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La Divina Commedia · Inferno

Canto XXV

Riassunto

Vanni Fucci bestemmia e fugge, inseguito dal centauro Caco. Dante osserva altri ladri fiorentini e le loro terribili trasformazioni: un serpente si fonde con un uomo, mentre un altro peccatore e un rettile si scambiano progressivamente le forme. Le metamorfosi rendono instabile e irriconoscibile l'identità dei dannati.

Testo originale e parafrasi

Testo originaleParafrasi
1Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: «Togli, Dio, ch'a te le squadro!».
Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
5perch' una li s'avvolse allora al collo,
come dicesse 'Non vo' che più diche';
e un'altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.
10Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
Per tutt' i cerchi de lo 'nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
15non quel che cadde a Tebe giù da' muri.
El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov' è, ov' è l'acerbo?».
Dopo la profezia, Vanni Fucci alza le mani in un gesto osceno di sfida contro Dio e lo bestemmia. Due serpenti gli si avvolgono immediatamente intorno al collo e alle braccia, impedendogli di parlare e muoversi. Condanno Pistoia per aver generato un uomo tanto malvagio, più insolente verso Dio di qualunque altro dannato incontrato. Il ladro fugge senza dire altro; appare allora un centauro furioso che lo cerca chiamandolo a gran voce.
Maremma non cred' io che tante n'abbia,
20quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l'ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s'intoppa.
25Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
che, sotto 'l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.
Non va co' suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
30del grande armento ch'elli ebbe a vicino;
onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d'Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece».
Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
35e tre spiriti venner sotto noi,
de' quai né io né 'l duca mio s'accorse,
Il centauro ha il dorso coperto da un numero enorme di serpenti e porta sulle spalle un drago alato che incendia tutto ciò che gli passa davanti. Virgilio mi spiega che è Caco, il mostro che viveva sull'Aventino e rubò con l'inganno parte della mandria di Ercole. Per quel furto non condivide la sorte degli altri centauri del settimo cerchio. Ercole lo uccise colpendolo ripetutamente con una clava. Mentre il mostro si allontana, arrivano tre altri ladri, che ci chiamano.
se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.
40Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l'un nomar un altro convenette,
dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
per ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,
45mi puosi 'l dito su dal mento al naso.
Se tu se' or, lettore, a creder lento
ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che 'l vidi, a pena il mi consento.
Com' io tenea levate in lor le ciglia,
50e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.
Co' piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l'una e l'altra guancia;
I tre spiriti chiedono chi siamo e uno di loro domanda dove sia finito Cianfa. Faccio segno a Virgilio di ascoltare. È difficile credere a quello che segue: un serpente a sei zampe balza addosso a uno dei ladri, gli afferra il ventre, le braccia e le cosce e gli morde le guance, stringendolo con la coda come un rampicante avvolto intorno a un albero.
55li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra 'mbedue
e dietro per le ren sù la ritese.
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l'orribil fiera
60per l'altrui membra avviticchiò le sue.
Poi s'appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l'un né l'altro già parea quel ch'era:
come procede innanzi da l'ardore,
65per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e 'l bianco more.
Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se' né due né uno».
70Già eran li due capi un divenuti,
quando n'apparver due figure miste
in una faccia, ov' eran due perduti.
Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
75divenner membra che non fuor mai viste.
Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l'imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
Il serpente e l'uomo cominciano a fondersi come cera scaldata dal fuoco. I colori della pelle si mescolano, le teste diventano una sola e braccia, gambe, petto e ventre si trasformano in membra mostruose che non appartengono più né all'uomo né all'animale. Gli altri due dannati chiamano la vittima Agnello e la guardano attoniti mentre perde la propria identità e si allontana con un corpo nuovo, composto in modo impossibile.
Come 'l ramarro sotto la gran fersa
80dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
sì pareva, venendo verso l'epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
85e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
Lo trafitto 'l mirò, ma nulla disse;
anzi, co' piè fermati, sbadigliava
90pur come sonno o febbre l'assalisse.
Elli 'l serpente e quei lui riguardava;
l'un per la piaga e l'altro per la bocca
fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.
Taccia Lucano ormai là dov' e' tocca
95del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch'or si scocca.
Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo 'nvidio;
100ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch'amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
Subito arriva un altro piccolo serpente, nero e rossastro, che si muove velocissimo come una lucertola. Morde uno degli altri uomini all'ombelico e si distende davanti a lui. I due si fissano mentre dalla ferita dell'uomo e dalla bocca del rettile esce fumo, che si mescola nell'aria. Dichiaro che neppure i poeti classici Lucano e Ovidio, celebri per le loro metamorfosi, hanno mai descritto una trasformazione reciproca così sorprendente.
Insieme si rispuosero a tai norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,
105e 'l feruto ristrinse insieme l'orme.
Le gambe con le cosce seco stesse
s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
Togliea la coda fessa la figura
110che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
e i due piè de la fiera, ch'eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
115Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l'uom cela,
e 'l misero del suo n'avea due porti.
Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
di color novo, e genera 'l pel suso
120per l'una parte e da l'altra il dipela,
l'un si levò e l'altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
125e di troppa matera ch'in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
La nuova metamorfosi si svolge simultaneamente in direzioni opposte. La coda del serpente si divide e diventa un paio di gambe, mentre le gambe del dannato si uniscono per formare una coda. Le braccia umane rientrano nel corpo e le zampe dell'animale si allungano; perfino gli organi sessuali cambiano forma. La pelle, i peli, le membra e il modo di muoversi si trasformano continuamente, mentre il fumo nasconde in parte il processo. Infine il serpente si alza con sembianze umane e l'uomo cade a terra con il corpo di rettile.
ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.
130Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
e la lingua, ch'avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
135ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
L'anima ch'era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l'altro dietro a lui parlando sputa.
Poscia li volse le novelle spalle,
140e disse a l'altro: «I' vo' che Buoso corra,
com' ho fatt' io, carpon per questo calle».
Così vid' io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.
145E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l'animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
150che venner prima, non era mutato;
l'altr' era quel che tu, Gaville, piagni.
Anche i volti mutano: nell'essere che diventa uomo compaiono orecchie, naso e labbra, mentre nell'altro spariscono le orecchie e si forma un muso allungato. Le lingue passano dall'essere intere all'essere biforcute e viceversa. Il dannato mutato in serpente fugge sibilando, mentre l'altro, divenuto umano, parla e gli ordina ironicamente di strisciare come prima aveva fatto lui. Nonostante lo stupore, riconosco fra i tre ladri Puccio Sciancato, rimasto immutato, e il personaggio associato alla vendetta di Gaville. Mi scuso se il racconto di fatti tanto incredibili rende il mio stile meno limpido.