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La Divina Commedia · Purgatorio

Canto XII

Riassunto

Sulla cornice Dante osserva altri rilievi che mostrano esempi di superbia punita, da Lucifero a figure della tradizione biblica e classica. Un angelo cancella una delle P dalla sua fronte e indica la scala verso la cornice successiva. Dante avverte il corpo alleggerito e sente proclamare la beatitudine degli umili.

Testo originale e parafrasi

Testo originaleParafrasi
1Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m'andava io con quell' anima carca,
fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
5ché qui è buono con l'ali e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
dritto sì come andar vuolsi rife'mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.
10Io m'era mosso, e seguia volontieri
del mio maestro i passi, e amendue
già mostravam com' eravam leggeri;
ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
buon ti sarà, per tranquillar la via,
15veder lo letto de le piante tue».
Come, perché di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch'elli eran pria,
onde lì molte volte si ripiagne
20per la puntura de la rimembranza,
che solo a' pïi dà de le calcagne;
sì vid' io lì, ma di miglior sembianza
secondo l'artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.
25Vedea colui che fu nobil creato
più ch'altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da l'un lato.
Vedëa Brïareo fitto dal telo
celestïal giacer, da l'altra parte,
30grave a la terra per lo mortal gelo.
Continuo a camminare con Oderisi, chinato quanto lui, finché Virgilio mi invita a rialzarmi e a procedere: il tempo non va sprecato. Guardando il pavimento della cornice, vedo scolpiti a terra esempi terribili di orgoglio punito. Riconosco Lucifero precipitato dal cielo, il gigante Briareo sconfitto dagli dèi e gli altri ribelli vinti. La disposizione dei rilievi obbliga a guardare in basso proprio chi in vita voleva stare sopra gli altri.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d'i Giganti sparte.
Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
35quasi smarrito, e riguardar le genti
che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro.
O Nïobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
40O Saùl, come in su la propria spada
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né rugiada!
O folle Aragne, sì vedea io te
già mezza ragna, trista in su li stracci
45de l'opera che mal per te si fé.
O Roboàm, già non par che minacci
quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro pavimento
50come Almeon a sua madre fé caro
parer lo sventurato addornamento.
Mostrava come i figli si gittaro
sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.
55Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
«Sangue sitisti, e io di sangue t'empio».
Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
60e anche le reliquie del martiro.
Proseguo nell'osservazione dei riquadri: ci sono Nembrot, responsabile della torre di Babele, Niobe disperata dopo l'uccisione dei figli, Saul morto sulla propria spada, Aracne trasformata in ragno per aver sfidato una dea, Roboamo costretto alla fuga e altri personaggi delle Scritture, della storia e del mito. Ogni immagine fa vedere un modo diverso in cui la presunzione, la ribellione o il vanto di sé si concludono nella sconfitta.
Vedeva Troia in cenere e in caverne;
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne!
Qual di pennel fu maestro o di stile
65che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?
Morti li morti e i vivi parean vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant' io calcai, fin che chinato givi.
70Or superbite, e via col viso altero,
figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro mal sentero!
Più era già per noi del monte vòlto
e del cammin del sole assai più speso
75che non stimava l'animo non sciolto,
quando colui che sempre innanzi atteso
andava, cominciò: «Drizza la testa;
non è più tempo di gir sì sospeso.
Vedi colà un angel che s'appresta
80per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dì l'ancella sesta.
Di reverenza il viso e li atti addorna,
sì che i diletti lo 'nvïarci in suso;
pensa che questo dì mai non raggiorna!».
85Io era ben del suo ammonir uso
pur di non perder tempo, sì che 'n quella
materia non potea parlarmi chiuso.
A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
90par tremolando mattutina stella.
Altri rilievi mostrano le conseguenze della superbia in figure di violenza e di inganno: si vedono eventi di guerra, sovrani sconfitti e città cadute, fino a Troia, un tempo gloriosa e ora distrutta. La straordinaria arte divina rende queste scene vive come se si svolgessero davanti ai miei occhi. Le osservo con dolore e mi rivolgo all'umanità affinché riconosca nelle vicende altrui il proprio rischio di rovina.
Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
disse: «Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi:
95o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così cadi?».
Menocci ove la roccia era tagliata;
quivi mi batté l'ali per la fronte;
poi mi promise sicura l'andata.
100Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
si rompe del montar l'ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
105ch'era sicuro il quaderno e la doga;
così s'allenta la ripa che cade
quivi ben ratta da l'altro girone;
ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
Noi volgendo ivi le nostre persone,
110'Beati pauperes spiritu!' voci
cantaron sì, che nol diria sermone.
Ahi quanto son diverse quelle foci
da l'infernali! ché quivi per canti
s'entra, e là giù per lamenti feroci.
115Già montavam su per li scaglion santi,
ed esser mi parea troppo più lieve
che per lo pian non mi parea davanti.
Ond' io: «Maestro, dì, qual cosa greve
levata s'è da me, che nulla quasi
120per me fatica, andando, si riceve?».
Mentre camminiamo Virgilio mi avverte che è arrivato un angelo e ci chiama verso il passaggio superiore. La creatura celeste risplende di benevolenza e indica una scala incavata nella roccia. Ci invita a salire, ricordando la beatitudine riservata ai poveri in spirito. Sento un tocco leggero sulle ali della mia fronte: una delle sette P incise dal guardiano scompare. La pena della superbia è stata attraversata e il mio corpo sembra diventare meno pesante.
Rispuose: «Quando i P che son rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com' è l'un, del tutto rasi,
fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
125che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù pinti».
Allor fec' io come color che vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
130per che la mano ad accertar s'aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir per la veduta;
e con le dita de la destra scempie
trovai pur sei le lettere che 'ncise
135quel da le chiavi a me sovra le tempie:
a che guardando, il mio duca sorrise.
Domando a Virgilio perché mi sembri di camminare più facilmente rispetto a prima. Egli spiega che, via via che gli angeli cancelleranno dalla mia fronte i segni dei peccati, diminuirà la resistenza al salire, fino a trasformare la fatica in desiderio gioioso. Porto una mano alla fronte per verificare e scopro che le lettere sono ormai sei. La salita riprende nella luce e nella speranza.