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La Divina Commedia · Purgatorio

Canto X

Riassunto

Nella prima cornice Dante osserva rilievi che rappresentano esempi di umiltà, tra cui Maria, Davide e l'imperatore Traiano. Arrivano poi i superbi, costretti a camminare curvi sotto enormi massi. La loro pena rende visibile l'atteggiamento di umiltà opposto alla superbia terrena.

Testo originale e parafrasi

Testo originaleParafrasi
1Poi fummo dentro al soglio de la porta
che 'l mal amor de l'anime disusa,
perché fa parer dritta la via torta,
sonando la senti' esser richiusa;
5e s'io avesse li occhi vòlti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?
Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d'una e d'altra parte,
sì come l'onda che fugge e s'appressa.
10«Qui si conviene usare un poco d'arte»,
cominciò 'l duca mio, «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte».
E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
15rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
che noi fossimo fuor di quella cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si rauna,
ïo stancato e amendue incerti
20di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per diserti.
Da la sua sponda, ove confina il vano,
al piè de l'alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;
25e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.
Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
quand' io conobbi quella ripa intorno
30che dritto di salita aveva manco,
Appena oltrepassata la porta sentiamo chiudersi dietro di noi i battenti. Non mi volto indietro, obbedendo al divieto dell'angelo. Risaliamo attraverso una fenditura tortuosa, nella quale dobbiamo spostarci da una parte all'altra per trovare il passaggio, e avanziamo lentamente. Superata la stretta apertura, arriviamo su una cornice deserta, larga solo pochi passi, che gira attorno al monte. Non sappiamo inizialmente dove dirigerci; davanti a noi si erge una parete di marmo candidissimo, lavorato con rilievi di straordinaria perfezione.
esser di marmo candido e addorno
d'intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe scorno.
L'angel che venne in terra col decreto
35de la molt' anni lagrimata pace,
ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
40Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';
perché iv' era imaginata quella
ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
e avea in atto impressa esta favella
'Ecce ancilla Deï', propriamente
45come figura in cera si suggella.
«Non tener pur ad un loco la mente»,
disse 'l dolce maestro, che m'avea
da quella parte onde 'l cuore ha la gente.
Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
50di retro da Maria, da quella costa
onde m'era colui che mi movea,
un'altra storia ne la roccia imposta;
per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
acciò che fosse a li occhi miei disposta.
55Era intagliato lì nel marmo stesso
lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
per che si teme officio non commesso.
Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a' due mie' sensi
60faceva dir l'un 'No', l'altro 'Sì, canta'.
Il primo rilievo raffigura l'arcangelo Gabriele che annuncia a Maria la nascita del Salvatore. La scultura è tanto viva da sembrare che l'angelo pronunci davvero il saluto 'Ave' e che Maria risponda 'Ecco la serva del Signore', accogliendo umilmente la volontà divina. Virgilio mi invita a non fermarmi a una sola immagine: poco oltre è scolpito un altro episodio, il trasporto dell'arca santa sul carro trainato dai buoi. Si vedono la folla ordinata in cori e le cerimonie religiose, rese con un'arte capace quasi di evocare suoni e odori.
Similemente al fummo de li 'ncensi
che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
e al sì e al no discordi fensi.
Lì precedeva al benedetto vaso,
65trescando alzato, l'umile salmista,
e più e men che re era in quel caso.
Di contra, effigïata ad una vista
d'un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e trista.
70I' mossi i piè del loco dov' io stava,
per avvisar da presso un'altra istoria,
che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
Quiv' era storïata l'alta gloria
del roman principato, il cui valore
75mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i' dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno
80di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
sovr' essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch'è morto, ond' io m'accoro»;
85ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
tanto ch'i' torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui dolor s'affretta,
«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov' io,
la ti farà»; ed ella: «L'altrui bene
90a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?»;
Davanti all'arca danza con entusiasmo il re Davide, manifestando la devozione che gli fa dimenticare la propria maestà regale. Dall'alto di un palazzo sua moglie Micol lo guarda con atteggiamento sprezzante. Passo a un terzo rilievo: l'imperatore Traiano, circondato da cavalieri, viene fermato da una povera vedova. La donna gli chiede giustizia per il figlio assassinato. L'imperatore vorrebbe rinviare tutto al ritorno dalla spedizione, ma lei gli domanda che cosa accadrà se non tornerà e insiste perché adempia subito il suo dovere.
ond' elli: «Or ti conforta; ch'ei convene
ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene».
Colui che mai non vide cosa nova
95produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si trova.
Mentr' io mi dilettava di guardare
l'imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,
100«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
mormorava il poeta, «molte genti:
questi ne 'nvïeranno a li alti gradi».
Li occhi miei, ch'a mirare eran contenti
per veder novitadi ond' e' son vaghi,
105volgendosi ver' lui non furon lenti.
Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che 'l debito si paghi.
Non attender la forma del martìre:
110pensa la succession; pensa ch'al peggio
oltre la gran sentenza non può ire.
Io cominciai: «Maestro, quel ch'io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel veder vaneggio».
115Ed elli a me: «La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
Ma guarda fiso là, e disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
120già scorger puoi come ciascun si picchia».
Traiano riconosce che sarebbe ingiusto lasciare senza risposta la sofferenza della donna e decide di provvedere prima di partire. Quelle immagini sono vere scene che sembrano parlare: solo Dio può crearle con tanta perfezione. Virgilio mi segnala alcune anime che si avvicinano lentamente. Esorto il lettore a non spaventarsi del castigo che vedremo: la pena purgatoriale ha un termine ed è rivolta alla salvezza. Inizialmente non distinguo figure umane, perché queste persone sono abbassate quasi fino al terreno dai massi enormi che sostengono.
O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne' retrosi passi,
non v'accorgete voi che noi siam vermi
125nati a formar l'angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?
Di che l'animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?
130Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,
la qual fa del non ver vera rancura
nascere 'n chi la vede; così fatti
135vid' io color, quando puosi ben cura.
Vero è che più e meno eran contratti
secondo ch'avien più e meno a dosso;
e qual più pazïenza avea ne li atti,
piangendo parea dicer: 'Più non posso'.
Riconosco infine i superbi piegati sotto pesi proporzionati alla loro colpa. Mi rivolgo idealmente ai cristiani orgogliosi: siamo creature incompiute, simili a bruchi destinati a trasformarsi in farfalle che potranno volare verso Dio. Perché allora innalzarci con arroganza? Le anime ricordano figure scolpite che reggono il soffitto con il dorso ricurvo. Alcune portano un carico più gravoso di altre; tutte soffrono, e certe sembrano mormorare tra le lacrime di non farcela più.