pur, gustato il piacer ch’avea di gire cercando il mondo, non restò per questo, ch’alli Pollacchi, agli Ungari venire non volesse anco, alli Germani, e al resto 575di quella boreale orrida terra: e venne al fin ne l’ultima Inghilterra. | Pur desiderando rivedere Bradamante, Ruggiero si lascia affascinare dal viaggio e visita Polonia, Ungheria, Germania e infine l'Inghilterra. |
| Ottava 73 Non crediate, Signor, che però stia per sì lungo camin sempre su l’ale: ogni sera all’albergo se ne gìa, 580schivando a suo poter d’alloggiar male. E spese giorni e mesi in questa via, sì di veder la terra e il mar gli cale. Or presso a Londra giunto una matina, sopra Tamigi il volator declina. | Trascorre giorni e mesi esplorando il mondo, fermandosi ogni sera in luoghi adatti per dormire; infine raggiunge Londra e il Tamigi. |
| Ottava 74 585Dove ne’ prati alla città vicini vide adunati uomini d’arme e fanti, ch’a suon di trombe e a suon di tamburini venian, partiti a belle schiere, avanti il buon Rinaldo, onor de’ paladini; 590del qual, se vi ricorda, io dissi inanti, che mandato da Carlo, era venuto in queste parti a ricercar aiuto. | Vicino alla città vede una grande adunata di soldati e riconosce le schiere preparate dal paladino Rinaldo per soccorrere Carlo. |
| Ottava 75 Giunse a punto Ruggier, che si facea la bella mostra fuor di quella terra; 595e per sapere il tutto, ne chiedea un cavallier, ma scese prima in terra: e quel, ch’affabil era, gli dicea che di Scozia e d’Irlanda e d’Inghilterra e de l’isole intorno eran le schiere 600che quivi alzate avean tante bandiere: | Atterrato per informarsi, apprende da un cavaliere che l'esercito riunisce truppe inglesi, scozzesi, irlandesi e di altri territori. |
| Ottava 76 e finita la mostra che faceano, alla marina se distenderanno, dove aspettati per solcar l’Oceano son dai navili che nel porto stanno. 605I Franceschi assediati si ricreano, sperando in questi che a salvar li vanno. – Ma acciò tu te n’informi pienamente, io ti distinguerò tutta la gente. | Le forze stanno per essere passate in rassegna e poi imbarcate; l'interlocutore promette di spiegare a Ruggiero la composizione dell'esercito. |
| Ottava 77 Tu vedi ben quella bandiera grande, 610ch’insieme pon la fiordaligi e i pardi: quella il gran capitano all’aria spande, e quella han da seguir gli altri stendardi. Il suo nome, famoso in queste bande, è Leonetto, il fior de li gagliardi, 615di consiglio e d’ardire in guerra mastro, del re nipote, e duca di Lincastro. | Sotto lo stendardo reale combatte Leonetto, duca di Lancaster e nipote del re, valoroso comandante dell'armata. |
| Ottava 78 La prima, appresso il gonfalon reale, che ’l vento tremolar fa verso il monte, e tien nel campo verde tre bianche ale, 620porta Ricardo, di Varvecia conte. Del duca di Glocestra è quel segnale, c’ha duo corna di cervio e mezza fronte. Del duca di Chiarenza è quella face; quel arbore è del duca d’Eborace. | Il cavaliere indica le insegne dei conti di Warwick e dei duchi di Gloucester, Clarence e York, distinguibili dai rispettivi simboli. |
| Ottava 79 625Vedi in tre pezzi una spezzata lancia: gli è ’l gonfalon del duca di Nortfozia. La fulgure è del buon conte di Cancia; il grifone è del conte di Pembrozia. Il duca di Sufolcia ha la bilancia. 630Vedi quel giogo che due serpi assozia: è del conte d’Esenia, e la ghirlanda in campo azzurro ha quel di Norbelanda. | Prosegue elencando gli stendardi dei duchi di Northumberland e Suffolk e dei conti di Kent, Pembroke, Essex e Northumberland. |
| Ottava 80 Il conte d’Arindelia è quel c’ha messo in mar quella barchetta che s’affonda. 635Vedi il marchese di Barclei; e appresso di Marchia il conte e il conte di Ritmonda: il primo porta in bianco un monte fesso, l’altro la palma, il terzo un pin ne l’onda. Quel di Dorsezia è conte, e quel d’Antona, 640che l’uno ha il carro, e l’altro la corona. | Mostra poi i simboli dei conti e marchesi di Arundel, Berkeley, March, Richmond, Dorset e Southampton. |
| Ottava 81 Il falcon che sul nido i vanni inchina, porta Raimondo, il conte di Devonia. Il giallo e negro ha quel di Vigorina; il can quel d’Erbia un orso quel d’Osonia. 645La croce che là vedi cristallina, è del ricco prelato di Battonia. Vedi nel bigio una spezzata sedia: è del duca Ariman di Sormosedia. | Indica ancora diversi nobili, riconoscibili dal falcone, dai colori, dagli animali, dalla croce e da altri emblemi araldici. |
| Ottava 82 Gli uomini d’arme e gli arcieri a cavallo 650di quarantaduomila numer fanno. Sono duo tanti, o di cento non fallo, quelli ch’a piè ne la battaglia vanno. Mira quei segni, un bigio, un verde, un giallo, e di nero e d’azzur listato un panno: 655Gofredo, Enrigo, Ermante ed Odoardo guidan pedoni, ognun col suo stendardo. | La spedizione comprende quarantaduemila cavalieri e un numero circa doppio di fanti, divisi sotto i comandanti Goffredo, Enrico, Ermante ed Edoardo. |
| Ottava 83 Duca di Bocchingamia è quel dinante; Enrigo ha la contea di Sarisberia; signoreggia Burgenia il vecchio Ermante; 660quello Odoardo è conte di Croisberia. Questi alloggiati più verso levante sono gl’Inglesi. Or volgeti all’Esperia, dove si veggion trentamila Scotti, da Zerbin, figlio del lor re, condotti. | Vengono presentati i titoli dei comandanti inglesi; a ovest si trovano trentamila Scozzesi guidati da Zerbino, figlio del re. |
| Ottava 84 665Vedi tra duo unicorni il gran leone, che la spada d’argento ha ne la zampa: quell’è del re di Scozia il gonfalone; il suo figliol Zerbino ivi s’accampa. Non è un sì bello in tante altre persone: 670natura il fece, e poi roppe la stampa. Non è in cui tal virtù, tal grazia luca, o tal possanza: ed è di Roscia duca. | Lo stendardo scozzese mostra un leone armato di spada. Zerbino è celebrato come giovane di bellezza, valore e virtù senza pari. |
| Ottava 85 Porta in azzurro una dorata sbarra il conte d’Ottonlei ne lo stendardo. 675L’altra bandiera è del duca di Marra, che nel travaglio porta il leopardo. Di più colori e di più augei bizzarra mira l’insegna d’Alcabrun gagliardo, che non è duca, conte, né marchese, 680ma primo nel salvatico paese. | Il cavaliere descrive le insegne dei nobili scozzesi, fra cui il conte di Ottonlei, il duca di Marra e il guerriero Alcabruno. |
| Ottava 86 Del duca di Trasfordia è quella insegna, dove è l’augel ch’al sol tien gli occhi franchi. Lurcanio conte, ch’in Angoscia regna, porta quel tauro, c’ha duo veltri ai fianchi. 685Vedi là il duca d’Albania, che segna il campo di colori azzurri e bianchi. Quel avoltor, ch’un drago verde lania, è l’insegna del conte di Boccania. | Prosegue con i simboli e i domini del duca di Trasfordia, del conte Lurcanio, del duca d'Albania e del conte di Boccania. |
| Ottava 87 Signoreggia Forbesse il forte Armano, 690che di bianco e di nero ha la bandiera; ed ha il conte d’Erelia a destra mano, che porta in campo verde una lumiera. Or guarda gl’Ibernesi appresso il piano: sono duo squadre; e il conte di Childera 695mena la prima, e il conte di Desmonda da fieri monti ha tratta la seconda. | Presenta le insegne di Armano e del conte d'Erelia, poi quelle delle due squadre irlandesi guidate dai conti di Childera e Desmond. |
| Ottava 88 Ne lo stendardo il primo ha un pino ardente; l’altro nel bianco una vermiglia banda. Non dà soccorso a Carlo solamente 700la terra inglese, e la Scozia e l’Irlanda; ma vien di Svezia e di Norvegia gente, da Tile, e fin da la remota Islanda: da ogni terra, insomma, che là giace, nimica naturalmente di pace. | All'impresa partecipano anche soldati provenienti da Scandinavia, Islanda e altre lontane terre settentrionali. |
| Ottava 89 705Sedicimila sono, o poco manco, de le spelonche usciti e de le selve; hanno piloso il viso, il petto, il fianco, e dossi e braccia e gambe, come belve. Intorno allo stendardo tutto bianco 710par che quel pian di lor lance s’inselve: così Moratto il porta, il capo loro, per dipingerlo poi di sangue Moro. – | Questi ultimi sono circa sedicimila, robusti e pelosi, guidati da Moratto sotto una bandiera bianca che sperano di macchiare con sangue saraceno. |
| Ottava 90 Mentre Ruggier di quella gente bella, che per soccorrer Francia si prepara, 715mira le varie insegne e ne favella, e dei signor britanni i nomi impara; uno ed un altro a lui, per mirar quella bestia sopra cui siede, unica o rara, maraviglioso corre e stupefatto; 720e tosto il cerchio intorno gli fu fatto. | Mentre Ruggiero contempla l'esercito, i soldati si affollano attorno all'ippogrifo, stupiti dalla creatura mai vista. |
| Ottava 91 Sì che per dare ancor più maraviglia, e per pigliarne il buon Ruggier più gioco, al volante corsier scuote la briglia, e con gli sproni ai fianchi il tocca un poco: 725quel verso il ciel per l’aria il camin piglia, e lascia ognuno attonito in quel loco. Quindi Ruggier, poi che di banda in banda vide gl’Inglesi, andò verso l’Irlanda. | Per meravigliarli ancora, Ruggiero si alza in volo e si allontana, dirigendosi verso l'Irlanda. |
| Ottava 92 E vide Ibernia fabulosa, dove 730il santo vecchiarel fece la cava, in che tanta mercé par che si truove, che l’uom vi purga ogni sua colpa prava. Quindi poi sopra il mare il destrier muove là dove la minor Bretagna lava: 735e nel passar vide, mirando a basso, Angelica legata al nudo sasso. | Dopo aver sorvolato l'Irlanda e i luoghi delle sue leggende religiose, attraversa il mare verso la Bretagna e scorge Angelica incatenata su uno scoglio. |
| Ottava 93 Al nudo sasso, all’Isola del pianto; che l’Isola del pianto era nomata quella che da crudele e fiera tanto 740ed inumana gente era abitata, che (come io vi dicea sopra nel canto) per vari liti sparsa iva in armata tutte le belle donne depredando, per farne a un mostro poi cibo nefando. | È Ebuda, l'isola del pianto, dove gli abitanti catturano le donne per sacrificarle a un mostro marino. |
| Ottava 94 745Vi fu legata pur quella matina, dove venìa per trangugiarla viva quel smisurato mostro, orca marina, che di aborrevole esca si nutriva. Dissi di sopra, come fu rapina 750di quei che la trovaro in su la riva dormire al vecchio incantatore a canto, ch’ivi l’avea tirata per incanto. | Angelica è stata legata allo scoglio proprio quella mattina, dopo essere stata rapita mentre dormiva vicino all'eremita. |
| Ottava 95 La fiera gente inospitale e cruda alla bestia crudel nel lito espose 755la bellissima donna, così ignuda come Natura prima la compose. Un velo non ha pure, in che richiuda i bianchi gigli e le vermiglie rose, da non cader per luglio o per dicembre, 760di che son sparse le polite membre. | Gli isolani l'hanno lasciata completamente nuda e indifesa, perché il mostro la divori. |
| Ottava 96 Creduto avria che fosse statua finta o d’alabastro o d’altri marmi illustri Ruggiero, e su lo scoglio così avinta per artificio di scultori industri; 765se non vedea la lacrima distinta tra fresche rose e candidi ligustri far rugiadose le crudette pome, e l’aura sventolar l’aurate chiome. | Ruggiero la scambia dapprima per una statua di marmo, finché vede le lacrime sul volto e i capelli agitati dal vento. |
| Ottava 97 E come ne’ begli occhi gli occhi affisse, 770de la sua Bradamante gli sovvenne. Pietade e amore a un tempo lo trafisse, e di piangere a pena si ritenne; e dolcemente alla donzella disse, poi che del suo destrier frenò le penne: 775– O donna, degna sol de la catena con chi i suoi servi Amor legati mena, | Vedendola piangere, pensa a Bradamante e prova una forte compassione; atterra e domanda chi abbia osato imprigionarla. |
| Ottava 98 e ben di questo e d’ogni male indegna, chi è quel crudel che con voler perverso d’importuno livor stringendo segna 780di queste belle man l’avorio terso? – Forza è ch’a quel parlare ella divegna quale è di grana un bianco avorio asperso, di sé vedendo quelle parti ignude, ch’ancor che belle sian, vergogna chiude. | Angelica arrossisce per la vergogna della propria nudità, non potendo nemmeno coprirsi il viso con le mani incatenate. |
| Ottava 99 785E coperto con man s’avrebbe il volto, se non eran legate al duro sasso; ma del pianto, ch’almen non l’era tolto, lo sparse, e si sforzò di tener basso. E dopo alcun’ signozzi il parlar sciolto, 790incominciò con fioco suono e lasso: ma non seguì; che dentro il fe’ restare il gran rumor che si sentì nel mare. | La giovane cerca di rispondere tra i singhiozzi, ma un grande fragore proveniente dal mare le interrompe la voce. |
| Ottava 100 Ecco apparir lo smisurato mostro mezzo ascoso ne l’onda e mezzo sorto. 795Come sospinto suol da borea o d’ostro venir lungo navilio a pigliar porto, così ne viene al cibo che l’è mostro la bestia orrenda; e l’intervallo è corto. La donna è mezza morta di paura; 800né per conforto altrui si rassicura. | Il mostro marino si avvicina come una grande nave sospinta dal vento; Angelica è paralizzata dal terrore. |
| Ottava 101 Tenea Ruggier la lancia non in resta, ma sopra mano, e percoteva l’orca. Altro non so che s’assimigli a questa, ch’una gran massa che s’aggiri e torca; 805né forma ha d’animal, se non la testa, c’ha gli occhi e i denti fuor, come di porca. Ruggier in fronte la ferìa tra gli occhi; ma par che un ferro o un duro sasso tocchi. | Dall'ippogrifo Ruggiero colpisce il mostro con la lancia, ma la sua pelle è dura come metallo o pietra. |
| Ottava 102 Poi che la prima botta poco vale, 810ritorna per far meglio la seconda. L’orca, che vede sotto le grandi ale l’ombra di qua e di là correr su l’onda, lascia la preda certa litorale, e quella vana segue furibonda: 815dietro quella si volve e si raggira. Ruggier giù cala, e spessi colpi tira. | Ruggiero continua l'attacco; l'orca abbandona momentaneamente Angelica e insegue l'ombra dell'ippogrifo sull'acqua. |
| Ottava 103 Come d’alto venendo aquila suole, ch’errar fra l’erbe visto abbia la biscia, o che stia sopra un nudo sasso al sole, 820dove le spoglie d’oro abbella e liscia; non assalir da quel lato la vuole onde la velenosa e soffia e striscia, ma da tergo la adugna, e batte i vanni, acciò non se le volga e non la azzanni: | Come un'aquila che assale un serpente da dietro per evitarne il morso, Ruggiero cerca il punto più sicuro da cui ferire. |
| Ottava 104 825così Ruggier con l’asta e con la spada, non dove era de’ denti armato il muso, ma vuol che ’l colpo tra l’orecchie cada, or su le schene, or ne la coda giuso. Se la fera si volta, ei muta strada, 830ed a tempo giù cala, e poggia in suso: ma come sempre giunga in un diaspro, non può tagliar lo scoglio duro ed aspro. | Attacca da lati diversi, evitando la bocca, ma ogni colpo rimbalza sulla corazza del mostro senza ferirlo. |
| Ottava 105 Simil battaglia fa la mosca audace contra il mastin nel polveroso agosto, 835o nel mese dinanzi o nel seguace, l’uno di spiche e l’altro pien di mosto: negli occhi il punge e nel grifo mordace, volagli intorno e gli sta sempre accosto; e quel suonar fa spesso il dente asciutto: 840ma un tratto che gli arrivi, appaga il tutto. | La lotta somiglia a quella di una mosca contro un mastino: il piccolo attaccante irrita il gigante, che potrebbe distruggerlo con un solo colpo. |
| Ottava 106 Sì forte ella nel mar batte la coda, che fa vicino al ciel l’acqua inalzare; tal che non sa se l’ale in aria snoda, o pur se ’l suo destrier nuota nel mare. 845Gli è spesso che disia trovarsi a proda; che se lo sprazzo in tal modo ha a durare, teme sì l’ale inaffi all’ippogrifo, che brami invano avere o zucca o schifo. | L'orca agita la coda e solleva tanta acqua da minacciare le ali dell'ippogrifo; Ruggiero teme che l'animale perda la capacità di volare. |
| Ottava 107 Prese nuovo consiglio, e fu il migliore, 850di vincer con altre arme il mostro crudo: abbarbagliar lo vuol con lo splendore ch’era incantato nel coperto scudo. Vola nel lito; e per non fare errore, alla donna legata al sasso nudo 855lascia nel minor dito de la mano l’annel, che potea far l’incanto vano: | Decide di usare lo scudo luminoso e, per proteggere Angelica dall'incantesimo, le mette al dito l'anello magico. |
| Ottava 108 dico l’annel che Bradamante avea, per liberar Ruggier, tolto a Brunello, poi per trarlo di man d’Alcina rea, 860mandato in India per Melissa a quello. Melissa (come dianzi io vi dicea) in ben di molti adoperò l’annello; indi l’avea a Ruggier restituito, dal qual poi sempre fu portato in dito. | È l'anello che Bradamante aveva tolto a Brunello e affidato a Melissa, poi restituito a Ruggiero dopo averlo liberato da Alcina. |
| Ottava 109 865Lo dà ad Angelica ora, perché teme che del suo scudo il fulgurar non viete, e perché a lei ne sien difesi insieme gli occhi che già l’avean preso alla rete. Or viene al lito e sotto il ventre preme 870ben mezzo il mar la smisurata cete. Sta Ruggiero alla posta, e lieva il velo; e par ch’aggiunga un altro sole al cielo. | L'anello deve impedire che la luce stordisca Angelica. Quando il mostro torna vicino alla riva, Ruggiero scopre lo scudo accecante. |
| Ottava 110 Ferì negli occhi l’incantato lume di quella fera, e fece al modo usato. 875Quale o trota o scaglion va giù pel fiume c’ha con calcina il montanar turbato, tal si vedea ne le marine schiume il mostro orribilmente riversciato. Di qua di là Ruggier percuote assai, 880ma di ferirlo via non truova mai. | L'orca rimane stordita e si rovescia fra le onde; Ruggiero cerca ancora di colpirla, ma non riesce a perforarne la pelle. |
| Ottava 111 La bella donna tuttavolta priega ch’invan la dura squama oltre non pesti. – Torna, per Dio, signor: prima mi slega (dicea piangendo), che l’orca si desti: 885portami teco e in mezzo il mar mi anniega: non far ch’in ventre al brutto pesce io resti. – Ruggier, commosso dunque al giusto grido, slegò la donna, e la levò dal lido. | Angelica lo supplica di smettere e liberarla prima che il mostro si risvegli; Ruggiero ascolta e spezza le catene. |
| Ottava 112 Il destrier punto, ponta i piè all’arena 890e sbalza in aria, e per lo ciel galoppa; e porta il cavalliero in su la schena, e la donzella dietro in su la groppa. Così privò la fera de la cena per lei soave e delicata troppa. 895Ruggier si va volgendo, e mille baci figge nel petto e negli occhi vivaci. | I due salgono sull'ippogrifo e fuggono in cielo, lasciando il mostro senza preda; Ruggiero, preso dal desiderio, bacia Angelica. |
| Ottava 113 Non più tenne la via, come propose prima, di circundar tutta la Spagna; ma nel propinquo lito il destrier pose, 900dove entra in mar più la minor Bretagna. Sul lito un bosco era di querce ombrose, dove ognor par che Filomena piagna; ch’in mezzo avea un pratel con una fonte, e quinci e quindi un solitario monte. | Abbandona il progetto di circumnavigare la Spagna e atterra su una costa bretone, in un bosco con una sorgente e un prato isolato. |
| Ottava 114 905Quivi il bramoso cavallier ritenne l’audace corso, e nel pratel discese; e fe’ raccorre al suo destrier le penne, ma non a tal che più le avea distese. Del destrier sceso, a pena si ritenne 910di salir altri; ma tennel l’arnese: l’arnese il tenne, che bisognò trarre, e contra il suo disir messe le sbarre. | Ruggiero scende e tenta subito di avvicinarsi alla ragazza, ma l'armatura gli impedisce i movimenti e deve toglierla. |
| Ottava 115 Frettoloso, or da questo or da quel canto confusamente l’arme si levava. 915Non gli parve altra volta mai star tanto; che s’un laccio sciogliea, dui n’annodava. Ma troppo è lungo ormai, Signor, il canto, e forse ch’anco l’ascoltar vi grava: sì ch’io differirò l’istoria mia 920in altro tempo che più grata sia. | L'impazienza lo rende goffo: mentre slaccia un pezzo dell'armatura ne impiglia un altro. Il poeta interrompe qui il racconto. |