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La Divina Commedia · Purgatorio

Canto XIII

Riassunto

Nella seconda cornice, dedicata agli invidiosi, voci invisibili proclamano esempi di carità. Le anime, appoggiate alla parete, hanno le palpebre cucite con filo di ferro. Dante parla con Sapia senese, che riconosce di aver gioito per la sconfitta dei propri concittadini e chiede di essere ricordata ai vivi.

Testo originale e parafrasi

Testo originaleParafrasi
1Noi eravamo al sommo de la scala,
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala.
Ivi così una cornice lega
5dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l'arco suo più tosto piega.
Ombra non lì è né segno che si paia:
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la petraia.
10«Se qui per dimandar gente s'aspetta»,
ragionava il poeta, «io temo forse
che troppo avrà d'indugio nostra eletta».
Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
15e la sinistra parte di sé torse.
«O dolce lume a cui fidanza i' entro
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
dicea, «come condur si vuol quinc' entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr' esso luci;
20s'altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci».
Quanto di qua per un migliaio si conta,
tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;
25e verso noi volar furon sentiti,
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d'amor cortesi inviti.
La prima voce che passò volando
'Vinum non habent' altamente disse,
30e dietro a noi l'andò reïterando.
Raggiungiamo la seconda cornice del Purgatorio, dove sono purificati gli invidiosi. Il luogo è spoglio: non vi sono figure da ammirare sulla parete, solo roccia e spazio vuoto. Virgilio chiede al sole di guidarci. Mentre procediamo sentiamo voci invisibili che attraversano rapidamente l'aria. La prima ricorda Maria alle nozze di Cana che, accorgendosi della mancanza di vino, si preoccupò del bisogno degli altri; la seconda richiama l'amicizia di Oreste e Pilade. Sono esempi di amore generoso contrapposto all'invidia.
E prima che del tutto non si udisse
per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
passò gridando, e anco non s'affisse.
«Oh!», diss' io, «padre, che voci son queste?».
35E com' io domandai, ecco la terza
dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
E 'l buon maestro: «Questo cinghio sferza
la colpa de la invidia, e però sono
tratte d'amor le corde de la ferza.
40Lo fren vuol esser del contrario suono;
credo che l'udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
45e ciascun è lungo la grotta assiso».
Allora più che prima li occhi apersi;
guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.
E poi che fummo un poco più avanti,
50udia gridar: 'Maria, òra per noi':
gridar 'Michele' e 'Pietro' e 'Tutti santi'.
Non credo che per terra vada ancoi
omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi poi;
55ché, quando fui sì presso di lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave dolor munto.
Di vil ciliccio mi parean coperti,
e l'un sofferia l'altro con la spalla,
60e tutti da la ripa eran sofferti.
Un'ultima voce esorta ad amare anche chi ci ha fatto del male. Virgilio spiega che queste voci costituiscono la frusta morale con cui viene corretta l'invidia: più avanti sentiremo esempi di questo vizio punito. Osservo finalmente le anime, sedute una accanto all'altra lungo la parete e vestite di rozzi mantelli grigi come la pietra. Invocano la Vergine, l'arcangelo Michele, san Pietro e gli altri santi. La loro condizione è tanto pietosa che sarebbe impossibile non esserne commossi.
Così li ciechi a cui la roba falla,
stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
perché 'n altrui pietà tosto si pogna,
65non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno agogna.
E come a li orbi non approda il sole,
così a l'ombre quivi, ond' io parlo ora,
luce del ciel di sé largir non vole;
70ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.
A me pareva, andando, fare oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
75per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
Ben sapev' ei che volea dir lo muto;
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
Virgilio mi venìa da quella banda
80de la cornice onde cader si puote,
perché da nulla sponda s'inghirlanda;
da l'altra parte m'eran le divote
ombre, che per l'orribile costura
premevan sì, che bagnavan le gote.
85Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
incominciai, «di veder l'alto lume
che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
se tosto grazia resolva le schiume
di vostra coscïenza sì che chiaro
90per essa scenda de la mente il fiume,
Gli invidiosi somigliano a mendicanti ciechi che si appoggiano gli uni agli altri chiedendo misericordia. Le loro palpebre sono cucite con filo di ferro, come si fa talvolta per rendere tranquillo un falcone: non possono più indirizzare agli altri uno sguardo maligno. Mi vergogno quasi di poterli vedere senza essere visto. Virgilio comprende e mi invita a parlare con loro. Mi rivolgo a quelle anime, sicure un giorno di contemplare Dio, chiedendo se tra loro vi sia qualcuno che visse in Italia.
ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
s'anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s'i' l'apparo».
«O frate mio, ciascuna è cittadina
95d'una vera città; ma tu vuo' dire
che vivesse in Italia peregrina».
Questo mi parve per risposta udire
più innanzi alquanto che là dov' io stava,
ond' io mi feci ancor più là sentire.
100Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
lo mento a guisa d'orbo in sù levava.
«Spirto», diss' io, «che per salir ti dome,
se tu se' quelli che mi rispondesti,
105fammiti conto o per luogo o per nome».
«Io fui sanese», rispuose, «e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti.
Savia non fui, avvegna che Sapìa
110fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.
E perché tu non creda ch'io t'inganni,
odi s'i' fui, com' io ti dico, folle,
già discendendo l'arco d'i miei anni.
115Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
120letizia presi a tutte altre dispari,
Una voce mi risponde che tutte le anime hanno come vera patria il cielo e che io intendo soltanto chiedere chi abbia vissuto temporaneamente in Italia. Mi avvicino e incontro una donna di Siena, che si presenta come Sapia. Il suo nome farebbe pensare alla saggezza, ma confessa di essersi comportata da folle: godeva delle disgrazie altrui più che della propria felicità. Ricorda quando, già anziana, pregò per la sconfitta dei suoi concittadini nella battaglia di Colle e, vedendoli vinti e inseguiti, si rallegrò fino a sfidare provocatoriamente Dio.
tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia,
gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",
come fé 'l merlo per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo stremo
125de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.
130Ma tu chi se', che nostre condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sì com' io credo, e spirando ragioni?».
«Li occhi», diss' io, «mi fieno ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
135fatta per esser con invidia vòlti.
Troppa è più la paura ond' è sospesa
l'anima mia del tormento di sotto,
che già lo 'ncarco di là giù mi pesa».
Ed ella a me: «Chi t'ha dunque condotto
140qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
E io: «Costui ch'è meco e non fa motto.
E vivo sono; e però mi richiedi,
spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
di là per te ancor li mortai piedi».
145«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;
però col priego tuo talor mi giova.
E cheggioti, per quel che tu più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
150che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch'a trovar la Diana;
ma più vi perderanno li ammiragli».
Sapia racconta di essersi pentita soltanto alla fine della vita. Le preghiere di Pier Pettinaio, uomo devoto, le hanno però abbreviato la pena. Si meraviglia che io possa guardare liberamente e respirare. Dico che sono vivo e che in questa cornice soffrirò poco, mentre temo soprattutto la pena dei superbi: riconosco infatti di aver coltivato più superbia che invidia. Le offro il mio aiuto quando tornerò fra i vivi. Sapia mi prega di far conoscere la sua condizione ai suoi parenti e conclude con un'amara ironia sulle imprese e speranze mal riposte dei senesi.