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L’Orlando furioso · Ludovico Ariosto

Canto quarantatreesimo

Testo originale e parafrasi

Ogni ottava affianca il testo originale alla parafrasi in italiano contemporaneo.

Testo originaleParafrasi
Ottava 1
1O esecrabile Avarizia, o ingorda
fame d’avere, io non mi maraviglio
ch’ad alma vile e d’altre macchie lorda,
sì facilmente dar possi di piglio;
5ma che meni legato in una corda,
e che tu impiaghi del medesmo artiglio
alcun, che per altezza era d’ingegno,
se te schivar potea, d’ogni onor degno.
Ariosto si scaglia contro l'avarizia, che riesce a dominare non soltanto persone moralmente deboli, ma anche uomini di grandissimo talento, altrimenti degni di tutti gli onori.
Ottava 2
Alcun la terra e ’l mare e ’l ciel misura,
10e render sa tutte le cause a pieno
d’ogni opra, d’ogni effetto di Natura,
e poggia sì ch’a Dio riguarda in seno;
e non può aver più ferma e maggior cura,
morso dal tuo mortifero veleno,
15ch’unir tesoro: e questo sol gli preme,
e ponvi ogni salute, ogni sua speme.
Persino chi conosce le leggi della natura e ragiona sulle questioni più elevate può lasciarsi avvelenare dalla sete di ricchezza e considerare l'accumulo di denaro il proprio unico scopo.
Ottava 3
Rompe eserciti alcuno, e ne le porte
si vede entrar di bellicose terre,
ed esser primo a porre il petto forte,
20ultimo a trarre, in perigliose guerre;
e non può riparar che sino a morte
tu nel tuo cieco carcere nol serre.
Altri d’altre arti e d’altri studi industri,
oscuri fai, che sarian chiari e illustri.
L'avarizia può imprigionare fino alla morte anche il più coraggioso condottiero e oscurare il merito di persone illustri in ogni disciplina, privando le loro imprese della gloria che meriterebbero.
Ottava 4
25Che d’alcune dirò belle e gran donne
ch’a bellezza, a virtù de fidi amanti,
a lunga servitù, più che colonne
io veggo dure, immobili e costanti?
Veggo venir poi l’Avarizia, e ponne
30far sì, che par che subito le incanti:
in un dì, senza amor (chi fia che ’l creda?)
a un vecchio, a un brutto, a un mostro le dà in preda.
Il poeta osserva che donne belle e virtuose, capaci di resistere a corteggiamenti lunghissimi, cedono talvolta al denaro e sposano uomini che non amano, anche quando sono anziani o sgradevoli.
Ottava 5
Non è senza cagion s’io me ne doglio:
intendami chi può, che m’intend’io.
35Né però di proposito mi toglio,
né la materia del mio canto oblio;
ma non più a quel c’ho detto, adattar voglio,
ch’a quel ch’io v’ho da dire, il parlar mio.
Or torniamo a contar del paladino
40ch’ad assaggiare il vaso fu vicino.
Ariosto allude a un motivo personale per queste riflessioni, ma decide di non rivelarlo. Riprende invece il racconto di Rinaldo, sul punto di bere dalla coppa che verifica la fedeltà della moglie.
Ottava 6
Io vi dicea ch’alquanto pensar volle,
prima ch’ai labri il vaso s’appressasse.
Pensò, e poi disse: – Ben sarebbe folle
chi quel che non vorria trovar, cercasse.
45Mia donna è donna, ed ogni donna è molle:
lasciàn star mia credenza come stasse.
Sin qui m’ha il creder mio giovato, e giova:
che poss’io megliorar per farne prova?
Dopo aver riflettuto, Rinaldo rinuncia: sarebbe sciocco cercare una verità che potrebbe soltanto fargli soffrire. Preferisce continuare a fidarsi di Clarice senza sottoporla a un esperimento.
Ottava 7
Potria poco giovare e nuocer molto;
50che ’l tentar qualche volta Idio disdegna.
Non so s’in questo io mi sia saggio o stolto;
ma non vo’ più saper, che mi convegna.
Or questo vin dinanzi mi sia tolto:
sete non n’ho, né vo’ che me ne vegna;
55che tal certezza ha Dio più proibita,
ch’al primo padre l’arbor de la vita.
La prova potrebbe arrecargli molto danno e ben poco vantaggio. Rinaldo afferma di non voler conoscere ciò che non gli spetta e chiede che la coppa gli sia tolta di davanti.
Ottava 8
Che come Adam, poi che gustò del pomo
che Dio con propria bocca gl’interdisse,
da la letizia al pianto fece un tomo,
60onde in miseria poi sempre s’afflisse;
così, se de la moglie sua vuol l’uomo
tutto saper quanto ella fece e disse,
cade de l’allegrezze in pianti e in guai,
onde non può più rilevarsi mai. –
Confronta la curiosità del marito con la disobbedienza di Adamo: cercare una conoscenza vietata può trasformare una condizione felice in una vita di dolore, senza possibilità di rimedio.
Ottava 9
65Così dicendo il buon Rinaldo, e intanto
respingendo da sé l’odiato vase,
vide abondare un gran rivo di pianto
dagli occhi del signor di quelle case,
che disse, poi che racchetossi alquanto:
70– Sia maledetto chi mi persuase
ch’io facesse la prova, ohimè! di sorte,
che mi levò la dolce mia consorte.
Rinaldo allontana il recipiente. Il padrone di casa scoppia a piangere e maledice chi lo aveva convinto a compiere quello stesso esperimento, distruggendo la sua felicità coniugale.
Ottava 10
Perché non ti conobbi già dieci anni,
sì che io mi fossi consigliato teco,
75prima che cominciassero gli affanni,
e ’l lungo pianto onde io son quasi cieco?
Ma vo’ levarti da la scena i panni;
che ’l mio mal vegghi, e te ne dogli meco:
e ti dirò il principio e l’argumento
80del mio non comparabile tormento.
Il cavaliere rimpiange di non aver incontrato Rinaldo dieci anni prima, quando avrebbe potuto ricevere il suo consiglio. Decide allora di raccontargli tutta la storia della propria rovina.
Ottava 11
Qua su lasciasti una città vicina,
a cui fa intorno un chiaro fiume laco,
che poi si stende e in questo Po declina,
e l’origine sua vien di Benaco.
85Fu fatta la città, quando a ruina
le mura andar de l’agenoreo draco.
Quivi nacque io di stirpe assai gentile,
ma in pover tetto e in facultade umile.
Dice di essere nato in una città vicina, circondata dall'acqua che proviene dal Garda e confluisce nel Po. Apparteneva a una famiglia nobile, ma non particolarmente ricca.
Ottava 12
Se Fortuna di me non ebbe cura
90sì che mi desse al nascer mio ricchezza,
al diffetto di lei supplì Natura,
che sopra ogni mio ugual mi diè bellezza.
Donne e donzelle già di mia figura
arder più d’una vidi in giovanezza;
95ch’io ci seppi accoppiar cortesi modi;
ben che stia mal che l’uom se stesso lodi.
Pur non avendogli concesso ricchezze, la sorte gli aveva dato grande bellezza e modi cortesi: da giovane molte donne si erano innamorate di lui.
Ottava 13
Ne la nostra cittade era un uom saggio,
di tutte l’arti oltre ogni creder dotto,
che quando chiuse gli occhi al febeo raggio,
100contava gli anni suoi cento e ventotto.
Visse tutta sua età solo e selvaggio,
se non l’estrema; che d’Amor condotto,
con premio ottenne una matrona bella,
e n’ebbe di nascosto una cittella.
Nella sua città viveva un uomo molto dotto, che raggiunse un'età straordinaria. Pur essendo rimasto a lungo solitario, ottenne infine con denaro l'amore di una donna e ne ebbe segretamente una figlia.
Ottava 14
105E per vietar che simil la figliuola
alla matre non sia, che per mercede
vendé sua castità che valea sola
più che quanto oro al mondo si possiede,
fuor del commercio popular la invola;
110ed ove più solingo il luogo vede,
questo amplo e bel palagio e ricco tanto
fece fare a’ demoni per incanto.
Temendo che la figlia seguisse l'esempio della madre e vendesse l'amore per interesse, il vecchio la isolò in un palazzo magnifico, fatto costruire dai demoni mediante magia.
Ottava 15
A vecchie donne e caste fe’ nutrire
la figlia qui, ch’in gran beltà poi venne;
115né che potesse altr’uom veder, né udire
pur ragionarne in quella età, sostenne.
E perch’avesse esempio da seguire,
ogni pudica donna che mai tenne
contra illicito amor chiuse le sbarre,
120ci fe’ d’intaglio o di color ritrarre:
La giovane fu educata da donne anziane e caste, senza vedere uomini né ascoltarne parlare. Il padre fece rappresentare nel palazzo numerosi esempi di donne famose per la fedeltà.
Ottava 16
non quelle sol che di virtude amiche
hanno sì il mondo all’età prisca adorno;
di quai la fama per l’istorie antiche
non è per veder mai l’ultimo giorno:
125ma nel futuro ancora altre pudiche
che faran bella Italia d’ogn’intorno,
ci fe’ ritrarre in lor fattezze conte,
come otto che ne vedi a questa fonte.
Alle figure delle donne virtuose dell'antichità aggiunse quelle di future dame italiane. Fra queste compaiono le otto statue della fontana che Rinaldo ha appena ammirato.
Ottava 17
Poi che la figlia al vecchio par matura
130sì, che ne possa l’uom cogliere i frutti;
o fosse mia disgrazia o mia aventura,
eletto fui degno di lei fra tutti.
I lati campi oltre alle belle mura,
non meno i pescarecci, che gli asciutti,
135che ci son d’ogn’intorno a venti miglia,
mi consegnò per dote de la figlia.
Quando la ragazza fu adulta, il vecchio scelse proprio il narratore come suo marito, consegnandogli in dote vasti terreni, acque e possedimenti intorno al palazzo.
Ottava 18
Ella era bella e costumata tanto,
che più desiderar non si potea.
Di bei trapunti e di riccami, quanto
140mai ne sapesse Pallade, sapea.
Vedila andare, odine il suono e ’l canto:
celeste e non mortal cosa parea.
E in modo all’arti liberali attese,
che, quanto il padre, o poco men n’intese.
La sposa era bellissima, raffinata, esperta di ricami, canto e molte discipline. La sua cultura era quasi pari a quella del padre, e il marito la considerava straordinaria.
Ottava 19
145Con grande ingegno, e non minor bellezza
che fatta l’avria amabil fin ai sassi,
era giunto un amore, una dolcezza,
che par ch’a rimembrarne il cor mi passi.
Non aveva più piacer né più vaghezza,
150che d’esser meco ov’io mi stessi o andassi.
Senza aver lite mai stemmo gran pezzo:
l’avemmo poi, per colpa mia, da sezzo.
La donna univa alla bellezza un affetto dolcissimo e desiderava stare sempre accanto al marito. I due vissero per molto tempo senza litigare, finché fu lui stesso a provocare la disgrazia.
Ottava 20
Morto il suocero mio dopo cinque anni
ch’io sottoposi il collo al giugal nodo,
155non stero molto a cominciar gli affanni
ch’io sento ancora, e ti dirò in che modo.
Mentre mi rinchiudea tutto coi vanni
l’amor di questa mia che sì ti lodo,
una femina nobil del paese,
160quanto accender si può, di me s’accese.
Cinque anni dopo il matrimonio il suocero morì. Poco tempo più tardi una nobildonna della regione si innamorò perdutamente del giovane marito, aprendo la via ai successivi tormenti.
Ottava 21
Ella sapea d’incanti e di malie
quel che saper ne possa alcuna maga:
rendea la notte chiara, oscuro il die
fermava il sol, facea la terra vaga.
165Non potea trar però le voglie mie,
che le sanassin l’amorosa piaga
col rimedio che dar non le potria
senza alta ingiuria de la donna mia.
Quella donna era una maga potente, capace di alterare persino l'aspetto del cielo. Nonostante i suoi incantesimi, non riusciva però a convincere il cavaliere a tradire la moglie.
Ottava 22
Non perché fosse assai gentile e bella,
170né perché sapess’io che sì me amassi,
né per gran don, né per promesse ch’ella
mi fêsse molte, e di continuo instassi,
ottener poté mai ch’una fiammella,
per darla a lei, del primo amor levassi;
175ch’a dietro ne traea tutte mie voglie
il conoscermi fida la mia moglie.
La maga, benché attraente e insistente, non riuscì a ottenere alcuna attenzione amorosa. Regali e promesse erano inutili, perché egli amava sinceramente la propria sposa.
Ottava 23
La speme, la credenza, la certezza
che de la fede di mia moglie avea,
m’avria fatto sprezzar quanta bellezza
180avesse mai la giovane ledea,
o quanto offerto mai senno e ricchezza
fu al gran pastor de la montagna Idea.
Ma le repulse mie non valean tanto,
che potesson levarmela da canto.
La certezza di avere una moglie fedele gli avrebbe fatto respingere perfino le più irresistibili bellezze e ricchezze leggendarie. Tuttavia la donna non rinunciava a perseguitarlo.
Ottava 24
185Un dì che mi trovò fuor del palagio
la maga, che nomata era Melissa,
e mi poté parlare a suo grande agio,
modo trovò da por mia pace in rissa,
e con lo spron di gelosia malvagio
190cacciar del cor la fé che v’era fissa.
Comincia a comendar la intenzion mia,
ch’io sia fedele a chi fedel mi sia.
Un giorno la maga Melissa incontrò il cavaliere lontano dal palazzo. Fingendo di lodarne la fedeltà, riuscì a insinuargli il dubbio che sua moglie potesse non essere altrettanto leale.
Ottava 25
– Ma che ti sia fedel, tu non puoi dire,
prima che di sua fé prova non vedi.
195S’ella non falle, e che potria fallire,
che sia fedel, che sia pudica credi.
Ma se mai senza te non la lasci ire,
se mai vedere altr’uom non le concedi,
onde hai questa baldanza, che tu dica
200e mi vogli affermar che sia pudica?
Melissa gli disse che la fedeltà non si dimostra quando mancano le occasioni per tradire. Una donna sempre sorvegliata, sosteneva, non è stata sottoposta a una vera prova.
Ottava 26
Scostati un poco, scostati da casa;
fa che le cittadi odano e i villaggi,
che tu sia andato, e ch’ella sia rimasa;
agli amanti dà commodo e ai messaggi.
205S’a prieghi, a doni non fia persuasa
di fare al letto maritale oltraggi,
e che, facendol, creda che si cele,
allora dir potrai che sia fedele. –
Gli consigliò quindi di allontanarsi, diffondere la notizia della propria assenza e lasciare alla moglie la libertà di ricevere corteggiatori. Solo se avesse respinto doni e richieste segrete, sarebbe stata davvero fedele.
Ottava 27
Con tal parole e simili non cessa
210l’incantatrice, fin che mi dispone
che de la donna mia la fede espressa
veder voglia, e provare a paragone.
– Ora pogniamo (le soggiungo) ch’essa
sia qual non posso averne opinione:
215come potrò di lei poi farmi certo
che sia di punizion degna o di merto? –
Continuando a parlare, Melissa vinse le esitazioni del cavaliere, che finì per desiderare una prova concreta. Egli le chiese in che modo avrebbe potuto sapere se la moglie avesse ceduto.
Ottava 28
Disse Melissa: – Io ti darò un vasello
fatto da ber, di virtù rara e strana;
qual già per fare accorto il suo fratello
220del fallo di Genevra, fe’ Morgana.
Chi la moglie ha pudica, bee con quello:
ma non vi può già ber chi l’ha puttana;
che ’l vin, quando lo crede in bocca porre,
tutto si sparge, e fuor nel petto scorre.
La maga gli propose una coppa incantata, simile a quella creata da Morgana per rivelare un'infedeltà: un marito tradito non riesce a berne, perché il vino gli scorre sul petto.
Ottava 29
225Prima che parti, ne farai la prova,
e per lo creder mio tu berai netto;
che credo ch’ancor netta si ritrova
la moglie tua: pur ne vedrai l’effetto.
Ma s’al ritorno esperienza nuova
230poi ne farai, non t’assicuro il petto:
che se tu non lo immolli, e netto bèi,
d’ogni marito il più felice sei. –
Gli consigliò di provarla prima della partenza e dopo il ritorno, così da confrontare il risultato. Se la donna fosse rimasta fedele nonostante l'assenza, egli sarebbe stato il marito più fortunato.
Ottava 30
L’offerta accetto; il vaso ella mi dona:
ne fo la prova, e mi succede a punto;
235che, com’era il disio, pudica e buona
la cara moglie mia trovo a quel punto.
Dice Melissa: – Un poco l’abbandona;
per un mese o per duo stanne disgiunto:
poi torna; poi di nuovo il vaso tolli;
240prova se bevi, o pur se ’l petto immolli. –
L'uomo accettò e bevve normalmente dalla coppa: in quel momento la moglie gli era fedele. Melissa allora insistette perché si separasse da lei per uno o due mesi e ripetesse l'esperimento.
Ottava 31
A me duro parea pur di partire;
non perché di sua fe’ sì dubitassi,
come ch’io non potea duo dì patire,
né un’ora pur, che senza me restassi.
245Disse Melissa: – Io ti farò venire
a conoscere il ver con altri passi.
Vo’ che muti il parlare e i vestimenti,
e sotto viso altrui te l’appresenti. –
Il marito non sopportava l'idea di starle lontano. Melissa offrì quindi un altro metodo: mutargli aspetto e voce, così che potesse presentarsi davanti alla moglie travestito da corteggiatore.
Ottava 32
Signor, qui presso una città difende
250il Po fra minacciose e fiere corna;
la cui iuridizion di qui si stende
fin dove il mar fugge dal lito e torna.
Cede d’antiquità, ma ben contende
con le vicine in esser ricca e adorna.
255Le reliquie troiane la fondaro,
che dal flagello d’Attila camparo.
La maga ricordò una città vicina al Po, ricca e bella, fondata secondo la leggenda da profughi troiani scampati alla distruzione causata da Attila.
Ottava 33
Astringe e lenta a questa terra il morso
un cavallier giovene, ricco e bello,
che dietro un giorno a un suo falcone iscorso,
260essendo capitato entro il mio ostello,
vide la donna, e sì nel primo occorso
gli piacque, che nel cor portò il suggello;
né cessò molte pratiche far poi,
per inchinarla ai desideri suoi.
Un giovane cavaliere di quella città, ricco e avvenente, si era innamorato della sposa dopo averla incontrata per caso durante una caccia. In seguito aveva tentato più volte di conquistarla.
Ottava 34
265Ella gli fece dar tante repulse,
che più tentarla al fine egli non volse;
ma la beltà di lei, ch’Amor vi sculse,
di memoria però non se gli tolse.
Tanto Melissa allosingommi e mulse,
270ch’a tor la forma di colui mi volse;
e mi mutò (né so ben dirti come)
di faccia, di parlar, d’occhi e di chiome.
La donna lo aveva respinto, eppure lui non l'aveva dimenticata. Melissa persuase il marito ad assumere proprio le sembianze di quel giovane, trasformandone anche la voce e i capelli.
Ottava 35
Già con mia moglie avendo simulato
d’esser partito e gitone in Levante,
275nel giovene amator così mutato
l’andar, la voce, l’abito e ’l sembiante,
me ne ritorno, ed ho Melissa a lato,
che s’era trasformata, e parea un fante;
e le più ricche gemme avea con lei,
280che mai mandassin gl’Indi o gli Eritrei.
Il cavaliere finse di partire per l'Oriente, poi rientrò al palazzo sotto l'aspetto dell'antico pretendente. Melissa, travestita da servitore, lo accompagnava portando gemme preziosissime.
Ottava 36
Io che l’uso sapea del mio palagio,
entro sicuro e vien Melissa meco;
e madonna ritrovo a sì grande agio,
che non ha né scudier né donna seco.
285I miei prieghi le espongo, indi il malvagio
stimulo inanzi del mal far le arreco:
i rubini, i diamanti e gli smeraldi,
che mosso arebbon tutti i cor più saldi.
Conoscendo bene la casa, il falso corteggiatore raggiunse la moglie mentre era sola. Le dichiarò il proprio desiderio e le mostrò rubini, diamanti e smeraldi come ricompensa per il suo consenso.
Ottava 37
E le dico che poco è questo dono
290verso quel che sperar da me dovea:
de la commodità poi le ragiono,
che, non v’essendo il suo marito, avea:
e le ricordo che gran tempo sono
stato suo amante, com’ella sapea;
295e che l’amar mio lei con tanta fede
degno era avere al fin qualche mercede.
Aggiunse che quei gioielli erano poca cosa rispetto ad altri doni possibili. Le ricordò che il marito era assente e che il pretendente l'amava da molto tempo, chiedendole finalmente di ricambiarlo.
Ottava 38
Turbossi nel principio ella non poco,
divenne rossa, ed ascoltar non volle;
ma il veder fiammeggiar poi, come fuoco,
300le belle gemme, il duro cor fe’ molle:
e con parlar rispose breve e fioco,
quel che la vita a rimembrar mi tolle;
che mi compiaceria, quando credesse
ch’altra persona mai nol risapesse.
In un primo momento la donna arrossì indignata e rifiutò di ascoltarlo. Alla vista delle gemme, però, cambiò atteggiamento e promise di accontentarlo, purché nessuno venisse a saperlo.
Ottava 39
305Fu tal risposta un venenato telo
di che me ne senti’ l’alma traffissa:
per l’ossa andommi e per le vene un gelo;
ne le fauci restò la voce fissa.
Levando allora del suo incanto il velo,
310ne la mia forma mi tornò Melissa.
Pensa di che color dovesse farsi,
ch’in tanto error da me vide trovarsi.
La risposta ferì il marito profondamente. Melissa sciolse allora l'incantesimo che ne nascondeva l'identità: la donna si trovò davanti il proprio sposo e comprese di essere caduta in una trappola.
Ottava 40
Divenimmo ambi di color di morte,
muti ambi, ambi restiàn con gli occhi bassi.
315Potei la lingua a pena aver sì forte,
e tanta voce a pena, ch’io gridassi:
– Me tradiresti dunque tu, consorte,
quando tu avessi chi ’l mio onor comprassi ? –
Altra risposta darmi ella non puote,
320che di rigar di lacrime le gote.
I due rimasero pallidi e senza parole. L'uomo riuscì appena a rimproverarle che, per dei gioielli, avrebbe accettato di tradirlo. Ella non seppe rispondere e pianse.
Ottava 41
Ben la vergogna è assai, ma più lo sdegno
ch’ella ha, da me veder farsi quella onta;
e multiplica sì senza ritegno,
ch’in ira al fine e in crudele odio monta.
325Da me fuggirsi tosto fa disegno;
e ne l’ora che ’l Sol del carro smonta,
al fiume corre, e in una sua barchetta
si fa calar tutta la notte in fretta:
Alla vergogna della donna si aggiunse la rabbia per essere stata ingannata dal marito. Decise quindi di abbandonarlo: al tramonto scese al fiume e partì su una barca.
Ottava 42
e la matina s’appresenta avante
330al cavallier che l’avea un tempo amata,
sotto il cui viso, sotto il cui sembiante
fu contra l’onor mio da me tentata.
A lui che n’era stato ed era amante,
creder si può che fu la giunta grata.
335Quindi ella mi fe’ dir ch’io non sperassi
che mai più fosse mia, né più m’amassi.
Il mattino seguente raggiunse il vero giovane che l'aveva corteggiata. Questi la accolse felicemente e lei fece sapere al marito che non sarebbe più tornata e non lo amava più.
Ottava 43
Ah lasso! da quel dì con lui dimora
in gran piacere, e di me prende giuoco;
ed io del mal che procacciammi allora,
340ancor languisco, e non ritrovo loco.
Cresce il mal sempre, e giusto è ch’io ne muora;
e resta omai da consumarci poco.
Ben credo che ’l primo anno sarei morto,
se non mi dava aiuto un sol conforto.
Da quel giorno la donna vive felicemente con l'altro cavaliere, mentre il marito è tormentato dal proprio errore. Egli ammette di avere provocato da solo la rovina del matrimonio.
Ottava 44
345Il conforto ch’io prendo, è che di quanti
per dieci anni mai fur sotto al mio tetto
(ch’a tutti questo vaso ho messo inanti),
non ne trovo un che non s’immolli il petto.
Aver nel caso mio compagni tanti
350mi dà fra tanto mal qualche diletto.
Tu tra infiniti sol sei stato saggio,
che far negasti il periglioso saggio.
L'unica consolazione dell'ospite è sapere che tutti gli altri mariti sottoposti alla prova della coppa sono risultati traditi. Per questo ammira la saggezza di Rinaldo, che ha rifiutato di bere.
Ottava 45
Il mio voler cercare oltre alla meta
che de la donna sua cercar si deve,
355fa che mai più trovare ora quieta
non può la vita mia, sia lunga o breve.
Di ciò Melissa fu a principio lieta:
ma cessò tosto la sua gioia lieve;
ch’essendo causa del mio mal stata ella,
360io l’odiai sì, che non potea vedella.
La pretesa di sapere più di quanto fosse giusto lo ha privato per sempre della pace. Anche Melissa, dapprima soddisfatta, perse presto la sua gioia perché il cavaliere la odiò come responsabile della disgrazia.
Ottava 46
Ella d’esser odiata impaziente
da me che dicea amar più che sua vita,
ove donna restarne immantinente
creduto avea, che l’altra ne fosse ita;
365per non aver sua doglia sì presente,
non tardò molto a far di qui partita;
e in modo abbandonò questo paese,
che dopo mai per me non se n’intese. –
La maga, non sopportando il disprezzo dell'uomo che voleva conquistare, lasciò la regione. Da allora il cavaliere non ebbe più notizie di lei.
Ottava 47
Così narrava il mesto cavalliero:
370e quando fine alla sua istoria pose,
Rinaldo alquanto ste’ sopra pensiero,
da pietà vinto, e poi così rispose:
– Mal consiglio di diè Melissa in vero,
che d’attizzar le vespe ti propose;
375e tu fusti a cercar poco avveduto
quel che tu avresti non trovar voluto.
Terminato il racconto, Rinaldo prova compassione, ma osserva che Melissa gli aveva dato un pessimo consiglio e che il marito era stato imprudente a cercare una verità che non desiderava scoprire.
Ottava 48
Se d’avarizia la tua donna vinta
a voler fede romperti fu indutta,
non t’ammirar; né prima ella né quinta
380fu de le donne prese in sì gran lutta;
e mente via più salda ancora è spinta
per minor prezzo a far cosa più brutta.
Quanti uomini odi tu, che già per oro
han traditi padroni e amici loro?
Rinaldo ricorda che il denaro può corrompere moltissime persone, non soltanto le donne: anche uomini rispettati hanno tradito padroni e amici per ricchezza.
Ottava 49
385Non dovevi assalir con sì fiere armi,
se bramavi veder farle difesa.
Non sai tu, contra l’oro, che né i marmi
né ’l durissimo acciar sta alla contesa?
Che più fallasti tu a tentarla parmi,
390di lei che così tosto restò presa.
Se te altretanto avesse ella tentato,
non so se tu più saldo fossi stato. –
Il paladino aggiunge che sottoporre la moglie a doni straordinari era una prova ingiusta. Forse il marito stesso, messo di fronte a una tentazione simile, non avrebbe resistito meglio di lei.
Ottava 50
Qui Rinaldo fe’ fine, e da la mensa
levossi a un tempo, e domandò dormire;
395che riposare un poco, e poi si pensa
inanzi al dì d’un’ora o due partire.
Ha poco tempo, e ’l poco c’ha, dispensa
con gran misura, e invan nol lascia gire.
Il signor di là dentro, a suo piacere,
400disse, che si potea porre a giacere;
Dopo queste parole Rinaldo si alza da tavola e chiede di poter riposare, perché vuole riprendere il viaggio prima dell'alba e non può perdere tempo.
Ottava 51
ch’apparecchiata era la stanza e ’l letto:
ma che se volea far per suo consiglio,
tutta notte dormir potria a diletto,
e dormendo avanzarsi qualche miglio.
405– Acconciar ti farò (disse) un legnetto,
con che volando, e senz’alcun periglio
tutta notte dormendo vo’ che vada,
e una giornata avanzi de la strada. –
L'ospite propone una soluzione migliore: una barca rapida, sulla quale Rinaldo potrà dormire e intanto avanzare lungo il fiume, guadagnando un'intera giornata di cammino.
Ottava 52
La proferta a Rinaldo accettar piacque,
410e molto ringraziò l’oste cortese:
poi senza indugio là, dove ne l’acque
da’ naviganti era aspettato, scese.
Quivi a grande agio riposato giacque,
mentre il corso del fiume il legno prese,
415che da sei remi spinto, lieve e snello
pel fiume andò, come per l’aria augello.
Il paladino accetta, ringrazia il padrone di casa e sale sull'imbarcazione. Si corica comodamente mentre sei rematori la fanno correre velocemente lungo il Po.
Ottava 53
Così tosto come ebbe il capo chino,
il cavallier di Francia adormentosse;
imposto avendo già, come vicino
420giungea a Ferrara, che svegliato fosse.
Restò Melara nel lito mancino;
nel lito destro Sermide restosse:
Figarolo e Stellata il legno passa,
ove le corna il Po iracondo abbassa.
Appena sdraiato Rinaldo si addormenta, avendo chiesto di essere svegliato presso Ferrara. La barca supera Melara, Sermide, Figarolo e Stellata, seguendo il fiume.
Ottava 54
425De le due corna il nocchier prese il destro,
e lasciò andar verso Vinegia il manco;
passò il Bondeno: e già il color cilestro
si vedea in oriente venir manco,
che votando di fior tutto il canestro,
430l’Aurora vi facea vermiglio e bianco;
quando, lontan scoprendo di Tealdo
ambe le rocche, il capo alzò Rinaldo.
Il nocchiero imbocca il ramo destro del Po, lasciando a sinistra quello diretto verso Venezia. All'alba Rinaldo si risveglia scorgendo in lontananza le fortificazioni della zona ferrarese.
Ottava 55
– O città bene aventurosa (disse),
di cui già Malagigi, il mio cugino,
435contemplando le stelle erranti e fisse,
e costringendo alcun spirto indovino,
nei secoli futuri mi predisse
(già ch’io facea con lui questo camino)
ch’ancor la gloria tua salirà tanto,
440ch’avrai di tutta Italia il pregio e ’l vanto. –
Rinaldo celebra Ferrara ricordando che Malagigi, attraverso astrologia e magia, gli aveva predetto la futura grandezza della città, destinata a essere ammirata in tutta Italia.
Ottava 56
Così dicendo, e pur tuttavia in fretta
su quel battel che parea aver le penne,
scorrendo il re de’ fiumi, all’isoletta
ch’alla cittade è più propinqua, venne:
445e ben che fosse allora erma e negletta,
pur s’allegrò di rivederla, e fenne
non poca festa; che sapea quanto ella,
volgendo gli anni, saria ornata e bella.
Passando davanti a un'isoletta allora deserta, il paladino si rallegra: sa che quel luogo diventerà un giorno bellissimo e ricco di edifici.
Ottava 57
Altra fiata che fe’ questa via,
450udì da Malagigi, il qual seco era,
che settecento volte che si sia
girata col monton la quarta sfera,
questa la più ioconda isola fia
di quante cinga mar, stagno o riviera;
455sì che, veduta lei, non sarà ch’oda
dar più alla patria di Nausicaa loda.
Ricorda la profezia di Malagigi secondo cui, molti secoli più tardi, l'isola sarà così piacevole da superare persino i luoghi più famosi della poesia antica.
Ottava 58
Udì che di bei tetti posta inante
sarebbe a quella sì a Tiberio cara;
che cederian l’Esperide alle piante
460ch’avria il bel loco, d’ogni sorte rara;
che tante spezie d’animali, quante
vi fien, né in mandra Circe ebbe né in hara;
che v’avria con le Grazie e con Cupido
Venere stanza, e non più in Cipro o in Gnido:
Il futuro giardino avrà palazzi, alberi rari e animali magnifici; vi abiteranno simbolicamente Venere, Amore e le Grazie, quasi fosse il nuovo regno della bellezza.
Ottava 59
465e che sarebbe tal per studio e cura
di chi al sapere ed al potere unita
la voglia avendo, d’argini e di mura
avria sì ancor la sua città munita,
che contra tutto il mondo star sicura
470potria, senza chiamar di fuori aita:
e che d’Ercol figliuol, d’Ercol sarebbe
padre il signor che questo e quel far debbe.
Tale splendore sarà dovuto a un signore capace di unire conoscenza, potere e volontà politica, fortificando anche la città. Il poeta allude con elogi dinastici alla famiglia d'Este.
Ottava 60
Così venìa Rinaldo ricordando
quel che già il suo cugin detto gli avea,
475de le future cose divinando,
che spesso conferir seco solea.
E tuttavia l’umil città mirando:
– Come esser può ch’ancor (seco dicea)
debban così fiorir queste paludi
480de tutti i liberali e degni studi?
Rinaldo, vedendo ancora la modesta Ferrara del suo tempo, si meraviglia pensando che quelle paludi diventeranno un giorno un centro celebre per le arti e gli studi.
Ottava 61
e crescer abbia di sì piccol borgo
ampla cittade e di sì gran bellezza?
e ciò ch’intorno è tutto stagno e gorgo,
sien lieti e pieni campi di ricchezza?
485Città, sin ora a riverire assorgo
l’amor, la cortesia, la gentilezza
de’ tuoi signori, e gli onorati pregi
dei cavallier, dei cittadini egregi.
Immagina il piccolo borgo trasformato in una città grande e splendida e le zone acquitrinose convertite in campi fertili. Già da ora onora la cortesia dei futuri principi e cittadini.
Ottava 62
L’ineffabil bontà del Redentore,
490de’ tuoi principi il senno e la iustizia,
sempre con pace, sempre con amore
ti tenga in abondanza ed in letizia;
e ti difenda contra ogni furore
de’ tuoi nimici, e scuopra lor malizia:
495del tuo contento ogni vicino arrabbi,
più tosto che tu invidia ad alcuno abbi. –
Il paladino augura alla città pace, giustizia, abbondanza e protezione divina contro i nemici, desiderando che siano gli altri a invidiare la sua prosperità, non il contrario.
Ottava 63
Mentre Rinaldo così parla, fende
con tanta fretta il suttil legno l’onde,
che con maggiore a logoro non scende
500falcon ch’al grido del padron risponde.
Del destro corno il destro ramo prende
quindi il nocchiero, e mura e tetti asconde:
San Georgio a dietro, a dietro s’allontana
la torre e de la Fossa e di Gaibana.
La barca procede velocissima e segue un altro ramo del fiume, lasciandosi alle spalle mura, villaggi e torri dei dintorni di Ferrara.
Ottava 64
505Rinaldo, come accade ch’un pensiero
un altro dietro, e quello un altro mena,
si venne a ricordar del cavalliero
nel cui palagio fu la sera a cena;
che per questa cittade, a dire il vero,
510avea giusta cagion di stare in pena:
e ricordossi del vaso da bere,
che mostra altrui l’error de la mogliere;
Un pensiero conduce Rinaldo a un altro: ricorda l'ospite incontrato la sera prima, la sua sofferenza e la coppa che avrebbe potuto rivelare un'infedeltà coniugale.
Ottava 65
e ricordossi insieme de la prova
che d’aver fatta il cavallier narrolli;
515che di quanti avea esperti, uomo non trova
che bea nel vaso, e ’l petto non s’immolli.
Or si pente, or tra sé dice: – È mi giova
ch’a tanto paragon venir non volli.
Riuscendo, accertava il creder mio;
520non riuscendo, a che partito era io?
Rinaldo ripensa al fatto che nessun uomo sottoposto a quella prova aveva potuto bere senza rovesciarsi il vino addosso. Si domanda ancora se sia stato giusto rinunciarvi.
Ottava 66
Gli è questo creder mio, come io l’avessi
ben certo, e poco accrescer lo potrei:
sì che, s’al paragon mi succedessi,
poco il meglio saria ch’io ne trarrei;
525ma non già poco il mal, quando vedessi
quel di Clarice mia, ch’io non vorrei.
Metter saria mille contra uno a giuoco;
che perder si può molto, e acquistar poco. –
Conclude che il rischio era sproporzionato: una buona riuscita avrebbe appena confermato ciò in cui già credeva, mentre un esito negativo avrebbe distrutto la sua felicità con Clarice.
Ottava 67
Stando in questo pensoso il cavalliero
530di Chiaramonte, e non alzando il viso,
con molta attenzion fu da un nocchiero
che gli era incontra, riguardato fiso:
e perché di veder tutto il pensiero
che l’occupava tanto, gli fu aviso,
535come uom che ben parlava ed avea ardire,
a seco ragionar lo fece uscire.
Mentre è immerso in questi pensieri, un marinaio lo osserva e intuisce che qualcosa lo tormenta. Gli rivolge quindi la parola, avviando una conversazione.
Ottava 68
La somma fu del lor ragionamento,
che colui malaccorto era ben stato,
che ne la moglie sua l’esperimento
540maggior che può far donna, avea tentato;
che quella che da l’oro e da l’argento
difende il cor di pudicizia armato,
tra mille spade via più facilmente
difenderallo, e in mezzo al fuoco ardente.
I due concordano che l'ospite del palazzo è stato imprudente: ha sottoposto la moglie a una tentazione enorme, mentre una fedeltà capace di resistere alla ricchezza può spesso superare pericoli più evidenti.
Ottava 69
545Il nocchler suggiungea: – Ben gli dicesti,
che non dovea offerirle sì gran doni;
che contrastare a questi assalti e a questi
colpi non sono tutti i petti buoni.
Non so se d’una giovane intendesti
550(ch’esser pò che tra voi se ne ragioni),
che nel medesmo error vide il consorte,
di ch’esso avea lei condannata a morte.
Il nocchiero spiega che non tutti sanno resistere all'offerta di grandi doni. Ricorda a questo proposito un'altra storia, nella quale un marito finì per commettere lo stesso errore che condannava nella moglie.
Ottava 70
Dovea in memoria avere il signor mio,
che l’oro e ’l premio ogni durezza inchina;
555ma, quando bisognò, l’ebbe in oblio,
ed ei si procacciò la sua ruina.
Così sapea lo esempio egli, com’io,
che fu in questa città di qui vicina,
sua patria e mia, che ’l lago e la palude
560del rifrenato Menzo intorno chiude:
Anche quel marito conosceva il potere del denaro, ma lo dimenticò quando fu il momento di mettersi alla prova. La vicenda avvenne a Mantova, patria del marinaio.
Ottava 71
d’Adonio voglio dir, che ’l ricco dono
fe’ alla moglie del giudice, d’un cane. –
– Di questo (disse il paladino) il suono
non passa l’Alpe, e qui tra voi rimane;
565perché né in Francia, né dove ito sono,
parlar n’udi’ ne le contrade estrane:
sì che dì pur, se non t’incresce il dire;
che volentieri io mi t’acconcio a udire. –
Il nocchiero anticipa che la storia riguarda Adonio e il dono straordinario di un cane alla moglie di un giudice. Rinaldo, che non ne ha mai sentito parlare, gli chiede di raccontarla.
Ottava 72
Il nocchier cominciò: – Già fu di questa
570terra un Anselmo di famiglia degna,
che la sua gioventù con lunga vesta
spese in saper ciò ch’Ulpiano insegna
e di nobil progenie, bella e onesta
moglie cercò, ch’al grado suo convegna;
575e d’una terra quindi non lontana
n’ebbe una di bellezza sopraumana;
A Mantova viveva un giudice di nome Anselmo, appartenente a una buona famiglia e studioso del diritto. Sposò una giovane proveniente da una città vicina, bellissima e di nobili origini.
Ottava 73
e di bei modi e tanto graziosi,
che parea tutto amore e leggiadria;
e di molto più forse, ch’ai riposi,
580ch’allo stato di lui non convenia.
Tosto che l’ebbe, quanti mai gelosi
al mondo fur, passò di gelosia:
non già ch’altra cagion gli ne desse ella,
che d’esser troppo accorta e troppo bella.
La ragazza era anche elegante e affabile. Anselmo, tuttavia, divenne gelosissimo fin dall'inizio del matrimonio, non perché avesse prove di infedeltà, ma perché la moglie era troppo bella e ammirata.
Ottava 74
585Ne la città medesma un cavalliero
era d’antiqua e d’onorata gente,
che discendea da quel lignaggio altiero
ch’uscì d’una mascella di serpente,
onde già Manto, e chi con essa fero
590la patria mia, disceser similmente.
Il cavallier, ch’Adonio nominosse,
di questa bella donna inamorosse.
Nella stessa città viveva Adonio, un nobile cavaliere di stirpe legata al mito di Cadmo e dei denti di serpente. Egli si innamorò della moglie del giudice.
Ottava 75
E per venire a fin di questo amore,
a spender cominciò senza ritegno
595in vestire, in conviti, in farsi onore,
quanto può farsi un cavallier più degno.
Il tesor di Tiberio imperatore
non saria stato a tante spese al segno.
Io credo ben che non passar duo verni,
600ch’egli uscì fuor di tutti i ben paterni.
Per conquistarla Adonio cominciò a spendere smisuratamente in abiti, feste e manifestazioni di ricchezza, finché in poco tempo dissipò tutto il patrimonio familiare.
Ottava 76
La casa ch’era dianzi frequentata
matina e sera tanto dagli amici,
sola restò, tosto che fu privata
di starne, di fagian, di coturnici.
605Egli che capo fu de la brigata,
rimase dietro, e quasi fra mendici.
Pensò, poi ch’in miseria era venuto,
d’andare ove non fosse conosciuto.
Una volta diventato povero, perse anche la compagnia degli amici che frequentavano la sua casa. Vergognandosi della miseria, decise di allontanarsi per vivere dove nessuno lo conoscesse.
Ottava 77
Con questa intenzione una mattina,
610senza far motto altrui, la patria lascia;
e con sospiri e lacrime camina
lungo lo stagno che le mura fascia.
La donna che del cor gli era regina,
già non oblia per la seconda ambascia.
615Ecco un’alta aventura che lo viene
di sommo male a porre in sommo bene.
Adonio lasciò Mantova in lacrime, ma non riuscì a dimenticare la donna amata. Sulla strada gli capitò un incontro destinato a cambiare completamente la sua fortuna.
Ottava 78
Vede un villan che con un gran bastone
intorno alcuni sterpi s’affatica.
Quivi Adonio si ferma, e la cagione
620di tanto travagliar vuol che gli dica.
Disse il villan, che dentro a quel macchione
veduto avea una serpe molto antica,
di che più lunga e grossa a’ giorni suoi
non vide, né credea mai veder poi;
Vide un contadino che percuoteva con un bastone un cespuglio. Alla domanda di Adonio, l'uomo rispose che voleva uccidere un serpente enorme nascosto tra i rami.
Ottava 79
625e che non si voleva indi partire,
che non l’avesse ritrovata e morta.
Come Adonio lo sente così dire,
con poca pazienza lo sopporta.
Sempre solea le serpi favorire;
630che per insegna il sangue suo le porta
in memoria ch’uscì sua prima gente
de’ denti seminati di serpente.
Adonio si indignò, perché la sua stirpe considerava sacri i serpenti in ricordo delle proprie origini leggendarie. Intervenne per impedire al contadino di uccidere l'animale.
Ottava 80
e disse e fece col villano in guisa
che, suo mal grado, abbandonò l’impresa;
635sì che da lui non fu la serpe uccisa,
né più cercata, né altrimenti offesa.
Adonio ne va poi dove s’avisa
che sua condizion sia meno intesa;
e dura con disagio e con affanno
640fuor de la patria appresso al settimo anno.
Riuscì a costringere l'uomo ad abbandonare il serpente, poi proseguì il viaggio. Rimase lontano da Mantova quasi sette anni, vivendo tra privazioni e difficoltà.
Ottava 81
Né mai per lontananza, né strettezza
del viver, che i pensier non lascia ir vaghi,
cessa Amor che sì gli ha la mano avezza,
ch’ognor non li arda il core, ognor impiaghi.
645È forza al fin che torni alla bellezza
che son di riveder sì gli occhi vaghi.
Barbuto, afflitto, e assai male in arnese,
là donde era venuto, il camin prese.
Neppure la povertà e la lontananza riuscirono a spegnere la passione per la donna. Alla fine Adonio tornò verso la patria, barbuto, malvestito e logorato dalle fatiche.
Ottava 82
In questo tempo alla mia patria accade
650mandare uno oratore al Padre santo,
che resti appresso alla sua Santitade
per alcun tempo e non fu detto quanto.
Gettan la sorte, e nel giudice cade.
Oh giorno a lui cagion sempre di pianto!
655Fe’ scuse, pregò assai, diede e promesse
per non partirsi; e al fin sforzato cesse.
Intanto la città aveva scelto Anselmo come ambasciatore presso il papa. Il giudice cercò inutilmente di evitare una missione che l'avrebbe costretto a stare lontano dalla moglie.
Ottava 83
Non gli parea crudele e duro manco
a dover sopportar tanto dolore,
che se veduto aprir s’avesse il fianco,
660e vedutosi trar con mano il core.
Di geloso timor pallido e bianco
per la sua donna, mentre staria fuore,
lei con quei modi che giovar si crede,
supplice priega a non mancar di fede:
Per Anselmo la separazione era dolorosa quanto una ferita al cuore. Terrorizzato dalla gelosia, supplicò la moglie di restargli fedele durante l'assenza.
Ottava 84
665dicendole ch’a donna né bellezza,
né nobiltà, né gran fortuna basta,
sì che di vero onor monti in altezza,
se per nome e per opre non è casta;
e che quella virtù via più si prezza,
670che di sopra riman quando contrasta,
e ch’or gran campo avria per questa assenza,
di far di pudicizia esperienza.
Le ricordò che bellezza, nobiltà e ricchezza non bastano a dare onore a una donna, se manca la fedeltà; la vera virtù, insisteva, deve dimostrarsi proprio quando esistono occasioni di trasgredire.
Ottava 85
Con tai le cerca ed altre assai parole
persuader ch’ella gli sia fedele.
675De la dura partita ella si duole,
con che lacrime, oh Dio! con che querele!
E giura che più tosto oscuro il sole
vedrassi, che gli sia mai sì crudele,
che rompa fede; e che vorria morire
680più tosto ch’aver mai questo desire.
Argia, questo il nome della moglie, pianse disperatamente per la partenza e promise che sarebbe morta piuttosto che tradire il marito.
Ottava 86
Ancor ch’a sue promesse e a suoi scongiuri
desse credenza e si achetasse alquanto,
non resta che più intender non procuri,
e che materia non procacci al pianto.
685Avea uno amico suo, che dei futuri
casi predir teneva il pregio e ’l vanto;
e d’ogni sortilegio e magica arte,
o il tutto, o ne sapea la maggior parte.
Anselmo voleva crederle, ma non smetteva di preoccuparsi. Si rivolse allora a un amico esperto di astrologia e arti magiche, capace di interpretare eventi futuri.
Ottava 87
Diegli, pregando di vedere assunto,
690se la sua moglie, nominata Argia,
nel tempo che da lei starà disgiunto,
fedele e casta, o pel contario fia.
Colui da prieghi vinto, tolle il punto,
il ciel figura come par che stia.
695Anselmo il lascia in opra, e l’altro giorno
a lui per la risposta fa ritorno.
Gli chiese di verificare se Argia sarebbe rimasta fedele mentre egli si trovava a Roma. L'astrologo studiò la posizione dei pianeti e fissò al giorno dopo la risposta.
Ottava 88
L’astrologo tenea le labra chiuse,
per non dire al dottor cosa che doglia,
e cerca di tacer con molte scuse.
700Quando pur del suo mal vede c’ha voglia,
che gli romperà fede gli concluse,
tosto ch’egli abbia il piè fuor de la soglia,
non da bellezza né da prieghi indotta,
ma da guadagno e da prezzo corrotta.
Lo studioso esitava a rivelare una previsione così dolorosa, ma alla fine disse che Argia avrebbe tradito il marito, non per semplice desiderio, bensì perché sedotta da un guadagno materiale.
Ottava 89
705Giunte al timore, al dubbio ch’avea prima,
queste minacce dei superni moti,
come gli stesse il cor, tu stesso stima,
se d’amor gli accidenti ti son noti.
E sopra ogni mestizia che l’opprima,
710e che l’afflitta mente aggiri e arruoti,
è ’l saper come, vinta d’avarizia,
per prezzo abbia a lasciar sua pudicizia.
La predizione aggravò la gelosia del giudice. Sapere che la moglie avrebbe ceduto al denaro gli sembrava particolarmente umiliante e lo gettò nella disperazione.
Ottava 90
Or per far quanti potea far ripari
da non lasciarla in quel error cadere
715(perché il bisogno a dispogliar gli altari
tra’ l’uom talvolta, che sel trova avere),
ciò che tenea di gioie e di danari
(che n’avea somma) pose in suo potere:
rendite e frutti d’ogni possessione,
720e ciò c’ha al mondo, in man tutto le pone.
Pensando di impedirle qualsiasi necessità economica, Anselmo affidò ad Argia denaro, gioielli e tutti i proventi dei suoi possedimenti, lasciandole piena disponibilità delle ricchezze familiari.
Ottava 91
– Con facultade (disse) che ne’ tuoi
non sol bisogni te li goda e spenda,
ma che ne possi far ciò che ne vuoi,
li consumi, li getti, e doni e venda;
725altro conto saper non ne vo’ poi,
pur che, qual ti lascio or, tu mi ti renda:
pur che, come or tu sei, mi sie rimasa,
fa che io non trovi né poder né casa. –
Le disse che poteva spendere, donare e vendere ogni cosa senza rendere conto, purché conservasse la fedeltà. Sarebbe stato disposto perfino a perdere tutti i beni in cambio di quella certezza.
Ottava 92
La prega che non faccia, se non sente
730ch’egli ci sia, ne la città dimora;
ma ne la villa, ove più agiatamente
viver potrà d’ogni commercio fuora.
Questo dicea, però che l’umil gente
che nel gregge o ne’ campi gli lavora,
735non gli era aviso che le caste voglie
contaminar potessero alla moglie.
Le chiese inoltre di restare in una villa isolata anziché abitare in città, convinto che i semplici contadini non avrebbero potuto sedurla.
Ottava 93
Tenendo tuttavia le belle braccia
al timido marito al collo Argia,
e di lacrime empiendogli la faccia,
740ch’un fiumicel dagli occhi le n’uscia;
s’attrista che colpevole la faccia,
come di fé mancata già gli sia;
che questa sua sospizion procede,
perché non ha ne la sua fede fede.
Argia, piangendo tra le braccia del marito, si sentì ingiustamente accusata: la sua gelosia sembrava dimostrare che egli non credeva alla parola della moglie.
Ottava 94
745Troppo sarà, s’io voglio ir rimembrando
ciò ch’al partir da tramendua fu detto.
– Il mio onor (dice al fin) ti raccomando: –
piglia licenza, e partesi in effetto;
e ben si sente veramente, quando
750volge il cavallo, uscire il cor del petto.
Ella lo segue, quanto seguir puote,
con gli occhi che le rigano le gote.
Dopo molte suppliche e promesse, Anselmo partì, affidandole il proprio onore. Nel separarsi i coniugi si sentirono profondamente addolorati, e Argia seguì con lo sguardo il marito che si allontanava.
Ottava 95
Adonio intanto misero e tapino,
e (come io dissi) pallido e barbuto,
755verso la patria avea preso il camino,
sperando di non esser conosciuto.
Sul lago giunse alla città vicino,
là dove avea dato alla biscia aiuto,
ch’era assediata entro la macchia forte
760da quel villan che por la volea a morte.
Proprio in quei giorni Adonio tornava verso Mantova. Raggiunse il punto dove anni prima aveva salvato il serpente dal contadino.
Ottava 96
Quivi arrivando in su l’aprir del giorno,
ch’ancor splendea nel cielo alcuna stella,
si vede in peregrino abito adorno
venir pel lito incontra una donzella
765in signoril sembiante, ancor ch’intorno
non l’apparisse né scudier né ancella.
Costei con grata vista lo raccolse,
e poi la lingua a tai parole sciolse:
Al sorgere del sole gli apparve una giovane dall'aspetto nobile, vestita come una viaggiatrice e senza servitori. Lo salutò cordialmente e si preparò a parlargli.
Ottava 97
– Se ben non mi conosci, o cavalliero,
770son tua parente, e grande obligo t’aggio:
parente son, perché da Cadmo fiero
scende d’amenduo noi l’alto lignaggio.
Io son la fata Manto, che ’l primiero
sasso messi a fondar questo villaggio;
775e dal mio nome (come ben forse hai
contare udito) Mantua la nomai.
La donna si presentò come la fata Manto, fondatrice leggendaria della città, e spiegò di essere parente di Adonio per l'origine comune dalla stirpe di Cadmo.
Ottava 98
De le fate io son una; ed il fatale
stato per farti anco saper ch’importe,
nascemo a un punto, che d’ogn’altro male
780siamo capaci, fuor che de la morte.
Ma giunto è con questo essere immortale
condizion non men del morir forte;
ch’ogni settimo giorno ogniuna è certa
che la sua forma in biscia si converta.
Rivelò che le fate sono immortali ma soffrono una condizione penosa: ogni sette giorni devono trasformarsi in serpenti, senza poter scegliere di evitarlo.
Ottava 99
785Il vedersi coprir del brutto scoglio,
e gir serpendo, è cosa tanto schiva,
che non è pare al mondo altro cordoglio;
tal che bestemmia ogniuna d’esser viva.
E l’obbligo ch’io t’ho (perché ti voglio
790insiememente dire onde deriva),
tu saprai che quel dì, per esser tali,
siamo a periglio d’infiniti mali.
La trasformazione è per loro ripugnante e le espone a pericoli continui, poiché le persone hanno paura dei serpenti e spesso cercano di ucciderli o di ferirli.
Ottava 100
Non è sì odiato altro animale in terra,
come la serpe; e noi, che n’abbiàn faccia,
795patimo da ciascuno oltraggio e guerra;
che chi ne vede, ne percuote e caccia.
Se non troviamo ove tornar sotterra,
sentiamo quanto pesa altrui le braccia.
Meglio saria poter morir, che rotte
800e storpiate restar sotto le botte.
Quando assumono quella forma, le fate possono essere battute e mutilate, pur senza poter morire. È una sofferenza che a volte rende loro odiosa la stessa immortalità.
Ottava 101
L’obligo ch’io t’ho grande, è ch’una volta
che tu passavi per quest’ombre amene,
per te di mano fui d’un villan tolta,
che gran travagli m’avea dati e pene.
805Se tu non eri, io non andava asciolta,
ch’io non portassi rotto e capo e schene,
e che sciancata non restassi e storta,
se ben non vi potea rimaner morta:
Manto spiega che il serpente salvato da Adonio era lei stessa. Senza il suo intervento, il contadino le avrebbe spezzato il corpo, lasciandola viva ma gravemente mutilata.
Ottava 102
perché quei giorni che per terra il petto
810traemo avvolte in serpentile scorza,
il ciel ch’in altri tempi è a noi suggetto,
niega ubbidirci, e prive siàn di forza.
In altri tempi ad un sol nostro detto
il sol si ferma e la sua luce ammorza;
815l’immobil terra gira e muta loco;
s’infiamma il ghiaccio, e si congela il fuoco.
Durante i giorni in forma di serpente le fate perdono ogni potere magico. Negli altri giorni possono invece compiere prodigi, come fermare il sole, spostare la terra o trasformare il fuoco in ghiaccio.
Ottava 103
Ora io son qui per renderti mercede
del beneficio che mi festi allora.
Nessuna grazia indarno or mi si chiede
820ch’io son del manto viperino fuora.
Tre volte più che di tuo padre erede
non rimanesti, io ti fo ricco or ora:
né vo’ che mai più povero diventi,
ma quanto spendi più, che più augumenti.
Per ricompensare il salvataggio Manto promette ad Adonio una ricchezza più che tripla rispetto al patrimonio perduto e il potere di aumentarla perfino spendendo senza misura.
Ottava 104
825E perché so che ne l’antiquo nodo,
in che già Amor t’avinse, anco ti trovi,
voglioti dimostrar l’ordine e ’l modo
ch’a disbramar tuoi desideri giovi.
Io voglio, or che lontano il marito odo,
830che senza indugio il mio consiglio provi;
vadi a trovar la donna che dimora
fuori alla villa, e sarò teco io ancora. –
Conoscendo inoltre il suo amore ancora vivo per Argia, la fata decide di aiutarlo a conquistarla, approfittando dell'assenza di Anselmo. Gli spiega che dovrà raggiungere la villa dove abita la donna.
Ottava 105
E seguitò narrandogli in che guisa
alla sua donna vuol che s’appresenti;
835dico come vestir, come precisa-
mente abbia a dir, come la prieghi e tenti;
e che forma essa vuol pigliar, devisa;
che, fuor che ’l giorno ch’erra tra serpenti,
in tutti gli altri si può far, secondo
840che più le pare, in quante forme ha il mondo.
Manto gli insegna esattamente come presentarsi, quali parole usare e in che modo condurre il corteggiamento. Può assumere qualsiasi forma quando non è costretta a trasformarsi in serpente.
Ottava 106
Messe in abito lui di peregrino
il qual per Dio di porta in porta accatti:
mutosse ella in un cane, il più piccino
di quanti mai n’abbia Natura fatti,
845di pel lungo, più bianco ch’armellino,
di grato aspetto e di mirabili atti.
Così trasfigurato, entraro in via
verso la casa de la bella Argia:
La fata veste Adonio da povero pellegrino e si trasforma in un cagnolino minuscolo, bianco e grazioso, capace di attirare l'attenzione di chiunque. Insieme si dirigono verso la villa di Argia.
Ottava 107
e dei lavoratori alle capanne
850prima ch’altrove, il giovene fermosse;
e cominciò a sonar certe sue canne,
al cui suono danzando il can rizzosse.
La voce e ’l grido alla padrona vanne,
e fece sì, che per veder si mosse.
855Fece il romeo chiamar ne la sua corte,
sì come del dottor traea la sorte.
Adonio si ferma presso i lavoratori dei campi e suona uno strumento musicale, mentre il cane danza in modo sorprendente. La notizia raggiunge Argia, che fa chiamare il pellegrino.
Ottava 108
E quivi Adonio a comandare al cane
incominciò, ed il cane a ubbidir lui,
e far danze nostral, farne d’estrane,
860con passi e continenze e modi sui,
e finalmente con maniere umane
far ciò che comandar sapea colui,
con tanta attenzion, che chi lo mira,
non batte gli occhi, e a pena il fiato spira.
Davanti alla padrona di casa il cane esegue danze complicate e movimenti quasi umani, obbedendo a ogni ordine di Adonio. Tutti lo osservano incantati.
Ottava 109
865Gran maraviglia, ed indi gran desire
venne alla donna di quel can gentile;
e ne fa per la balia proferire
al cauto peregrin prezzo non vile,
– S’avessi più tesor, che mai sitire
870potesse cupidigia feminile
(colui rispose), non saria mercede
di comprar degna del mio cane un piede. –
Argia desidera comprare il cagnolino e, tramite la balia, offre una grande somma. Adonio rifiuta, sostenendo che nessuna ricchezza sarebbe sufficiente a pagarlo.
Ottava 110
E per mostrar che veri i detti foro,
con la balia in un canto si ritrasse,
875e disse al cane, ch’una marca d’oro
a quella donna in cortesia donasse.
Scossesi il cane, e videsi il tesoro.
Disse Adonio alla balia, che pigliasse,
soggiungendo: – Ti par che prezzo sia,
880per cui sì bello e util cane io dia?
Per dimostrarne il valore, ordina al cane di regalare alla balia una moneta d'oro: la creatura la produce magicamente, suscitando ulteriore meraviglia.
Ottava 111
Cosa, qual vogli sia, non gli domando,
di ch’io ne torni mai con le man vote;
e quando perle, e quando annella, e quando
leggiadra veste e di gran prezzo scuote.
885Pur di’ a madonna, che fia al suo comando;
per oro no, ch’oro pagar nol puote:
ma se vuol ch’una notte seco io giaccia,
abbiasi il cane, e ’l suo voler ne faccia. –
Adonio afferma che il cane può procurare gioielli, vestiti e ogni genere di ricchezza. Accetterà di cederlo soltanto se Argia consentirà a passare con lui una notte d'amore.
Ottava 112
Così dice: e una gemma allora nata
890le dà, ch’alla padrona l’appresenti.
Pare alla balia averne più derata,
che di pagar dieci ducati o venti.
Torna alla donna, e le fa l’imbasciata;
e la conforta poi, che si contenti
895d’acquistare il bel cane; ch’acquistarlo
per prezzo può, che non si perde a darlo.
Il pellegrino fa apparire un'altra gemma e la consegna alla balia, perché la mostri alla signora. La serva torna da Argia e le consiglia di accettare la proposta, sminuendone le conseguenze morali.
Ottava 113
La bella Argia sta ritrosetta in prima;
parte, che la sua fé romper non vuole,
parte, ch’esser possibile non stima
900tutto ciò che ne suonan le parole.
La balia le ricorda, e rode e lima,
che tanto ben di rado avvenir suole;
e fe’ che l’agio un altro dì si tolse,
che ’l can veder senza tanti occhi volse.
Argia dapprima si oppone: non vuole tradire il marito e dubita che il cane sia veramente così prodigioso. La balia però insiste finché la donna si convince a rivedere il pellegrino in privato.
Ottava 114
905Quest’altro comparir ch’Adonio fece,
fu la ruina e del dottor la morte.
Facea nascer le doble a diece a diece,
filze di perle, e gemme d’ogni sorte:
sì che il superbo cor mansuefece,
910che tanto meno a contrastar fu forte,
quanto poi seppe che costui ch’inante
gli fa partito, è ’l cavallier suo amante.
Adonio si presenta di nuovo e il cane produce quantità enormi di oro, perle e gemme. Argia vacilla ancora di più quando apprende che il pellegrino è in realtà Adonio, il cavaliere che l'aveva amata.
Ottava 115
De la puttana sua balia i conforti,
i prieghi de l’amante e la presenza,
915il veder che guadagno se l’apporti,
del misero dottor la lunga assenza,
lo sperar ch’alcun mai non lo rapporti,
fero ai casti pensier tal violenza,
ch’ella accettò il bel cane, e per mercede
920in braccio e in preda al suo amator si diede.
La balia complice, le suppliche dell'amante, i doni favolosi e la lontananza del marito vincono le esitazioni di Argia. Ella accetta il cane e concede ad Adonio quanto egli desidera.
Ottava 116
Adonio lungamente frutto colse
de la sua bella donna, a cui la fata
grande amor pose, e tanto le ne volse,
che sempre star con lei si fu ubligata.
925Per tutti i segni il sol prima si volse,
ch’al giudice licenza fosse data:
al fin tornò, ma pien di gran sospetto
per quel che già l’astrologo avea detto.
Adonio rimane a lungo con Argia, sostenuto dall'incantesimo di Manto. Intanto trascorre un lungo periodo prima che Anselmo ottenga il permesso di tornare a Mantova, sempre preoccupato per la previsione ricevuta.
Ottava 117
Fa, giunto ne la patria, il primo volo
930a casa de l’astrologo, e gli chiede,
se la sua donna fatto inganno e dolo,
o pur servato gli abbia amore e fede.
Il sito figurò colui del polo,
ed a tutti i pianeti il luogo diede:
935poi rispose che quel ch’avea temuto,
come predetto fu, gli era avvenuto;
Rientrato in patria, il giudice corre dall'astrologo per conoscere la verità sulla moglie. Esaminate di nuovo le stelle, l'uomo gli conferma che Argia è stata conquistata con doni preziosi.
Ottava 118
che da doni grandissimi corrotta,
data ad altri s’avea la donna in preda.
Questa al dottor nel cor fu sì gran botta,
940che lancia e spiedo io vo’ che ben le ceda.
Per esserne più certo, ne va allotta
(ben che pur troppo allo indivino creda)
ov’è la balia, e la tira da parte,
e per saperne il certo usa grande arte.
La notizia colpisce Anselmo come una ferita mortale. Deciso ad accertarsi dei fatti, interroga la balia di Argia con grande astuzia.
Ottava 119
945Con larghi giri circondando prova
or qua or là di ritrovar la traccia;
e da principio nulla ne ritrova,
con ogni diligenza che ne faccia;
ch’ella, che non avea tal cosa nuova,
950stava negando con immobil faccia;
e come bene istrutta, più d’un mese
tra il dubbio e ’l certo il suo patron sospese.
La donna nega ogni cosa con abilità e per più di un mese riesce a lasciare il giudice sospeso fra sospetto e certezza.
Ottava 120
Quanto dovea parergli il dubio buono,
se pensava il dolor ch’avria del certo!
955Poi ch’indarno provò con priego e dono,
che da la balia il ver gli fosse aperto,
né toccò tasto ove sentisse suono
altro che falso; come uom ben esperto,
aspettò che discordia vi venisse;
960ch’ove femine son, son liti e risse.
Quando preghiere e offerte non bastano, Anselmo decide di aspettare che nasca un litigio tra Argia e la serva, sperando che il risentimento porti alla confessione.
Ottava 121
E come egli aspettò, così gli avvenne;
ch’al primo sdegno che tra loro nacque,
senza suo ricercar, la balia venne
il tutto a ricontargli, e nulla tacque.
965Lungo a dir fôra ciò che ’l cor sostenne,
come la mente costernata giacque
del giudice meschin, che fu sì oppresso,
che stette per uscir fuor di se stesso:
Alla prima lite la balia corre da Anselmo e gli racconta ogni dettaglio del tradimento. Il giudice rimane sconvolto e quasi perde la ragione.
Ottava 122
e si dispose al fin, da l’ira vinto,
970morir, ma prima uccider la sua moglie;
e che d’amendue i sangui un ferro tinto
levassi lei di biasmo, e sé di doglie.
Ne la città se ne ritorna, spinto
da così furibonde e cieche voglie;
975indi alla villa un suo fidato manda,
e quanto esequir debba, gli commanda.
Dominato dall'ira, decide di uccidere la moglie e poi se stesso, convinto che il doppio delitto possa cancellare il disonore e il dolore. Torna quindi in città e affida un ordine a un servitore fidato.
Ottava 123
Commanda al servo, ch’alla moglie Argia
torni alla villa, e in nome suo le dica
ch’egli è da febbre oppresso così ria,
980che di trovarlo vivo avrà fatica;
sì che, senza aspettar più compagnia,
venir debba con lui, s’ella gli è amica
(verrà: sa ben che non farà parola);
e che tra via le seghi egli la gola.
Il servo dovrà raggiungere Argia, fingere che il marito sia gravemente malato e convincerla a seguirlo subito. Durante il viaggio, in un luogo isolato, dovrà tagliarle la gola.
Ottava 124
985A chiamar la patrona andò il famiglio,
per far di lei quanto il signor commesse.
Dato prima al suo cane ella di piglio,
montò a cavallo ed a camin si messe.
L’avea il cane avisata del periglio,
990ma che d’andar per questo ella non stesse;
ch’avea ben disegnato e proveduto
onde nel gran bisogno avrebbe aiuto.
Argia parte immediatamente, portando con sé il cagnolino magico. Il cane la avverte del pericolo ma le assicura che può seguire il servo, perché è già pronto a salvarla.
Ottava 125
Levato il servo del camino s’era;
e per diverse e solitarie strade
995a studio capitò su una riviera
che d’Apennino in questo fiume cade;
ov’era bosco e selva oscura e nera,
lungi da villa e lungi da cittade.
Gli parve loco tacito e disposto
1000per l’effetto crudel che gli fu imposto.
Il servitore abbandona la strada principale e conduce Argia in un luogo selvaggio presso un fiume, lontano da case e testimoni, dove pensa di eseguire l'ordine.
Ottava 126
Trasse la spada e alla padrona disse
quanto commesso il suo signor gli avea;
sì che chiedesse, prima che morisse,
perdono a Dio d’ogni colpa rea.
1005Non ti so dir com’ella si coprisse:
quando il servo ferirla si credea,
più non la vide, e molto d’ogn’intorno
l’andò cercando, e al fin restò con scorno.
Estrae la spada e comunica alla donna che il marito l'ha condannata a morte, invitandola a pregare. Quando sta per colpirla, Argia svanisce miracolosamente dalla sua vista.
Ottava 127
Torna al patron con gran vergogna ed onta,
1010tutto attonito in faccia e sbigottito;
e l’insolito caso gli racconta,
ch’egli non sa come si sia seguito.
Ch’a’ suoi servigi abbia la moglie pronta
la fata Manto, non sapea il marito;
1015che la balia onde il resto avea saputo,
questo, non so perché, gli avea taciuto.
Il servo torna terrorizzato e riferisce l'accaduto al giudice. Anselmo non sa che Manto protegge Argia e che proprio la fata ha organizzato la scomparsa.
Ottava 128
Non sa che far; che né l’oltraggio grave
vendicato ha, né le sue pene ha sceme.
Quel ch’era una festuca, ora è una trave,
1020tanto gli pesa, tanto al cor gli preme.
L’error che sapean pochi, or sì aperto have,
che senza indugio si palesi, teme.
Potea il primo celarsi; ma il secondo,
publico in breve fia per tutto il mondo.
Il giudice teme che la situazione peggiori: il tentato omicidio renderà pubblico uno scandalo che prima pochi conoscevano, aggravando la sua vergogna anziché cancellarla.
Ottava 129
1025Conosce ben che, poi che ’l cor fellone
avea scoperto il misero contra essa,
ch’ella, per non tornargli in suggezione,
d’alcun potente in man si sarà messa;
il qual se la terrà con irrisione
1030ed ignominia del marito espressa;
e forse anco verrà d’alcuno in mano,
che ne fia insieme adultero e ruffiano.
Anselmo immagina che la moglie, conoscendo ormai le sue intenzioni, abbia cercato protezione presso un uomo potente e che questo possa mantenerla apertamente come amante, umiliandolo davanti a tutti.
Ottava 130
Sì che, per rimediarvi, in fretta manda
intorno messi e lettere a cercarne:
1035ch’in quel loco, ch’in questo ne domanda
per Lombardia, senza città lasciarne.
Poi va in persona, e non si lascia banda
ove o non vada o mandivi a spiarne:
né mai può ritrovar capo né via
1040di venire a notizia, che ne sia.
Per ritrovarla spedisce messi in molte città della Lombardia e avvia personalmente ricerche ovunque possa aver trovato rifugio. Non ottiene però alcuna notizia.
Ottava 131
Al fin chiama quel servo a chi fu imposta
l’opra crudel che poi non ebbe effetto,
e fa che lo conduce ove nascosta
se gli era Argia, sì come gli avea detto;
1045che forse in qualche macchia il dì reposta,
la notte si ripara ad alcun tetto.
Lo guida il servo ove trovar si crede
la folta selva, e un gran palagio vede.
Infine chiede al servo di ricondurlo al punto della scomparsa. Dove si aspetta di trovare una foresta, vede invece sorgere un palazzo magnifico.
Ottava 132
Fatto avea farsi alla sua fata intanto
1050la bella Argia con subito lavoro
d’alabastri un palagio per incanto,
dentro e di fuor tutto fregiato d’oro.
Né lingua dir, né cor pensar può quanto
avea beltà di fuor, dentro tesoro.
1055Quel che iersera sì ti parve bello,
del mio signor, saria un tugurio a quello.
Argia ha infatti chiesto a Manto di costruirle un edificio incantato di alabastro e oro, più bello e ricco persino del palazzo visitato da Rinaldo la sera precedente.
Ottava 133
E di panni di razza, e di cortine
tessute riccamente e a varie fogge,
ornate eran le stalle e le cantine,
1060non sale pur, non pur camere e logge;
vasi d’oro e d’argento senza fine,
gemme cavate, azzurre e verdi e rogge,
e formate in gran piatti e in coppe e in nappi,
e senza fin d’oro e di seta drappi.
Ogni stanza, perfino le cantine e le stalle, è colma di arazzi, tendaggi, argenti, gemme e oggetti preziosissimi. La ricchezza dell'edificio supera ogni immaginazione.
Ottava 134
1065Il giudice, sì come io vi dicea,
venne a questo palagio a dar di petto,
quando né una capanna si credea
di ritrovar, ma solo il bosco schietto.
Per l’alta maraviglia che n’avea,
1070esser si credea uscito d’intelletto:
non sapea se fosse ebbro o se sognassi,
o pur se ’l cervel scemo a volo andassi.
Anselmo, che pensava di trovarsi in un bosco disabitato, resta senza fiato. Non sa se sia sveglio, ubriaco o vittima di un'illusione.
Ottava 135
Vede inanzi alla porta uno Etiopo
con naso e labri grossi; e ben gli è avviso
1075che non vedesse mai, prima né dopo,
un così sozzo e dispiacevol viso;
poi di fattezze, qual si pinge Esopo,
d’attristar, se vi fosse, il paradiso;
bisunto e sporco, e d’abito mendico:
1080né a mezzo ancor di sua bruttezza io dico.
Davanti all'ingresso vede un uomo dalla pelle scura, dall'aspetto trascurato e sgradevole, che il narratore descrive attraverso stereotipi sprezzanti tipici del suo tempo.
Ottava 136
Anselmo che non vede altro da cui
possa saper di chi la casa sia,
a lui s’accosta, e ne domanda a lui;
ed ei risponde: – Questa casa è mia. –
1085Il giudice è ben certo che colui
lo beffi e che gli dica la bugia:
ma con scongiuri il negro ad affermare
che sua è la casa, e ch’altri non v’ha a fare;
Non incontrando nessun altro, il giudice chiede a quell'uomo chi possieda il palazzo. Lo sconosciuto risponde che è suo, benché Anselmo faccia fatica a credergli.
Ottava 137
e gli offerisce, se la vuol vedere,
1090che dentro vada, e cerchi come voglia;
e se v’ha cosa che gli sia in piacere
o per sé o per gli amici, se la toglia.
Diede il cavallo al servo suo a tenere
Anselmo, e messe il piè dentro alla soglia;
1095e per sale e per camere condutto,
da basso e d’alto andò mirando il tutto.
L'uomo insiste e invita il giudice a entrare e visitare liberamente ogni stanza, offrendogli perfino qualsiasi oggetto gli piaccia. Anselmo lascia il cavallo al servitore ed esplora il palazzo.
Ottava 138
La forma, il sito, il ricco e bel lavoro
va contemplando, e l’ornamento regio;
e spesso dice: – Non potria quant’oro
1100è sotto il sol pagare il loco egregio. –
A questo gli risponde il brutto Moro,
e dice: – E questo ancor trova il suo pregio:
se non d’oro o d’argento, nondimeno
pagar lo può quel che vi costa meno. –
Estasiato dalla bellezza dell'edificio, osserva che nessuna somma d'oro potrebbe pagarlo. Il padrone risponde che esiste invece un prezzo, e che si tratta di qualcosa apparentemente meno prezioso del denaro.
Ottava 139
1105E gli fa la medesima richiesta
ch’avea già Adonio alla sua moglie fatta.
De la brutta domanda e disonesta,
persona lo stimò bestiale e matta.
Per tre repulse e quattro egli non resta;
1110e tanti modi a persuaderlo adatta,
sempre offerendo in merito il palagio,
che fe’ inchinarlo al suo voler malvagio.
Lo sconosciuto propone ad Anselmo un rapporto sessuale in cambio del palazzo. Il giudice inizialmente lo considera folle e ripugnante, ma le insistenze e l'offerta lo inducono infine ad accettare.
Ottava 140
La moglie Argia che stava appresso ascosa,
poi che lo vide nel suo error caduto,
1115saltò fuora gridando: – Ah degna cosa
che io veggo di dottor saggio tenuto! –
Trovato in sì mal’opra e viziosa,
pensa se rosso far si deve e muto.
O terra, acciò ti si gettassi dentro,
1120perché allor non t’apristi insino al centro?
Quando Anselmo cede, Argia esce dal nascondiglio e lo rimprovera pubblicamente: colui che voleva ucciderla per infedeltà ha appena accettato una proposta ancora più umiliante.
Ottava 141
La donna in suo discarco, ed in vergogna
d’Anselmo, il capo gl’intronò di gridi,
dicendo: – Come te punir bisogna
di quel che far con sì vil uom ti vidi,
1125se per seguir quel che natura agogna,
me, vinta a’ prieghi del mio amante, uccidi?
ch’era bello e gentile; e un dono tale
mi fe’, ch’a quel nulla il palagio vale.
Argia sottolinea l'incoerenza del marito: lui la condannava per aver ceduto a un amante attraente e generoso, mentre è disposto a vendere il proprio corpo a uno sconosciuto per un palazzo.
Ottava 142
S’io ti parvi esser degna d’una morte,
1130conosci che ne sei degno di cento:
e ben ch’in questo loco io sia sì forte,
ch’io possa di te fare il mio talento;
pure io non vo’ pigliar di peggior sorte
altra vendetta del tuo fallimento.
1135Di par l’avere e ’l dar, marito, poni;
fa, com’io a te, che tu a me ancor perdoni:
Afferma che, se lei meritava la morte, Anselmo sarebbe ancora più colpevole. Tuttavia non desidera vendetta, bensì un accordo fondato sul reciproco perdono.
Ottava 143
e sia la pace e sia l’accordo fatto,
ch’ogni passato error vada in oblio;
né ch’in parole io possa mai né in atto
1140ricordarti il tuo error, né a me tu il mio. –
Il marito ne parve aver buon patto,
né dimostrossi al perdonar restio.
Così a pace e concordia ritornaro,
e sempre poi fu l’uno all’altro caro. –
Argia propone di dimenticare i rispettivi errori e di non rinfacciarseli mai più. Anselmo accetta con sollievo e i due tornano a vivere in concordia.
Ottava 144
1145Così disse il nocchiero; e mosse a riso
Rinaldo al fin de la sua istoria un poco;
e diventar gli fece a un tratto il viso,
per l’onta del dottor, come di fuoco.
Rinaldo Argia molto lodò, ch’avviso
1150ebbe d’alzare a quello augello un gioco
ch’alla medesma rete fe’ cascallo,
in che cadde ella, ma con minor fallo.
Il marinaio conclude la novella. Rinaldo ride dell'imbarazzo del giudice e loda l'intelligenza di Argia, che ha fatto cadere il marito nella stessa trappola che egli aveva usato contro di lei.
Ottava 145
Poi che più in alto il sole il camin prese,
fe’ il paladino apparecchiar la mensa,
1155ch’avea la notte il Mantuan cortese
provista con larghissima dispensa.
Fugge a sinistra intanto il bel paese,
ed a man destra la palude immensa:
viene e fuggesi Argenta e ’l suo girone
1160col lito ove Santerno il capo pone.
Più tardi, durante il viaggio, Rinaldo fa servire il pranzo preparato dal suo ospite. La barca procede lungo il fiume, lasciando alle spalle Argenta e la zona in cui confluisce il Santerno.
Ottava 146
Allora la Bastia credo non v’era,
di che non troppo si vantar Spagnuoli
d’avervi su tenuta la bandiera;
ma più da pianger n’hanno i Romagniuoli.
1165E quindi a filo alla dritta riviera
cacciano il legno, e fan parer che voli.
Lo volgon poi per una fossa morta,
ch’a mezzodì presso a Ravenna il porta.
Il narratore ricorda di passaggio gli avvenimenti bellici della Bastia e le sofferenze della Romagna. I marinai imboccano poi un canale che conduce il battello nei pressi di Ravenna.
Ottava 147
Ben che Rinaldo con pochi danari
1170fosse sovente, pur n’avea sì alora,
che cortesia ne fece a’ marinari,
prima che li lasciasse alla buon’ora.
Quindi mutando bestie e cavallari,
Arimino passò la sera ancora;
1175né in Montefiore aspetta il matutino,
e quasi a par col sol giunge in Urbino.
Rinaldo ricompensa generosamente i marinai e continua il viaggio per terra, cambiando cavalli. Raggiunge Rimini la sera e poi procede senza fermarsi fino a Urbino.
Ottava 148
Quivi non era Federico allora,
né l’Issabetta, né ’l buon Guido v’era,
né Francesco Maria, ne Leonora,
1180che con cortese forza e non altiera
avesse astretto a far seco dimora
sì famoso guerrier più d’una sera;
come fer già molti anni, ed oggi fanno
a donne e a cavallier che di là vanno.
Ariosto osserva che Rinaldo attraversa Urbino in un'epoca in cui non vi sono ancora i grandi signori che, nei secoli futuri, ospiteranno generosamente cavalieri e nobildonne.
Ottava 149
1185Poi che quivi alla briglia alcun nol prende,
smonta Rinaldo a Cagli alla via dritta.
Pel monte che ’l Metauro o il Gauno fende,
passa Apennino e più non l’ha a man ritta;
passa gli Ombri e gli Etrusci, e a Roma scende;
1190da Roma ad Ostia; e quindi si tragitta
per mare alla cittade a cui commise
il pietoso figliuol l’ossa d’Anchise.
Non trattenuto da nessuno, il paladino attraversa Cagli e l'Appennino, passa per le terre umbre e toscane, raggiunge Roma e si imbarca a Ostia verso la Sicilia.
Ottava 150
Muta ivi legno, e verso l’isoletta
di Lipadusa fa ratto levarsi;
1195quella che fu dai combattenti eletta,
ed ove già stati erano a trovarsi.
Insta Rinaldo, e gli nocchieri affretta,
ch’a vela e a remi fan ciò che può farsi;
ma i venti avversi e per lui mal gagliardi,
1200lo fecer, ma di poco, arrivar tardi.
Cambiata nave, dirige subito la rotta verso Lipadusa, sollecitando continuamente i marinai. Tuttavia il vento contrario lo rallenta, facendolo arrivare poco dopo la fine del duello.
Ottava 151
Giunse ch’a punto il principe d’Anglante
fatta avea l’utile opra e gloriosa:
avea Gradasso ucciso ed Agramante,
ma con dura vittoria e sanguinosa.
1205Morto n’era il figliuol di Monodante;
e di grave percossa e perigliosa
stava Olivier languendo in su l’arena,
e del piè guasto avea martìre e pena.
Rinaldo trova Orlando vittorioso su Agramante e Gradasso, ma scopre che Brandimarte è morto e che Oliviero è gravemente ferito al piede.
Ottava 152
Tener non poté il conte asciutto il viso,
1210quando abbracciò Rinaldo, e che narrolli
che gli era stato Brandimarte ucciso,
che tanta fede e tanto amor portolli.
Né men Rinaldo, quando sì diviso
vide il capo all’amico, ebbe occhi molli:
1215poi quindi ad abbracciar si fu condotto
Olivier che sedea col piede rotto.
Orlando scoppia a piangere mentre abbraccia Rinaldo e gli racconta la morte dell'amico. Anche Rinaldo piange davanti al corpo di Brandimarte, poi va a salutare Oliviero ferito.
Ottava 153
La consolazion che seppe, tutta
diè lor, ben che per sé tor non la possa;
che giunto si vedea quivi alle frutta,
1220anzi poi che la mensa era rimossa.
Andaro i servi alla città distrutta,
e di Gradasso e d’Agramante l’ossa
ne le ruine ascoser di Biserta,
e quivi divulgar la cosa certa.
Rinaldo cerca di confortare i compagni, pur soffrendo a sua volta. Nel frattempo alcuni servitori trasportano le spoglie dei re saraceni nelle rovine di Biserta, rendendo nota la loro morte.
Ottava 154
1225De la vittoria ch’avea avuto Orlando,
s’allegrò Astolfo e Sansonetto molto;
non sì però, come avrian fatto, quando
non fosse a Brandimarte il lume tolto.
Sentir lui morto il gaudio va scemando
1230sì, che non ponno asserenare il volto.
Or chi sarà di lor, ch’annunzio voglia
a Fiordiligi dar di sì gran doglia?
Astolfo e Sansonetto si rallegrano della vittoria, ma la notizia della morte di Brandimarte annulla quasi tutta la gioia. Nessuno sa come annunciare a Fiordiligi il terribile lutto.
Ottava 155
La notte che precesse a questo giorno,
Fiordiligi sognò che quella vesta
1235che, per mandarne Brandimarte adorno,
avea trapunta e di sua man contesta,
vedea per mezzo sparsa e d’ogn’intorno
di gocce rosse, a guisa di tempesta:
parea che di sua man così l’avesse
1240riccamata ella, e poi se ne dogliessse.
La notte prima Fiordiligi aveva sognato che un abito ricamato per Brandimarte si copriva misteriosamente di macchie rosse, simili a gocce di sangue.
Ottava 156
E parea dir: – Pur hammi il signor mio
commesso ch’io la faccia tutta nera:
or perché dunque riccamata holl’io
contra sua voglia in sì strana maniera? –
1245Di questo sogno fe’ giudicio rio;
poi la novella giunse quella sera:
ma tanto Astolfo ascosa le la tenne,
ch’a lei con Sansonetto se ne venne.
Nel sogno la donna si stupiva perché Brandimarte le aveva chiesto una veste nera. Il presagio la turbò, e quando giunse la notizia Astolfo tentò per qualche tempo di nascondergliela.
Ottava 157
Tosto ch’entraro, e ch’ella loro il viso
1250vide di gaudio in tal vittoria privo;
senz’altro annunzio sa, senz’altro avviso,
che Brandimarte suo non è più vivo.
Di ciò le resta il cor così conquiso,
e così gli occhi hanno la luce a schivo,
1255e così ogn’altro senso se le serra,
che come morta andar si lascia in terra.
Quando vide Astolfo e Sansonetto entrare con il volto privo di gioia, Fiordiligi comprese senza bisogno di parole che Brandimarte era morto. La disperazione fu così forte da farla svenire.
Ottava 158
Al tornar de lo spirto, ella alle chiome
caccia le mani; ed alle belle gote,
indarno ripetendo il caro nome,
1260fa danno ed onta più che far lor puote:
straccia i capelli e sparge; e grida, come
donna talor che ’l demon rio percuote,
o come s’ode che già a suon di corno
Menade corse, ed aggirossi intorno.
Ripresasi, si strappò i capelli, si graffiò il volto e gridò ripetutamente il nome dell'amato, abbandonandosi a una disperazione violenta.
Ottava 159
1265Or questo or quel pregando va, che porto
le sia un coltel, sì che nel cor si fera:
or correr vuol là dove il legno in porto
dei duo signor defunti arrivato era,
e de l’uno e de l’altro così morto
1270far crudo strazio e vendetta acra e fiera:
or vuol passare il mare, e cercar tanto,
che possa al suo signor morire a canto.
La donna chiese un pugnale per uccidersi, poi pensò di vendicarsi dei nemici e infine di attraversare il mare per morire accanto a Brandimarte.
Ottava 160
– Deh perché, Brandimarte, ti lasciai
senza me andare a tanta impresa? (disse).
1275Vedendoti partir, non fu più mai
che Fiordiligi tua non ti seguisse.
T’avrei giovato, s’io veniva, assai,
ch’avrei tenute in te le luci fisse;
e se Gradasso avessi dietro avuto,
1280con un sol grido io t’avrei dato aiuto;
Rimproverò se stessa per aver lasciato partire l'amato: se l'avesse seguito, forse avrebbe visto avvicinarsi Gradasso e sarebbe riuscita ad avvertirlo in tempo.
Ottava 161
o forse esser potrei stata sì presta,
ch’entrando in mezzo, il colpo t’avrei tolto:
fatto scudo t’avrei con la mia testa;
che morendo io, non era il danno molto.
1285Ogni modo io morrò; né fia di questa
dolente morte alcun profitto colto,
che, quando io fossi morta in tua difesa,
non potrei meglio aver la vita spesa.
Immaginò perfino che avrebbe potuto gettarsi davanti al colpo mortale per proteggere Brandimarte con il proprio corpo. Morire per salvarlo le sarebbe sembrata una fine degna.
Ottava 162
Se pur ad aiutarti i duri fati
1290avessi avuti e tutto il cielo avverso,
gli ultimi baci almeno io t’avrei dati,
almen t’avrei di pianto il viso asperso;
e prima che con gli angeli beati
fosse lo spirto al suo Fattor converso,
1295detto gli avrei: Va in pace, e là m’aspetta;
ch’ovunque sei, son per seguirti in fretta.
Almeno, continuò, avrebbe potuto dargli gli ultimi baci e accompagnarlo con le proprie lacrime prima che la sua anima salisse in cielo, promettendogli di raggiungerlo presto.
Ottava 163
È questo, Brandimarte, è questo il regno
di che pigliar lo scettro ora dovevi?
Or così teco a Dammogire io vegno?
1300così nel real seggio mi ricevi?
Ah Fortuna crudel, quanto disegno
mi rompi! oh che speranze oggi mi levi!
Deh, che cesso io, poi c’ho perduto questo
tanto mio ben, ch’io non perdo anco il resto? –
Fiordiligi ricordò il regno che Brandimarte avrebbe dovuto ricevere e le speranze di una vita insieme. La morte aveva distrutto ogni progetto, tanto da farle desiderare di non vivere più.
Ottava 164
1305Questo ed altro dicendo, in lei risorse
il furor con tanto impeto e la rabbia,
ch’a stracciare il bel crin di nuovo corse,
come il bel crin tutta la colpa n’abbia.
Le mani insieme si percosse e morse,
1310nel sen si cacciò l’ugne e ne le labbia.
Ma torno a Orlando ed a’ compagni, intanto
ch’ella si strugge e si consuma in pianto.
La disperazione la spinse nuovamente a straziarsi i capelli e il corpo. Il narratore la lascia nel pianto e torna a raccontare le azioni di Orlando.
Ottava 165
Orlando, col cognato che non poco
bisogno avea di medico e di cura,
1315ed altretanto, perché in degno loco
avesse Brandimarte sepultura,
verso il monte ne va che fa col fuoco
chiara la notte, e il dì di fumo oscura.
Hanno propizio il vento, e a destra mano
1320non e quel lito lor molto lontano.
Orlando decide di raggiungere la Sicilia per far curare il piede di Oliviero e dare a Brandimarte una sepoltura degna del suo valore. Il vento favorevole accompagna la nave.
Ottava 166
Con fresco vento ch’in favor veniva,
sciolser la fune al declinar del giorno,
mostrando lor la taciturna diva
la dritta via col luminoso corno;
1325e sorser l’altro dì sopra la riva
ch’amena giace ad Agringento intorno.
Quivi Orlando ordinò per l’altra sera
ciò ch’a funeral pompa bisogno era.
Salpano al tramonto e arrivano il giorno dopo presso Agrigento. Orlando dispone ogni cosa per una solenne cerimonia funebre prevista per la sera successiva.
Ottava 167
Poi che l’ordine suo vide essequito,
1330essendo omai del sole il lume spento,
fra molta nobiltà ch’era allo ’nvito
de’ luoghi intorno corsa in Agringento,
d’accesi torchi tutto ardendo ’l lito,
e di grida sonando e di lamento,
1335tornò Orlando ove il corpo fu lasciato,
che vivo e morto avea con fede amato.
Quando cala la notte, nobili e cittadini giungono al funerale. Torce accese illuminano la costa e le lamentazioni risuonano mentre Orlando torna a vedere il corpo dell'amico.
Ottava 168
Quivi Bardin di soma d’anni grave
stava piangendo alla bara funèbre,
che pel gran pianto ch’avea fatto in nave,
1340dovrìa gli occhi aver pianti e le palpèbre.
Chiamando il ciel crudel, le stelle prave,
ruggia come un leon ch’abbia la febre.
Le mani erano intanto empie e ribelle
ai crin canuti e alla rugosa pelle.
Accanto al feretro piange Bardino, vecchio e profondamente affezionato a Brandimarte. L'uomo impreca contro il destino e si strappa i capelli grigi.
Ottava 169
1345Levossi, al ritornar del paladino,
maggiore il grido, e raddoppiossi il pianto.
Orlando, fatto al corpo più vicino,
senza parlar stette a mirarlo alquanto,
pallido come colto al matutino
1350è da sera il ligustro o il molle acanto;
e dopo un gran sospir, tenendo fisse
sempre le luci in lui, così gli disse:
Alla vista di Orlando il lamento si intensifica. Il paladino contempla a lungo l'amico morto, pallido e immobile, poi trova la forza di rivolgergli la parola.
Ottava 170
– O forte, o caro, o mio fedel compagno,
che qui sei morto, e so che vivi in cielo,
1355e d’una vita v’hai fatto guadagno,
che non ti può mai tor caldo né gielo,
perdonami, se ben vedi ch’io piagno;
perché d’esser rimaso mi querelo,
e ch’a tanta letizia io non son teco;
1360non già perché qua giù tu non sia meco.
Orlando chiama Brandimarte compagno fedele e riconosce che la sua anima ha raggiunto il cielo. Chiede perdono per le lacrime: piange soprattutto perché è rimasto sulla terra e non può condividere la felicità dell'amico.
Ottava 171
Solo senza te son; né cosa in terra
senza te posso aver più, che mi piaccia.
Se teco era in tempesta e teco in guerra,
perché non anco in ozio ed in bonaccia?
1365Ben grande e ’l mio fallir, poi che mi serra
di questo fango uscir per la tua traccia.
Se negli affanni teco fui, perch’ora
non sono a parte del guadagno ancora?
Senza Brandimarte, dice, nulla può più renderlo felice. Dopo aver affrontato insieme battaglie e pericoli, non comprende perché non possa condividere con lui anche il premio della salvezza eterna.
Ottava 172
Tu guadagnato, e perdita ho fatto io:
1370sol tu all’acquisto, io non son solo al danno.
Partecipe fatto e del dolor mio
l’Italia, il regno franco e l’alemanno.
Oh quanto, quanto il mio signore e zio,
oh quanto i paladin da doler s’hanno!
1375quanto l’Imperio e la cristiana Chiesa,
che perduto han la sua maggior difesa!
La morte è una conquista per Brandimarte ma una perdita per Orlando, per la Francia, per l'Italia, per i paladini e per la Chiesa, che hanno perso uno dei loro difensori migliori.
Ottava 173
Oh quanto si torrà per la tua morte
di terrore a’ nimici e di spavento!
Oh quanto Pagania sarà più forte!
1380quanto animo n’avrà, quanto ardimento!
Oh come star ne dee la tua consorte!
Sin qui ne veggo il pianto, e ’l grido sento.
So che m’accusa, e forse odio mi porta,
che per me teco ogni sua speme è morta.
Anche i nemici, osserva Orlando, troveranno nuovo coraggio senza il timore di Brandimarte. Il paladino pensa inoltre al dolore terribile di Fiordiligi e teme che ella possa rimproverargli di non aver protetto l'amato.
Ottava 174
1385Ma, Fiordiligi, almen resti un conforto
a noi che siàn di Brandimarte privi;
ch’invidiar lui con tanta gloria morto
denno tutti i guerrier ch’oggi son vivi.
Quei Deci, e quel nel roman foro absorto,
1390quel sì lodato Codro dagli Argivi,
non con più altrui profitto e più suo onore
a morte si donar, del tuo signore. –
Rivolgendosi idealmente a Fiordiligi, Orlando la invita a ricordare che Brandimarte è morto gloriosamente per il bene comune, come gli eroi antichi che offrirono la vita per salvare la patria.
Ottava 175
Queste parole ed altre dicea Orlando.
Intanto i bigi, i bianchi, i neri frati,
1395e tutti gli altri chierci, seguitando
andavan con lungo ordine accoppiati,
per l’alma del defunto Dio pregando,
che gli donasse requie tra’ beati.
Lumi inanzi e per mezzo e d’ogn’intorno,
1400mutata aver parean la notte in giorno.
Mentre il paladino parla, frati e sacerdoti avanzano in processione, pregando per il defunto. Numerose torce illuminano la notte quasi fosse giorno.
Ottava 176
Levan la bara, ed a portarla foro
messi a vicenda conti e cavallieri.
Purpurea seta la copria, che d’oro
e di gran perle avea compassi altieri:
1405di non men bello e signoril lavoro
avean gemmati e splendidi origlieri;
e giacea quivi il cavallier con vesta
di color pare, e d’un lavor contesta.
Conti e cavalieri si alternano nel trasporto della bara, coperta di seta purpurea, oro e perle. Brandimarte indossa abiti solenni, circondato da cuscini preziosi.
Ottava 177
Trecento agli altri eran passati inanti,
1410de’ più poveri tolti de la terra,
parimente vestiti tutti quanti
di panni negri e lunghi sin a terra.
Cento paggi seguian sopra altretanti
grossi cavalli e tutti buoni a guerra;
1415e i cavalli coi paggi ivano il suolo
radendo col lor abito di duolo.
Aprono il corteo trecento poveri, vestiti di nero, seguiti da cento paggi a cavallo, anch'essi in segno di lutto.
Ottava 178
Molte bandiere inanzi e molte dietro,
che di diverse insegne eran dipinte,
spiegate accompagnavano il ferètro;
1420le quai già tolte a mille schiere vinte,
e guadagnate a Cesare ed a Pietro
avean le forze ch’or giaceano estinte.
Scudi v’erano molti, che di degni
guerrieri, a chi fur tolti, aveano i segni.
Sfilano bandiere e scudi conquistati in tante battaglie, testimonianza delle vittorie ottenute da Brandimarte al servizio della cristianità.
Ottava 179
1425Venian cento e cent’altri a diversi usi
de l’esequie ordinati; ed avean questi,
come anco il resto, accesi torchi; e chiusi,
più che vestiti, eran di nere vesti.
Poi seguia Orlando, e ad or ad or suffusi
1430di lacrime avea gli occhi e rossi e mesti;
né più lieto di lui Rinaldo venne:
il piè Olivier, che rotto avea, ritenne.
Molte altre persone partecipano portando torce. Orlando e Rinaldo seguono in lacrime; Oliviero, a causa del piede ferito, non può procedere con loro.
Ottava 180
Lungo sarà s’io vi vo’ dire in versi
le cerimonie, e raccontarvi tutti
1435i dispensati manti oscuri e persi,
gli accesi torchi che vi furon strutti.
Quindi alla chiesa catedral conversi,
dovunque andar, non lasciaro occhi asciutti:
sì bel, sì buon, sì giovene a pietade
1440mosse ogni sesso, ogni ordine, ogni etade.
Il narratore rinuncia a elencare ogni dettaglio della cerimonia: il corteo raggiunge la cattedrale suscitando commozione in persone di ogni età e condizione.
Ottava 181
Fu posto in chiesa; e poi che da le donne
di lacrime e di pianti inutil opra,
e che dai sacerdoti ebbe eleisonne
e gli altri santi detti avuto sopra,
1445in una arca il serbar su due colonne:
e quella vuole Orlando che si cuopra
di ricco drappo d’or, sin che reposto
in un sepulcro sia di maggior costo.
Dopo le preghiere dei sacerdoti e il pianto delle donne, il corpo viene deposto in un'arca sostenuta da colonne. Orlando ordina di coprirla con un drappo prezioso in attesa di una tomba monumentale.
Ottava 182
Orlando di Sicilia non si parte,
1450che manda a trovar porfidi e alabastri.
Fece fare il disegno, e di quell’arte
inarrar con gran premio i miglior mastri.
Fe’ le lastre, venendo in questa parte,
poi drizzar Fiordiligi, e i gran pilastri;
1455che quivi (essendo Orlando già partito)
si fe’ portar da l’africano lito.
Prima di lasciare la Sicilia Orlando fa arrivare marmi, porfidi e alabastro e incarica i migliori artisti di costruire il sepolcro. Fiordiligi, giunta dall'Africa, seguirà poi i lavori.
Ottava 183
E vedendo le lacrime indefesse,
ed ostinati a uscir sempre i sospiri,
né per far sempre dire uffici e messe,
1460mai satisfar potendo a’ suoi disiri;
di non partirsi quindi in cor si messe,
fin che del corpo l’anima non spiri:
e nel sepolcro fe’ fare una cella,
e vi si chiuse, e fe’ sua vita in quella.
Incapace di consolarsi, Fiordiligi decide di restare per sempre accanto al corpo. Fa ricavare una piccola cella presso la tomba e vi si rinchiude per trascorrervi il resto della vita.
Ottava 184
1465Oltre che messi e lettere le mande,
vi va in persona Orlando per levarla.
Se viene in Francia, con pension ben grande
compagna vuol di Galerana farla:
quando tornare al padre anco domande,
1470sin alla Lizza vuole accompagnarla:
edificar le vuole un monastero,
quando servire a Dio faccia pensiero.
Orlando tenta in ogni modo di convincerla a partire: le offre una posizione onorevole alla corte di Francia, l'accompagnamento alla famiglia oppure un monastero, qualora desideri consacrarsi a Dio.
Ottava 185
Stava ella nel sepulcro; e quivi attrita
da penitenza, orando giorno e notte,
1475non durò lunga età, che di sua vita
da la Parca le fur le fila rotte.
Già fatto avea da l’isola partita,
ove i Ciclopi avean l’antique grotte,
i tre guerrier di Francia, afflitti e mesti
1480che ’l quarto lor compagno a dietro resti.
Fiordiligi rifiuta tutte le proposte, rimane nel sepolcro pregando e facendo penitenza e muore dopo non molto tempo. Intanto i cavalieri francesi hanno lasciato l'isola con il ricordo doloroso dell'amico perduto.
Ottava 186
Non volean senza medico levarsi,
che d’Olivier s’avesse a pigliar cura;
la qual, perché a principio mal pigliarsi
poté, fatt’era faticosa e dura:
1485e quello udiano in modo lamentarsi,
che del suo caso avean tutti paura.
Tra lor di ciò parlando, al nocchier nacque
un pensiero, e lo disse; e a tutti piacque.
I paladini sono preoccupati soprattutto per Oliviero, la cui ferita è peggiorata perché le prime cure sono state difficili e insufficienti. Il nocchiero suggerisce una possibile soluzione.
Ottava 187
Disse ch’era di là poco lontano
1490in un solingo scoglio uno eremita,
a cui ricorso mai non s’era invano,
o fosse per consiglio o per aita;
e facea alcuno effetto soprumano,
dar lume a ciechi, e tornar morti a vita,
1495fermare il vento ad un segno di croce,
e far tranquillo il mar quando è più atroce:
Poco distante, spiega il marinaio, vive un eremita santo capace di guarigioni miracolose, di restituire la vista ai ciechi e di calmare il mare con un segno di croce.
Ottava 188
e che non denno dubitare, andando
a ritrovar quel uomo a Dio sì caro,
che lor non renda Olivier sano, quando
1500fatto ha di sua virtù segno più chiaro.
Questo consiglio sì piacque ad Orlando,
che verso il santo loco si drizzaro;
né mai piegando dal camin la prora,
vider lo scoglio al sorger de l’aurora.
Il nocchiero ritiene che l'eremita potrà certamente guarire anche Oliviero. Orlando approva e fa dirigere la nave verso lo scoglio dove vive il religioso, raggiunto all'alba.
Ottava 189
1505Scorgendo il legno uomini in acqua dotti,
sicuramente s’accostaro a quello.
Quivi aiutando servi e galeotti,
declinano il marchese nel battello:
e per le spumose onde fur condotti
1510nel duro scoglio, ed indi al santo ostello;
al santo ostello, a quel vecchio medesmo,
per le cui mani ebbe Ruggier battesmo.
Con l'aiuto di servitori e marinai trasportano il ferito fino alla dimora dell'eremita. È lo stesso uomo che aveva precedentemente battezzato Ruggiero.
Ottava 190
Il servo del Signor del paradiso
raccolse Orlando ed i compagni suoi,
1515e benedilli con giocondo viso,
e de’ lor casi dimandolli poi;
ben che de lor venuta avuto avviso
avesse prima dai celesti eroi.
Orlando gli rispose esser venuto
1520per ritrovare al suo Oliviero aiuto;
Il santo accoglie Orlando e i compagni con benevolenza, benché abbia già avuto notizia del loro arrivo per ispirazione divina. Orlando gli chiede di soccorrere Oliviero.
Ottava 191
ch’era, pugnando per la fé di Cristo,
a periglioso termine ridutto.
Levògli il santo ogni sospetto tristo,
e gli promisse di sanarlo in tutto.
1525Né d’unguento trovandosi provisto,
né d’altra umana medicina istrutto,
andò alla chiesa, ed orò al Salvatore;
ed indi uscì con gran baldanza fuore:
Il paladino spiega che l'amico è stato ferito combattendo per la fede cristiana. L'eremita promette di guarirlo, quindi entra in chiesa a pregare, senza usare medicine né unguenti.
Ottava 192
e in nome de le eterne tre Persone,
1530Padre e Figliuolo e Spirto Santo, diede
ad Olivier la sua benedizione.
Oh virtù che dà Cristo a chi gli crede!
Cacciò dal cavalliero ogni passione,
e ritornolli a sanitade il piede,
1535più fermo e più espedito che mai fosse:
e presente Sobrino a ciò trovosse.
Invocando la Trinità, il santo benedice Oliviero. Immediatamente il dolore scompare e il piede torna sano e forte, sotto gli occhi anche di Sobrino.
Ottava 193
Giunto Sobrin de le sue piaghe a tanto,
che star peggio ogni giorno se ne sente,
tosto che vede del monaco santo
1540il miracolo grande ed evidente,
si dispon di lasciar Macon da canto,
e Cristo confessar vivo e potente:
e domanda con cor di fede attrito,
d’iniciarsi al nostro sacro rito.
Sobrino, ancora sofferente per le ferite, resta profondamente colpito dal miracolo. Decide di abbandonare la propria religione e di farsi battezzare come cristiano.
Ottava 194
1545Così l’uom giusto lo battezza, ed anco
gli rende, orando, ogni vigor primiero.
Orlando e gli altri cavallier non manco
di tal conversion letizia fero,
che di veder che liberato e franco
1550del periglioso mal fosse Oliviero.
Maggior gaudio degli altri Ruggier ebbe;
e molto in fede e in devozione accrebbe.
L'eremita battezza Sobrino e con la preghiera gli restituisce anche le forze. I paladini gioiscono per la conversione quanto per la guarigione di Oliviero; Ruggiero è particolarmente felice.
Ottava 195
Era Ruggier dal dì che giunse a nuoto
su questo scoglio, poi statovi ognora.
1555Fra quei guerrieri il vecchiarel devoto
sta dolcemente, e li conforta ed ora
a voler, schivi di pantano e loto,
mondi passar per questa morta gora
c’ha nome vita, che sì piace a’ sciocchi;
1560ed alla via del ciel sempre aver gli occhi.
Ruggiero abita ancora presso l'eremita, dove era approdato dopo il naufragio. Il santo invita tutti a vivere lontani dai vizi e a considerare la vita terrena un passaggio verso la salvezza.
Ottava 196
Orlando un suo mandò sul legno, e trarne
fece pane e buon vin, cacio e persutti;
e l’uom di Dio, ch’ogni sapor di starne
pose in oblio, poi ch’avvezzossi a’ frutti,
1565per carità mangiar fecero carne,
e ber del vino, e far quel che fer tutti.
Poi ch’alla mensa consolati foro,
di molte cose ragionar tra loro.
Orlando fa portare pane, vino, formaggi e carne dalla nave. L'eremita, abituato a una dieta umile, accetta per carità di condividere il pasto con gli ospiti, e poi tutti conversano insieme.
Ottava 197
E come accade nel parlar sovente,
1570ch’una cosa vien l’altra dimostrando,
Ruggier riconosciuto finalmente
fu da Rinaldo, da Olivier, da Orlando,
per quel Ruggiero in arme sì eccellente,
il cui valor s’accorda ognun lodando:
1575né Rinaldo l’avea raffigurato
per quel che provò già ne lo steccato.
Durante il dialogo Orlando, Rinaldo e Oliviero riconoscono finalmente nel giovane ospite il celebre Ruggiero, ammirato in tutta Europa per valore e cortesia. Rinaldo non lo aveva riconosciuto dopo i loro precedenti incontri armati.
Ottava 198
Ben l’avea il re Sobrin riconosciuto,
tosto che ’l vide col vecchio apparire;
ma volse inanzi star tacito e muto,
1580che porsi in aventura di fallire.
Poi ch’a notizia agli altri fu venuto
che questo era Ruggier, di cui l’ardire,
la cortesia e ’l valore alto e profondo
si facea nominar per tutto il mondo;
Sobrino lo aveva riconosciuto già prima, ma aveva preferito tacere per non rischiare un errore. Ora anche gli altri comprendono di trovarsi davanti al famoso cavaliere.
Ottava 199
1585e sapendosi già ch’era cristiano,
tutti con lieta e con serena faccia
vengono a lui: chi gli tocca la mano,
e chi lo bacia, e chi lo stringe e abbraccia.
Sopra gli altri il signor di Montalbano
1590d’accarezzarlo e fargli onor procaccia.
Perch’esso più degli altri, io ’l serbo a dire
ne l’altro canto, se ’l vorrete udire.
Sapendo inoltre che Ruggiero è diventato cristiano, tutti lo accolgono con affetto e abbracci. Rinaldo gli dimostra una cordialità particolare, della quale il poeta promette di parlare nel canto successivo.