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Primo Levi · Se questo è un uomo, capitolo II «Sul fondo»

L’arrivo nel Lager

L’autore, l’opera e il brano

Ritratto fotografico di Primo Levi

L’autore · Primo Levi (1919–1987)

Primo Levi nasce a Torino in una famiglia ebrea. Nel 1941 si laurea in Chimica e inizia a lavorare in una fabbrica di medicinali. Catturato dai fascisti nel dicembre 1943, viene deportato nel Lager di Buna-Monowitz, appartenente al sistema dei Lager di Auschwitz, in Polonia. Dopo la liberazione del campo, tornato in Italia, scrive Se questo è un uomo (1947). Nel 1963 esce La tregua, che narra l’odissea del ritorno da Auschwitz. Dopo i due libri di memorie, Levi pubblica la raccolta di racconti Il sistema periodico (1975), il romanzo La chiave a stella (1978) e il saggio I sommersi e i salvati (1986). Muore suicida nel 1987.

L’opera · Se questo è un uomo

Apparso dapprima nel 1947, il libro fu poi riedito nel 1956 da Einaudi. In 17 brevi capitoli, Levi rievoca in prima persona la propria detenzione ad Auschwitz. La vita nel campo comporta un totale abbrutimento dei deportati, sui quali i nazisti infieriscono con torture fisiche e morali, distruggendone la dignità con turni di lavoro massacranti, percosse e ogni forma di violenza. Le ultime pagine di Se questo è un uomo registrano in forma di diario i dieci giorni in cui Levi e i compagni restano preda della fame e del freddo nel Lager lasciato incustodito, finché il 27 gennaio giungono i soldati dell’Armata Rossa a liberare il campo.

Introduzione al brano

Il brano riportato è tratto dal secondo capitolo, intitolato Sul fondo, in cui l’autore descrive l’arrivo degli ebrei italiani nel Lager. Dopo un terribile viaggio di cinque giorni su un vagone merci, e dopo una prima sommaria selezione degli uomini validi (95 su 650), fatta in piena notte su una banchina della stazione ferroviaria di Auschwitz, Levi viene trasferito con una trentina di compagni al campo di lavoro di Buna-Monowitz.

L’autore rievoca l’ingresso nel Lager e le violenze fisiche e psicologiche a cui i prigionieri vengono sottoposti per fiaccarne la dignità, individuando nell’annientamento della dimensione umana il carattere peculiare della violenza del Lager. Fin dal loro ingresso nel campo, Levi e i suoi compagni comprendono di essere entrati in un mondo assurdo e insensato.

Il testo

Il viaggio non durò che una ventina di minuti1. Poi l’autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi.

Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscio dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l’acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è una beffa, «essi»2 sanno che noi moriamo di sete, e ci mettono in una camera, e c’è un rubinetto, e Wassertrinken verboten3. Io bevo, e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l’acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude. Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia.

Non siamo morti; la porta si è aperta ed è entrata una SS4, sta fumando. Ci guarda senza fretta, chiede: «Wer kann Deutsch?5». Si fa avanti uno fra noi che non ho mai visto, si chiama Flesch; sarà lui il nostro interprete. La SS fa un lungo discorso pacato: l’interprete traduce. Bisogna mettersi in fila per cinque, a intervalli di due metri fra uomo e uomo; poi bisogna spogliarsi e fare un fagotto degli abiti in un certo modo, gli indumenti di lana da una parte e tutto il resto dall’altra, togliersi le scarpe ma far molta attenzione di non farcele rubare.

Rubare da chi? perché ci dovrebbero rubare le scarpe? e i nostri documenti, il poco che abbiamo in tasca, gli orologi? Tutti guardiamo l’interprete, e l’interprete interrogò il tedesco, e il tedesco fumava e lo guardò da parte a parte come se fosse stato trasparente, come se nessuno avesse parlato. Non avevo mai visto uomini anziani nudi. Il signor Bergmann portava il cinto erniario6, e chiese all’interprete se doveva posarlo, e l’interprete esitò. Ma il tedesco comprese, e parlò seriamente all’interprete indicando qualcuno; abbiamo visto l’interprete trangugiare7, e poi ha detto: «Il maresciallo dice di deporre il cinto, e che le sarà dato quello del signor Coen». Si vedevano le parole uscire amare dalla bocca di Flesch, quello era il modo di ridere del tedesco.

Poi viene un altro tedesco, e dice di mettere le scarpe in un certo angolo, e noi le mettiamo, perché ormai è finito e ci sentiamo fuori del mondo e l’unica cosa è obbedire. Viene uno con la scopa e scopa via tutte le scarpe, via fuori dalla porta in un mucchio. È matto, le mescola tutte, novantasei paia, poi saranno spaiate. La porta dà all’esterno, entra un vento gelido e noi siamo nudi e ci copriamo il ventre con le braccia. Il vento sbatte e richiude la porta; il tedesco la riapre, e sta a vedere con aria assorta come ci contorciamo per ripararci dal vento uno dietro l’altro; poi se ne va e la richiude. Adesso è il secondo atto. Entrano con violenza quattro con rasoi, pennelli e tosatrici, hanno pantaloni e giacche a righe, un numero cucito sul petto; forse sono della specie di quegli altri8 di stasera (stasera o ieri sera?); ma questi sono robusti e floridi. Noi facciamo molte domande, loro invece ci agguantano e in un momento ci troviamo rasi e tosati. Che facce goffe abbiamo senza capelli! I quattro parlano una lingua che non sembra di questo mondo, certo non è tedesco, io un poco il tedesco lo capisco. Finalmente si apre un’altra porta: eccoci tutti chiusi, nudi tosati e in piedi, coi piedi nell’acqua, è una sala di docce. Siamo soli, a poco a poco lo stupore si scioglie e parliamo, e tutti domandano e nessuno risponde. Se siamo nudi in una sala di docce, vuol dire che faremo la doccia. Se faremo la doccia, è perché non ci ammazzano ancora. E allora perché ci fanno stare in piedi, e non ci danno da bere, e nessuno ci spiega niente, e non abbiamo né scarpe né vestiti ma siamo tutti nudi coi piedi nell’acqua, e fa freddo ed è cinque giorni che viaggiamo e non possiamo neppure sederci. E le nostre donne?

L’ingegner Levi mi chiede se penso che anche le nostre donne siano così come noi in questo momento, e dove sono, e se le potremo rivedere. Io rispondo che sì, perché lui è sposato e ha una bambina; certo le rivedremo. Ma ormai la mia idea è che tutto questo è una grande macchina per ridere di noi e vilipenderci9, e poi è chiaro che ci uccidono, chi crede di vivere è pazzo, vuol dire che ci è cascato, io no, io ho capito che presto sarà finita, forse in questa stessa camera, quando si saranno annoiati di vederci nudi, ballare da un piede all’altro e provare ogni tanto a sederci sul pavimento, ma ci sono tre dita d’acqua fredda e non ci possiamo sedere. Andiamo in su e in giù senza costrutto10, e parliamo, ciascuno parla con tutti gli altri, questo fa molto chiasso. Si apre la porta, entra un tedesco, è il maresciallo di prima; parla breve, l’interprete traduce. «Il maresciallo dice che dovete fare silenzio, perché questa non è una scuola rabbinica11». Si vedono le parole non sue, le parole cattive, torcergli la bocca uscendo, come se sputasse un boccone disgustoso. Lo preghiamo di chiedergli che cosa aspettiamo, quanto tempo ancora staremo qui, delle nostre donne, tutto: ma lui dice di no, che non vuol chiedere. Questo Flesch, che si adatta molto a malincuore a tradurre in italiano frasi tedesche piene di gelo, e rifiuta di volgere in tedesco le nostre domande perché sa che è inutile, è un ebreo tedesco sulla cinquantina, che porta in viso la grossa cicatrice di una ferita riportata combattendo contro gli italiani sul Piave12. È un uomo chiuso e taciturno, per il quale provo un istintivo rispetto perché sento che ha cominciato a soffrire prima di noi.

Il tedesco se ne va, e noi adesso stiamo zitti, quantunque ci vergogniamo un poco di stare zitti. Era ancora notte, ci chiedevamo se mai sarebbe venuto il giorno. Di nuovo si aprì la porta, ed entrò uno vestito a righe. Era diverso dagli altri, più anziano, cogli occhiali, un viso più civile, ed era molto meno robusto. Ci parla, e parla italiano.

Oramai siamo stanchi di stupirci. Ci pare di assistere a qualche dramma pazzo, di quei drammi in cui vengono sulla scena le streghe, lo Spirito Santo e il demonio. Parla italiano malamente, con un forte accento straniero. Ha fatto un lungo discorso, è molto cortese, cerca di rispondere a tutte le nostre domande.

Noi siamo a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in Alta Slesia: una regione abitata promiscuamente13 da tedeschi e polacchi. Questo campo è un campo di lavoro, in tedesco si dice ArbeitsLager; tutti i prigionieri (sono circa diecimila) lavorano ad una fabbrica di gomma che si chiama la Buna, perciò il campo stesso si chiama Buna.

Riceveremo scarpe e vestiti, no, non i nostri: altre scarpe, altri vestiti, come i suoi. Ora siamo nudi perché aspettiamo la doccia e la disinfezione, le quali avranno luogo subito dopo la sveglia, perché in campo non si entra se non si fa la disinfezione.

Certo, ci sarà da lavorare, tutti qui devono lavorare. Ma c’è lavoro e lavoro: lui, per esempio, fa il medico, è un medico ungherese che ha studiato in Italia; è il dentista del Lager. È in Lager da quattro anni (non in questo: la Buna esiste da un anno e mezzo soltanto), eppure, possiamo vederlo, sta bene, non è molto magro. Perché è in Lager? È ebreo come noi? «No», dice lui con semplicità, «io sono un criminale14».

Noi gli facciamo molte domande, lui qualche volta ride, risponde ad alcune e non ad altre, si vede bene che evita certi argomenti. Delle donne non parla: dice che stanno bene, che presto le rivedremo, ma non dice né come né dove. Invece ci racconta altro, cose strane e folli, forse anche lui si fa gioco di noi. Forse è matto: in Lager si diventa matti. Dice che tutte le domeniche ci sono concerti e partite di calcio. Dice che chi tira bene di boxe può diventare cuoco. Dice che chi lavora bene riceve buoni-premio con cui ci si può comprare tabacco e sapone. Dice che veramente l’acqua non è potabile, e che invece ogni giorno si distribuisce un surrogato di caffè, ma generalmente nessuno lo beve, perché la zuppa stessa è acquosa quanto basta per soddisfare la sete. Noi lo preghiamo di procurarci qualcosa da bere, ma lui dice che non può, che è venuto a vederci di nascosto, contro il divieto delle SS, perché noi siamo ancora da disinfettare, e deve andarsene subito; è venuto perché gli sono simpatici gli italiani, e perché, dice, «ha un po’ di cuore». Noi gli chiediamo ancora se ci sono altri italiani in campo, e lui dice che ce n’è qualcuno, pochi, non sa quanti, e subito cambia discorso. In quel mentre ha suonato una campana, e lui è subito fuggito, e ci ha lasciati attoniti e sconcertati. Qualcuno si sente rinfrancato, io no, io continuo a pensare che anche questo dentista, questo individuo incomprensibile, ha voluto divertirsi a nostre spese, e non voglio credere una parola di quanto ha detto.

Alla campana, si è sentito il campo buio ridestarsi. Improvvisamente l’acqua è scaturita bollente dalle docce, cinque minuti di beatitudine; ma subito dopo irrompono quattro (forse sono i barbieri) che, bagnati e fumanti, ci cacciano con urla e spintoni nella camera attigua15, che è gelida; qui altra gente urlante ci butta addosso non so che stracci, e ci schiaccia in mano un paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo tempo di comprendere e già ci troviamo all’aperto, sulla neve azzurra e gelida dell’alba, e, scalzi e nudi, con tutto il corredo in mano, dobbiamo correre fino ad un’altra baracca, a un centinaio di metri. Qui ci è concesso di vestirci. Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l’uno sull’altro. Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi16. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile.

P. Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 2005.

Note al testo

  1. Il viaggio… minuti: si tratta del breve tragitto da Auschwitz al campo di Monowitz.
  2. «essi»: i guardiani del campo.
  3. Wassertrinken verboten: Proibito bere acqua, in tedesco.
  4. una SS: un soldato delle Schutz-staffeln, un corpo paramilitare del Partito nazista.
  5. Wer kann Deutsch?: Chi sa il tedesco?
  6. cinto erniario: una sorta di cintura.
  7. trangugiare: deglutire.
  8. quegli altri: nel capitolo precedente, Levi ha descritto il suo stupore alla vista dei primi prigionieri del Lager.
  9. vilipenderci: offenderci.
  10. senza costrutto: inutilmente, senza alcun risultato.
  11. scuola rabbinica: scuola tenuta dai rabbini, i capi spirituali della comunità ebraica. La frase è volutamente offensiva.
  12. sul Piave: durante la Prima guerra mondiale.
  13. promiscuamente: in modo misto.
  14. un criminale: nei Lager venivano internati, oltre agli ebrei, anche delinquenti comuni; ma per i detenuti «ariani» non era prevista la «soluzione finale» riservata agli ebrei, cioè lo sterminio nelle camere a gas.
  15. attigua: vicina.
  16. sordidi: sporchi, malconci; l’aggettivo «sordido», derivato dal latino sordes, «sporcizia», si riferisce sia a un aspetto fisico sporco, sia a una condotta morale riprovevole e ignobile, e per estensione indica chi si comporta in modo gretto e meschino.
L’arrivo dei prigionieri ad Auschwitz nel 1944
L’arrivo dei prigionieri ad Auschwitz, 1944.
Otto Schubert, Auschwitz: dipinto riprodotto nel PDF
Otto Schubert, Auschwitz, 1948 circa. Olpe, Sammlung Gerhard Schneider.

Analisi del testo

Un’assurda crudeltà

Il brano descrive l’ingresso di Levi e dei suoi compagni nel Lager di Buna-Monowitz e il primo contatto con la sua assurda crudeltà. I prigionieri vengono fatti entrare in una stanza disadorna e costretti a spogliarsi completamente. Nudi e privati di ogni loro avere, Levi e gli altri sono poi trasferiti in una sala docce. Mentre i deportati attendono, viene a visitarli di nascosto un prigioniero anziano, medico e internato in quanto criminale (e pertanto privilegiato nell’organizzazione concentrazionaria), che sembra tentare ambiguamente di confortarli. Dopo un’attesa estenuante, al suono della campana che annuncia l’inizio di una nuova giornata e dopo una rapida doccia comune, i nuovi arrivati vengono portati all’esterno e rivestiti con la divisa del campo. Guardandosi smarriti, si rendono conto di essere giunti «sul fondo», nel cuore stesso di un Male dissennato e incomprensibile.

Una discesa agli inferi

Nel racconto di Levi, i momenti che scandiscono l’arrivo nel Lager si succedono come altrettante tappe di una progressiva discesa agli inferi («Questo è l’inferno»), al termine della quale i nuovi arrivati si ritrovano a giacere sul fondo di un abisso di malvagità terribilmente reale. Trattati come oggetti, essi sono sottoposti a un graduale ma inesorabile processo di disumanizzazione che ha come primo scopo l’annientamento della loro dignità. La tortura della sete, lo spogliarsi completamente, la tosatura, la doccia collettiva («perché noi siamo ancora da disinfettare»), la divisa: tutto contribuisce a trasformare i prigionieri in «pupazzi miserabili e sordidi», sottoposti a un incessante supplizio nel corpo e nella mente.

A rendere ancora più acuta la sofferenza contribuisce la totale assenza di comunicazione diretta fra vittime e aguzzini: le SS parlano ma non ascoltano; le domande dei detenuti restano senza risposta e anche il medico, l’unico che pare disposto a dialogare con i nuovi venuti, in realtà li inganna crudelmente. Il linguaggio stesso si trasforma in uno strumento di violenza e distorsione della verità, evidente sia nell’assurdo motto che campeggia all’ingresso di Auschwitz (Arbeit macht frei, «Il lavoro rende liberi»), sia nei secchi ordini in tedesco che l’interprete traduce «come se sputasse un boccone disgustoso».

Un dramma grottesco

Di fronte a questa fredda barbarie, il sentimento che domina nel protagonista è di lucida rassegnazione («e poi è chiaro che ci uccidono»), ma soprattutto di stupore e disorientamento, come di fronte a uno spettacolo incomprensibile. I prigionieri si ritrovano a essere protagonisti di una sorta di grottesca messinscena («Adesso è il secondo atto»). I diversi atti di questo dramma infernale sono scanditi dall’aprirsi della porta di fondo («la porta si è aperta»; «Finalmente si apre un’altra porta»; «Si apre la porta» ecc.) da cui entrano sempre nuove comparse, il cui comportamento risulta però del tutto incomprensibile. I loro ordini appaiono privi di senso ed essi «parlano una lingua che non sembra di questo mondo». Levi sottolinea più volte l’impressione che i suoi carcerieri siano folli («Forse è matto: in Lager si diventa matti») e che lui e i suoi compagni siano parte di un «dramma pazzo», di «una grande macchina per ridere di noi». Il perfetto e malefico meccanismo del Lager rivela così tutta la sua aberrante gratuità, la sua lucida follia finalizzata esclusivamente alla «demolizione dell’uomo».

Lo scrivere chiaro

Il testo offre un esempio della struttura tipica della prosa di Levi, basata sulla compresenza di narrazione e riflessione. Nella prima parte, il brano si sviluppa come racconto del narratore-protagonista, mentre nella parte finale emerge la riflessione che spiega il titolo del capitolo («Sul fondo»), unita all’appello diretto al lettore. La drammaticità degli eventi narrati risulta con particolare efficacia grazie alla scelta di uno stile sobrio e pacato, che non esterna giudizi diretti ma lascia che siano i fatti stessi, rievocati con lucida chiarezza, a parlare al cuore del lettore. La volontà di far comprendere appieno l’accaduto induce l’autore all’uso di una forma essenziale, in cui i periodi, brevi e incisivi, si succedono per coordinazione e talora per polisindeto. Sono frequenti anche le ripetizioni di singoli termini e immagini («sete», «acqua», «beviamo», «acqua», «sete», «bevo», «acqua»), quasi a rendere l’atmosfera allucinata della situazione e a testimoniarne la verità. Del tutto particolare è anche l’alternanza nell’uso delle persone e dei tempi verbali: al prevalere del «noi» collettivo si sostituisce talvolta la prima persona, che concentra l’attenzione sulle reazioni individuali dell’io narrante, mentre sul piano temporale alla rievocazione memoriale si alterna l’uso del presente, sia nei momenti di maggiore tensione («Entrano con violenza quattro con rasoi…») sia nella riflessione finale.